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Udine - Palazzo Patriarcale o Arcivescovile

In Piazza Patriarcato a Udine si trova il palazzo Patriarcale o Arcivescovile, che è una tappa d’obbligo per chi visita Udine, visto che ospita i capolavori di Giambattista Tiepolo, Giovanni da Udine, Ludovico Dorigny ed altri valenti artisti.

Il palazzo Patriarcale fu edificato, nel corpo centrale, durante il Cinquecento, mentre le due ali vennero aggiunte nel Settecento. Fino al 1420 il patriarca risiedeva nel Castello, poi, con la conquista del Friuli da parte di Venezia, dovette cedere la sede al luogotenente veneto. Per circa un secolo le nobili famiglie friulane ospitarono i vari Patriarchi. Solo in seguito venne decisa la costruzione di una nuova sede Arcivescovile.

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Il patriarca Marino Grimani nel 1524 dichiarò Udine “nuova Aquileia” e fece costruire una torre che venne affrescata più tardi, nel piano superiore, da Giovanni da Udine. Alla fine del secolo, il Patriarca Francesco Barbaro fece costruire un nuovo palazzo terminato nel 1601 che aveva due torri simmetriche.

Su progetto di Domenico Rossi tra il 1707 e il 1708 il palazzo venne regolarizzato nella forma attuale per volontà del Patriarca Daniele Delfino, il quale aprì anche una biblioteca pubblica, che fu la prima del Friuli.

L’atrio nell’interno del palazzo forse, come suppone il Biasutti, deve essere stato aperto dove c’era la cappella domestica del Priore della trecentesca casa di Sant'Antonio.

Che il luogo sia antico ne fanno fede dei brani d’affreschi del XV secolo raffiguranti: Fede, Speranza, Carità, Fortezza (si noti questa che regge sulla destra la torre con il vessillo del comune di Udine) essi sono di autore ignoto mentre le altre pitture raffiguranti Vescovi e Patriarchi di Aquileia e Santi patroni, pure di autore ignoto, sono più tarde.

Causa i vari terremoti che si sono succeduti nei tempi a Udine, i bombardamenti ed altre dure prove, il palazzo ha subito numerose lesioni ed era in pericolo anche la sua stabilità. Si è resa quindi necessaria una radicale opera di ristrutturazione e restauro degli affreschi.

Ristrutturazione che è stata portata a termine qualche anno fa e che ha dato anche la possibilità di dotare i locali di quelle infrastrutture necessarie per poter custodire e soprattutto esporre al pubblico le numerosissime opere d’arte. Nelle sue sale, infatti, ha sede l’interessante Museo Diocesano d’Arte Sacra e Gallerie del Tiepolo.

La Biblioteca

Per una scala a chiocciola ideata da Domenico Rossi e decorata nel cupolino da un affresco di Ludovico Dorigny, raffigurante il Padre eterno, si accede direttamente alla Biblioteca Arcivescovile.

La sua costruzione cominciò nel 1708 e venne ultimata il 2 agosto 1711, con una dotazione iniziale di circa 7000 volumi, donati dal Patriarca e provenienti dalle eredità dello zio Giovanni e del fratello Marco, cardinale vescovo di Brescia. Fin dal principio venne concepita come aperta al pubblico e, insieme all’Accademia di Scienze, come contributo alla formazione culturale del clero e dei laici.

Alla morte del Patriarca Dionisio Delfino, l’istituzione pubblica cessò di esistere, pur se brevemente sostituita nel 1745 dall’Accademia Ecclesiastica voluta dal successore Patriarca Daniele Delfino. Ma fu il primo arcivescovo di Udine, Gian Giorlamo Gradenigo, uomo coltissimo e bibliofilo, a rilanciare lo spirito della biblioteca delfiniana.

L’ampio salone della biblioteca si sviluppata su due piani, alle sue pareti sono addossate imponenti scaffalature in legno, divise in altezza da un ballatoio balaustrato. S’ignora l’autore dell’apparato ligneo che è intagliato e arricchito da statue lignee disposte sulla balaustra, con tele sovrapposte di Nicolò Bambini (1651-1736), ed è coronato superiormente da elaborate cimase che ripetono il motivo dei delfini, emblema dello stemma della famiglia Dolfin (Delfino), riprodotto al centro del lato d’ingresso.

