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Udine - Palazzo della Porta-Masieri

Palazzo della Porta-Masieri sorge al civico n. 7 di Via Treppo di Udine, alle spalle del complesso Arcivescovile. Anticamente nel luogo dove sorge oggi il palazzo, troviamo una “domus cum curia, area et orto”, citata in un documento del 1424 relativo all’eredità dei conti di Montegnacco. Nel 1525 Girolamo di Montegnacco chiese una porzione di terreno pubblico da aggiungere alla proprietà per costruire una casa. Questa venne ceduta dal conte Giuseppe nel 1590, a garanzia di un prestito di cento ducati, a Tommaso della Porta, con il patto di restituzione all’estinzione del debito, che però non avvenne.

La famiglia della Porta, che derivava da un ramo che in origine si chiamava Vincenti, prese il nuovo nome perché un antenato, tal Martino, nel 1477, essendogli stata affidata la guardia di Porta Gemona, la difese dai turchi, uscendo in campo aperto e sbaragliando le loro avanguardie che cercavano di penetrare da quella via in città, facendone “memorabile strage”.

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Palazzo della Porta-Masieri negli anni '80

Dopo che nel 1597 con una permuta i della Porta acquisirono un’altra casa adiacente a quella originaria, nel 1650 fu affittata e per un periodo vi abitarono anche le suore Dimesse che cercavano un convento nella zona. La casa venne però riscattata dai della Porta nel 1655. Il Palazzo venne strutturato nelle sue forme definitive tra il 1655 e il 1685.

Il dott. Giuseppe, che come vedremo chiamerà il Quaglio ad affrescare gli interni, non ebbe figli. Lasciò quindi il palazzo in eredità a Marcantonio Stainero col patto che prendesse il nome dei della Porta. Questi si adeguò, ma non lo onorò molto con la sua condotta di vita da avventuriero. Venne fatto uccidere con un’archibugiata dal Conte Claudo di Zucco mentre era a cena.

Marcantonio lasciando “alquante figlie” e due figli, Giuseppe e Vincenzo, lasciò a questi il palazzo, che divisero la proprietà. Successivamente, tra il 1744 e il 1793, al palazzo furono fatti dei lavori di abbellimento. Il ramo di Giuseppe non ebbe discendenti e metà della proprietà venne data ai poveri e alla parrocchia delle Grazie e di altri paesi. Tuttavia i discendenti di Vincenzo a cui non stava bene la donazione, fecero una causa e nel 1845 rientrarono nella proprietà.

La casa, che aveva anche un ampio frutteto annesso, venne comunque abitata da affittuari dal 1789. Nel 1851 vi ebbe anche sede un istituto scolastico privato riconosciuto. Passando in eredità ai sucessori, nel 1932 venne venduto all’Ing. Paolo Masieri, che collaborò anche con l’architetto Lloyd Wright.

Paolo Masieri riunì la proprietà nelle sue mani nel 1937. Nel 1940 vennero trasformate da quadrate in rettangolari le finestre del pianterreno. Nel 1948 l’archietto Angelo Masieri, figlio di Paolo, collocò nel palazzo il suo studio professionale (nelle ex scuderie) ed in seguito anche la sua abitazione. Suo il progetto che si occupò della ristrutturazione della mansarda. Il seicentesco edificio, acquistato negli anni Sessanta del Novecento dall’Arcidiocesi, è oggi la sede degli uffici della Curia Arcivescovile.

Indubbiamente l’aspetto artistico più rilevante del Palazzo è costituito dal ciclo di affreschi del Quaglio, che ne decorano l’interno. Fu Giuseppe della Porta che incaricò il Quaglio nel 1692 di decorare la cappella, una sala e la loggetta. Realizzati nello stesso anno di quelli del Palazzo Strassoldo, risultano tuttavia, in alcune parti, di inferiore qualità e pare di frettolosa esecuzione.

Ma ciò che più si avverte, come diversità, è la mancanza dell’apparato decorativo a stucco, sostituito da cariatidi e conchiglie in affresco. In questi affreschi, nonostante ciò, il pittore rivela comunque la sua nativa ed accesa fantasia, unita al bagaglio di cultura figurativa, di chiara matrice veneto-emiliana, che lo caratterizza. Se in tutta la decorazione vi fosse stata la stessa ispirata concentrazione delle scene maggiori l’opera avrebbe potuto essere annoverata tra i suoi capolavori.

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I soggetti delle salette e del loggiato sono attinti a piene mani dal repertorio della mitologia classica ed in particolare Ovidio. Troviamo infatti: il “Banchetto di Licaono, Latona e i villici, trasformati in rane, Saturno ed Andromeda, figlia di Enea, Pelia ucciso dalle figlie, Acide, Galatea e Polifemo lapidatore.

Più intima e più riuscita e l’ispirazione delle pitture della Cappella. Tutti i riquadri tranne il “Battista nel deserto” narrano con tono spesso popolareggiante storie della Vergine: “Sposalizio, Annunciazione, Fuga in Egitto, Natività”. Sull’altare, sempre del Quaglio, una più modesta paletta raffigurante la “Sacra Famiglia e S. Caterina”, contenuta, ed è il solo caso in tutto il complesso, in una cornice di stucco.

Gli affreschi, invece, sono stati restaurati nel 1992 dalla ditta Tiozzo di Mira (Ve).

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