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Udine - Da Bertrando a Giovanni di Moravia

Il 4 luglio 1334 divenne patriarca Bertrando di Saint Geniès italianizzato in San Genesio (1334-1350). Nel 1336 Udine ospitò in Castello, con splendida munificenza Carlo di Boemia, futuro imperatore.

Il 25 gennaio 1348 un disastroso terremoto sconvolse il Friuli causando migliaia di vittime e distruggendo numerosi Castelli. Anche il Castello di Udine ebbe parecchie lesioni più nella parte vecchia che nel palazzo nuovo di Raimondo della Torre. Nello stesso anno si abbatté anche su tutto il Friuli la famosa pandemia di peste nera che colpì l’Europa.

Mainardo, Conte di Gorizia, vassallo dell’Imperatore e che ambiva a diventare il padrone del Friuli, cercava di sopraffare il Patriarca che, se pur vassallo dell’Imperatore era espressione del potere papale.

Il 1° maggio del 1350 a Cividale nel palazzo del conte Mainardo di Gorizia si radunarono parecchi nobili che congiurarono contro il Patriarca e presto si videro gli effetti.

Il 6 giugno 1350, di domenica, il patriarca Bertrando, assieme ad Ermanno di Carnia, Gerardo di Cuccana e con grande moltitudine della loro gente, come scrive Pio Paschini, partì da Sacile per recarsi a Udine.

Enrico da Spilimbergo fece uscire le truppe che qui teneva per difesa, attaccando con violenza il Patriarca e il suo seguito, nella piana della Richinvelda, vicino a Spilimbergo. Nella lotta fu ucciso il Patriarca e furono presi i signori Federico di Savorgnano e Gerardo con il figlio e furono feriti molti Udinesi ed altri fatti prigionieri e portati nel Castello di Spilimbergo.

Il Patriarca, però, fu portato a Udine con un carro da uno di Spilimbergo e là sepolto pietosamente dagli udinesi. La vita austera e la tragica morte di Bertrando lasciarono fama di santità e di miracoli.

La risposta della chiesa non si fece attendere. Il 22 ottobre 1350 venne nominato patriarca Nicolò I di Lussemburgo, fratello dell'imperatore di Germania Carlo IV.

Un uomo forte che poteva tenere testa al conte di Gorizia. Egli fu un terribile vendicatore dell'assassinio di Bertrando e fece giustiziare in Castello alcuni complici. Si preoccupò però anche di riparare i danni subiti dal Castello dal terremoto.

Dal 14 al 17 ottobre 1354 suo fratello l’Imperatore Carlo IV fu ospite a Udine e ci fu una grande accoglienza. Le repressioni di Nicolò contribuirono però ad aumentare l'odio tra nobili e comunità.

Gli successe  Lodovico I della Torre (1359-1365), vescovo di Trieste, nominato Patriarca il 10 marzo 1359. Rimase quasi sempre lontano da Udine, ad eccezione di alcuni momenti, implicato nel groviglio di guerre interne ed esterne che sconvolsero il Friuli già disastrato dalla peste e dalla miseria.

Il 23 agosto 1365 fu nominato patriarca Marquardo di Randek (1365-1381). Il 27 aprile 1368 si ospitò  nuovamente l'imperatore Calo IV, che rimase fino al 3 maggio. Era accompagnato dalla moglie Anna, la figlia e un numeroso corteo di principi, prelati e di alti dignitari di palazzo. Tra le persone del seguito vi era anche Francesco Petrarca che era arrivato dieci giorni prima.

La famiglia imperiale fu ospitata in Castello mentre il seguito trovò ospitalità presso le più ragguardevoli casate. Le accoglienze furono enormi, e per sette giorni fu una festa continua: musiche, balli, giostre pubbliche, giochi, ricevimenti in Castello.