Entro ovali formati da cornici dorate sono quindi disposti i Ritratti del Patriarca Dionisio (al centro del lato opposto) e dei suoi quattro parenti Cardinali opera di ignoto autore, nonché busti degli Evangelisti attribuiti a Nicolò Bambini. La grande volta è decorata con stucchi attribuiti ad Abbondio Stanzio e con una grande tela dello stesso Nicolò Bambini raffigurante il “Trionfo della Sapienza divina” (1710). La pittura ritrae simbolicamente Minerva con i biblici simboli del libro dei sette sigilli sormontato dall’Agnello pasquale nella mano sinistra e dello scudo irradiato dalla colomba dello Spirito Santo nella mano destra.

Delle figure femminili reggono i simboli delle scienze e delle arti: Medicina, Nautica, Geografia, Storia, Poesia, Matematica, Geometria, Pittura, Retorica, Filosofia e Teologia concorrono alla ricerca umana, mentre quella divina sono i simboli dei quattro evangelisti: l’Angelo di Matteo, il Bue di Luca, il Leone di Marco, e l’Aquila di Giovanni”. Partendo dall’ingresso: il Trionfo della Fede sull’idolatria, il Trionfo della Dottrina sull’ignoranza, il Trionfo della Verità sulla bugia, il Trionfo della Ortodossia cattolica sull’eresia.

Il tema viene infine ribadito dalle statue allineate sul cornicione del ballatoio. Mentre la Sapienza come incontro tra Scienza e Fede è rievocata dalle statue dei putti reggenti i simboli delle arti e dei quattro Dottori della Chiesa (S. Ambrogio, S. Agostino, S. Girolamo, S. Gregorio Magno).

Il patrimonio bibliotecario conta oggi oltre 20.000 volumi, fra i quali si contano circa 200 incunaboli, qualche centinaio di cinquecentine e moltissime edizioni rare del Seicento e Settecento, a cui si aggiungono un centinaio di codici manoscritti e centinaia di carte varie; inoltre una copia trecentesca della Divina Commedia, due dialoghi del Tasso, copia del primo libro stampato in Friuli con caratteri mobili “De honesta voluptate” edito a Cividale nel 1480. Ulteriore arricchimento della biblioteca si ebbe con il lascito di Gregorio Bartolini del 1827 di oltre 10.000 volumi e di una collezione numismatica.

La Sala Azzurra

Dalla biblioteca si accede nell’attigua Sala Azzurra, o del Baldacchino, detta anche Sala di Giovanni da Udine che il recente restauro l’ha riportata all’antico splendore, rivalutando l’opera del grande artista.

Pregevoli figure grottesche di difficile interpretazione, che il Biasutti data al 1540 circa, ricche di motivi decorativi, eleganti talvolta nel disegno e piacevoli per l’uso sapiente dei colori caldi; dovettero suscitare interesse in città all’epoca dell’esecuzione e nel periodo seguente anche per l’inserimento di animali inconsueti, quali la giraffa o la scimmia. Quest’ultima in particolare, fu nel 1615 oggetto, da parte di Giuseppe Salomoni, in un settennario “Per lo ritratto di una Scimia di mano di Giovanni da Udine”.

Nel 1807 G. B. Canal fu incaricato a ridipingere il soffitto crollato dieci anni prima, L’affresco rappresenta Cristo risorto che da a S. Pietro il primato pastorale, egli ritoccò anche le quattro scene alle pareti; di fronte all’ingresso Gesù da la facoltà agli apostoli di sciogliere o legare e, sopra L’Autorità, il Governo, l’Obbedienza; a destra Gesù e il centurione, sormontato dalle Virtù teologali; a sinistra Gesù predica dalla barca sul lago di Cafarnao, sopra la quale si trovano: la Sapienza, la Scienza e la Prudenza; infine sopra l’ingresso Gesù invia gli Apostoli a predicare sopra Munificenza, Elemosina e Abbondanza.

I monumenti agli angoli posso alludere alle quattro parti del mondo, con animali dei diversi continenti. Nello scoppio della polveriera di S. Osvaldo il 27 agosto 1917, alle ore 10, il soffitto crollò di nuovo e fu pazientemente ricomposto.

Ad una parete quadro del pittore fiammingo Ludwig Toepur detto il “Pozzoserrato” raffigurante l’ultimo Concilio provinciale aquileiese del 1596, ed infine il busto in gesso di Giovanni da Udine di Vincenzo Luccardi realizzato nel 1866 su commissione del papa Pio IX, la sua versione in bronzo si trova nel primo braccio del palazzo apostolico Vaticano.

La Sala Gialla

La vicina Sala Gialla ha un bel pavimento intarsiato. Gli stucchi sul soffitto rappresentano le Virtù teologali: Fede, Speranza e Carità, agli angoli le Quattro arti liberali: la Musica, la Poesia, la Pittura, la Scultura.

La Sala Rossa

L’attigua Sala Rossa detta anche “del tribunale”, perché vi si svolgevano le sedute solenni del Tribunale ecclesiastico, è tutta dominata dal grande affresco del soffitto raffigurante il Giudizio di Salomone; nei medaglioni agli angoli i Profeti: Isaia, Geremia, Ezechiele, Daniele, opere di Giambattista Tiepolo (1729).

La Sala del Trono

Quindi la Sala del Trono, costruita dalle fondamenta dal patriarca Francesco Barbaro nel 1660 è la più ampia del piano nobile, dove avevano luogo le pubbliche udienze del patriarca, che in tali circostanze, circondato dalla sua corte, prendeva posto sull’alto trono, sormontato dal suo stemma riprodotto sulla parete.

Il salone si sviluppa su due piani segnati superiormente da un ballatoio ligneo balaustrato sorretto da modiglioni (mensole). Fin dal Seicento erano qui affrescati i ritratti dei patriarchi aquileiesi, sostituiti da quelli attuali nel 1729, quando vi pose mano lo stesso Tiepolo, autore forse anche della Virtù e della Legge divina sopra le porte.

Seguendo i centosei ritratti, dove sotto ad ognuno è posta un scritta che sintetizza la storia del relativo episcopato, è possibile rievocare i duemila anni di storia della Chiesa. Sopra il portale due affreschi di pittore ignoto che rappresentano S. Marco che scrive il suo Vangelo e S. Pietro che consacra Sant'Ermacora primo vescovo di Aquileia.

Nel 1859 fu dato incarico a Domenico Fabris di ridipingere il soffitto crollato nella notte del 17 dicembre 1855. Egli dipinse “La missione di S. Ermacora”, opera non delle migliori.

Nella sala del trono si aprono a nord due vani, la Cappella palatina e la Galleria degli ospiti. La cappella riservata alle liturgie patriarcali, fu costruita dal patriarca Francesco Barbaro nel 1593 convertita dal patriarca Dionisio Delfino nella forma attuale nel 1710 che vi pose all’interno, sopra l’ingresso, i suoi simboli. L’altare, elegante a stucchi, fatti probabilmente da Abbondio Stazio, è arricchito dalla pala: Madonna col Bambino di Palma il Giovane; a lato dell’altare due porte dipinte ed ornate con sovrapporte di stucco che racchiudono due tondi d’olio su tela raffiguranti S. Carlo Borromeo e S. Antonio di Padova attribuiti a Giambattista Tiepolo. Nel soffitto Assunta e Ss. Ermacora e Fortunato di Nicolò Bambini.

La Galleria degli Ospiti

La Galleria degli Ospiti, voluta dal patriarca Delfino nel 1718 fu affrescata nel 1726 da Giambattista Tiepolo, il quale ne fece un capolavoro lavorando per due anni (1727-29). Alle pareti Abramo e gli Angeli, Rachele che nasconde gli idoli (al centro, vicino al vecchio, notare l’autoritratto del pittore e il ritratto della moglie Cecilia in Rachele).

Ancora, L’Angelo che appare a Sara; i tre medaglioni al soffitto, rappresentano: Agar nel deserto; il Sacrificio di Isacco; il Sogno di Giacobbe.  In finte nicchie, sei statue raffiguranti Profetesse, mentre all’estremità della galleria troviamo la Lotta dell’Angelo con Giacobbe e l’Incontro di Giacobbe con Esaù.

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Il Sacrificio di Isacco

Il Giardino

Il giardino, tipicamente settecentesco (1740 circa), ha sui muri di cinta 24 statue simboliche della bottega del Morlaiter. Tra i soggetti: la Giustizia, la Verità, la Carità, la Salute, la Chiesa, le parti del giorno e del mondo e Virtù.

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