Il Palladio narra che l'imperatore fu accolto “… regalmente, con splendidi appartati, splendidissimi convivi e dilettevoli trattenimenti e v'era stato dal comune regalato di 200 staia di grano e 100 conzi di vino”. Tutto ciò rappresentava certo una spesa notevole ed inusuale, ma non si poteva fare altrimenti verso questo sovrano che i cittadini si gloriavano d'albergare nel proprio Castello.

Uno dei principali meriti di Marquardo fu il riordinamento e la promulgazione delle nuove Costitutiones Patriae Forijulii (1366-1368), raccolte, studiate e concordate da una speciale commissione parlamentare da lui nominata e convocata in Castello.

Prima di lui la legislazione era frammentaria, incerta, confusa, malgrado le buone intenzioni dei predecessori Bertrando e Nicolò, frustrate dalle infelicissime condizioni interne del Friuli.

Intanto era scoppiato lo scisma tra Urbano VI e l'antipapa Clemente VII. Venne nominato patriarca Federico II d'Alençon, fedele ad Urbano VI che lo aveva nominato cardinale e divenuto poi nel 1380 vescovo suburbicario di Sabina creando le ire di Carlo V e dell'antipapa Clemente VII.

La nomina provocò preoccupazione in Friuli perché si temeva che egli, per rimanere a Roma quale cardinale, non avrebbe tenuto il governo della Patria personalmente. Per conto loro gli Udinesi avrebbero voluto come patriarca Lodovico di Helfingstain; di costui aveva sollecitato la nomina presso il papa anche Lodovico re di Ungheria.

Ci furono poi vari contrasti per l'accettazione da parte degli Udinesi e di altri centri ed il 30 settembre 1381 Federico d'Alençon lanciò l'interdetto alla Carnia e contro gli Udinesi.

Nel 1382 una violentissima epidemia di peste investì la città: si pensi che morirono anche 100 persone se non di più al giorno (Palladio). E siccome la città era colpita da interdetto la sepoltura religiosa dei morti veniva fatta di cinque laici che fungevano da diaconi.

Egli girovagando per l'Europa a cercare aiuti, non fece altro che creare nuove discordie interne. Del resto il tutto andava bene a Federico di  Savorgnano che spadroneggiava su Udine.

Certamente, come osserva Pio Paschini, il periodo del suo governo fu uno dei più infausti per il Friuli, ma non tutta la colpa era sua: estraneo all'Italia ed al Friuli, non fu in grado di comporre la complessa situazione politica delle varie fazioni del Friuli e di destreggiarsi fra le cupidigie dei principi circostanti.

Il 22 novembre 1387 Urbano VI nominò patriarca Giovanni V Sobieslav di Moravia (1387-1394) e il 27 il decano della chiesa di Aquileia, ne diede notizia alla Signoria di Venezia.

Giovanni, soltanto nel settembre 1388 prese possesso del patriarcato, ringraziando il 12 settembre da Malborghetto la delegazione degli Udinesi che lo esortavano a venire subito a Udine. Egli invece il 16 settembre si portò ad Aquileia e quindi a Cividale schierandosi così apertamente contro gli Udinesi.

Tra il 17 e il 20 convocò a Gemona il Parlamento destituì i deputati che il comune di Udine aveva eletto il 31 agosto e per accattivarsi le simpatie dei poveri abolì il dazio sulla farina.

Il 26 convocò l'arengo in Udine ed impose che fossero elette dodici persone rappresentanti le dodici arti cioè: notai, drappieri, speziali, sarti, bercandai (produttori di fustagno, dal tedesco Bercand), fabbri, falegnami, pellicciai, tessitori, sellai, calzolai e orefici; altre dodici persone dovevano attendere al potere esecutivo ed alle sedute doveva presiedere un capitano, affinché "i poveri non fossero oppressi da ricchi e l'influenza di questi impedisse ai primi di ottenere giustizia" come riporta Pio Paschini.

Tutto questo cambiamento era stato fatto per contrastare il potere di Federico Savorgnano che con i suoi partigiani era stato fino allora arbitro assoluto delle cose cittadine, ridimensionando al contempo, notevolmente, il potere dell’aristocrazia friulana.

Federico si ritirò nel castello di Pinzano ed il patriarca in quello di Soffumbergo, castello eretto sopra Campeglio che i Cividalesi avevano donato al precedente patriarca Filippo d'Alençon. Giovanni V di Moravia pensava di aver così troncato ogni ambizione del Savorgnano.

Gli Udinesi fecero istanza affinché il Savorgnano potesse ritornare a Udine e il 25 dicembre il patriarca propose che il Comune pagasse 4.000 ducati d'oro e 2.000 ne pagasse il Savorgnano per ritornare in possesso del castello omonimo.

Il Comune e il Savorgnano accettarono ed egli ritornò trionfante a Udine. Il 13 febbraio 1389 nella chiesetta di Santo Stefano di cui oggi non esiste traccia, sita tra via Calzolai e via Savorgnana a pochi passi dalla casa dei Savorgnano che era nell'attuale piazza Venerio, mentre assisteva alla messa, fu assassinato da persone che appartenevano alla corte del patriarca e dell'assassinio fu accusato come mandante il patriarca stesso.

Conosciuto il triste fatto il popolo si sollevò, ed uccise barbaramente Elisabetta matrigna del Savorgnano, che  forse, avendo avuto parecchie liti con Federico per questioni di eredità, faceva parte della congiura, squartò due disgraziati ritenuti complici dell'assassinio, impiccò un notaio, di nome Girolamo, e trucidò altre due persone che si erano mostrate contente della morte di Federico.

Il consiglio imposto dal patriarca fu sciolto e creati nuovi consiglieri. Per cinque anni vi furono continue lotte tra il patriarca e gli Udinesi.

Sembrava che l'8 ottobre 1394, quando gli Udinesi spedirono a Soffumbergo ambasciatori per invitare il patriarca a venire a Udine in pace ed appianare ogni divergenza, si volesse mettere e una pietra sopra il passato e ricominciare a collaborare per gli interessi comuni con reciproca stima.

Ma questo era invece un tranello. Il patriarca si portò a Udine e la mattina del 13 ottobre fu ucciso davanti la porta del Castello da un gruppo di congiurati fra questi vi erano Tristano e Nicolò Savorgnano, Simeone ed Odorico di Colloredo, Bernardo di Strassoldo, Varnerio Favarotta di S. Daniele, Doimo di Castello ed alcuni Udinesi.

Così si consumava la vendetta della nobiltà per la morte di Federico Savorgnano. Diffusasi la notizia in città che il patriarca era stato ucciso, la plebe volle anch'essa compiere la propria vendetta col saccheggio del Castello e dell'appartamento patriarcale.

Scrive Pio Paschini: “È difficile pronunciare un giudizio equanime sul patriarca Giovanni di Moravia. Persona litigiosa e scontrosa; di più egli era giunto in Friuli mal prevenuto per le lotte degli anni precedenti e per l'eccessivo potere che Udine coi Savorgnano e con l'aiuto di Venezia esercitava nel territorio friulano; perciò egli si sentì portato ad intendersela coi Cividalesi, che da anni erano antagonisti degli Udinesi a causa dello spostamento della sede patriarcale a Udine, come aveva fatto del resto il patriarca d'Alençon.”

Per scusare il loro delitto e scagionare Tristano Savorgnano gli Udinesi compilarono un lunghissimo memoriale diviso in articoli in cui elencavano le loro accuse contro il patriarca accusandolo di vita mondana dedita al lusso e ai bagordi e di costumi depravati.

Si parla anche di un buffone che teneva nella sua corte, ma è ben possibile che poi molto si esagerasse dai suoi nemici contro di lui. Oltre a ciò, secondo gli Udinesi il patriarca aveva fatto tutto il possibile per limitare i ricorsi alla Curia Romana.

Certo è che con la Curia non doveva intendersela molto, sia a causa  dell’attività diplomatica dei suoi avversari sia a causa il suo differire il pagamento dei servitia.

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