Cerca nel sito

 

 

 

Home > LocalitÓ > Comuni > Udine > Arte e Cultura > Musei e Biblioteche > I Civici Musei del Castello

 

Udine - Civici Musei del Castello

Piazzale del Castello
33100 Udine
Tel. +039 0432 271591 - Fax +039 0432 271982
  
www:
Sito ufficiale del Comune
Mail:
civici.musei@comune.udine.it 
Biglietto: Interi € 3,20; Ridotto € 1,60; Ridotto, scuole, festivo € 1.
Tessere:
Touring Club Italia; Carta Giovani; CittAteneo; Card museale
Riduzioni:
Militari; Ragazzi dai 6 ai 18 anni; Anziani sopra 65 anni; Gruppi di almeno 15 persone.
Orario di apertura:
Dalle ore 9.30 alle 12.30 e dalle ore 15.00 alle ore 18.00
Festivi dalle ore 9.30 alle ore 12.30.
Giorno di Chiusura:
Domenica pomeriggio e lunedì
Tempo medio di visita:
3 ore
Visite guidate:
Su prenotazione
Servizi offerti:
Book shop; Biblioteca d'arte; Fototeca; Punto ristoro.

Il Castello è la sede dei Musei Civici dal 1906. Vi si accede dall’ingresso principale.

Il complesso si articola su quattro grandi sezioni: la Galleria d’Arte antica nel piano nobile; il Museo Archeologico e le Raccolte numismatiche che occupano il pianterreno e il mezzanino dell’ala destra; il Gabinetto dei Disegni e delle Stampe al terzo piano, della stessa ala; la Biblioteca d’arte, storia e etnografia con oltre 20.000 volumi e la Fototeca.

Per la visita alla Galleria d’Arte antica, Museo archeologico, Gabinetto disegni e stampe. Orario dal martedì al sabato 9. 30 - 12. 30 e 15 - 18, domenica solo mattina.

Galleria di Arte Antica

Sala I

La pittura del Trecento in Friuli, è caratterizzata dalla presenza fino alla metà del secolo di maestranze giottesche di formazione padovana o riminese operanti nella chiesa benedettina di S. Maria in Sylvis a Sesto al Reghena o di quelle francescane a Udine e Cividale.

Nel 1348, chiamato dal patriarca Bertrando, viene a Udine Vitale da Bologna per affrescare la cappella maggiore e la cappella di San Nicolò nel Duomo: la sua pittura piacevole per la fresca vena discorsiva (ben lontana dalla severità giottesca) che sfiora la parlata popolaresca per i suoi toni fantastici e immaginosi, per il colore prezioso e cantante, viene presa a modello dagli altri pittori attivi nel territorio, tra i quali il così detto “Maestro del Padiglione” operoso nell’avanzata seconda metà del XIV secolo.

A repertori lombardi sembra invece rifarsi l’ignoto pittore cui si devono gli affreschi con scene profane strappati dalla casa Antonini-Perusini di Via Savorgnana a Udine e qui esposti.

Sala II

Sono visibili in questa sala alcuni dipinti appartenenti a scuole e territori assai diversi tra loro, a testimonianza della variegata cultura figurativa del Quattrocento da cui prende avvio la pittura friulana del Rinascimento, che su substrato di tradizione veneta innesta motivi sia centro italiani che nordici. Il XV secolo registra infatti la presenza in Friuli non solo di artisti toscani, ma anche quella di numerosi pittori o intagliatori provenienti dalla Baviera, dall’Austria, dalla Transilvania.

Nella tavola con la Crocifissione (1468), di recente entrata nelle collezioni museali udinesi, si evidenziano le buone qualità pittoriche di Battista Zagabria (foto), padre del più celebre Pellegrino da S. Daniele, ancora in parte attardato su posizioni gotiche, così come Domenico da Tolmezzo nelle colorate tavolette con David penitente e l’Angelo armato di spada.

Sala III

Di primaria importanza per la comprensione dello sviluppo della pittura in Friuli tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo sono le opere di questa sala.

Da una parte infatti vi si trova la pala di S. Lucia dipinta da Domenico da Tolmezzo nel 1479 per il Duomo di Udine, con struttura architettonica di respiro rinascimentale e figure imitanti modelli vivarineschi.

Dall’altra spicca la tela con Cristo e gli strumenti della Passione che Vittore Carpaccio, uno dei maggiori maestri veneti, dipinse nel 1496 per la chiesa udinese di S. Pietro Martire: nuova l’impaginazione che tiene conto dei raggiungimenti di Antonello da Messina, determinante la presenza del paesaggio, vivace ma non squillante il colore.

Motivi tutti che saranno oggetto di meditazione da parte dei pittori nostrani, in primis Girolamo da Udine cui spetta una corretta Incoronazione della Vergine degli inizi del Cinquecento e Giovanni Martini, intagliatore abilissimo che proprio per la chiesa di S. Pietro Martire dipinse nel 1507 la pala di S. Orsola la cui lunetta con S. Domenico è qui esposta (foto) mentre la parte centrale si conserva al Museo di Brera. 

Sala IV

Protagonista assoluto del Cinquecento friulano, Giovanni Antonio da Pordenone con la sua poetica spericolata e magniloquente, fatta di composizioni di ampio respiro, di figure di plastico modello, di colori caldi e modulati, ebbe notevole ascendente sui pittori contemporanei.

Della sua attività udinese (lavorò tra l’altro in Duomo e in palazzo Tinghi) i musei conservano una rovinata lunetta con dentro il Padre Eterno, resto di una Annunciazione, ricordata persino dal Vasari, che si trova in S. Pietro Martire ed un affresco con la Madonna col Bambino (1516 ca.) strappato dalla Loggia del Lionello dopo il furioso incendio che la distrusse nel 1876.

Alla maniera del Pordenone si rifanno il genero Pomponio Amalteo (foto) prolifico pittore, qui presente con un dipinto di notevole forza già nella chiesa udinese di S. Francesco, e Sebastiano Florigerio coneglianese, che nel Cristo Risorto sembra smorzare i toni cupi e ci chiaroscuri violenti che solitamente caratterizzano la sua produzione.

Sala V

Le grandi dimensioni della sala (che prima del terremoto del 1976 conservava nel soffitto un affresco di Domenico Fabris) hanno motivato la sistemazione - anche al di fuori di uno strettissimo criterio cronologico - di alcuni teleri non altrove collocabili.

In primo luogo la Crocifissione con Santi, il leone di San Marco e le insegne della città di Udine, composizione di grande formato (cm. 284x907) eseguita nel 1476 dal pittore Andrea Bellunello per la sala del Consiglio di Udine. Poi le portelle dell’organo del Duomo di Udine dipinte tra il 1519 ed il 1521 da Pellegrino da S. Daniele, con insolito fare magniloquente; dello stesso un’Annunciazione (1519) già nella Confraternita dei Calzolai, dai toni più lirici e familiari.

Infine “l’Ultima Cena” dipinta nel 1574 da Pomponio Amalteo, sanvitese genero del Pordenone, per il refettorio del convento udinese di S. Francesco della Vigna; in essa il gigantismo delle figure si sposa felicemente con l’affettuosa attenzione ai particolari della vita domestica.

Sala VI

La sala è dominata da un grande dipinto del veneziano Jacopo Negretti, meglio conosciuto come Palma il Giovane, raffigurante “S. Marco che pone la città di Udine sotto la protezione di S. Ermacora” (1595) e strutturato secondo uno schema celebrativo in auge tra il Cinque e il Seicento e più volte ripetuto - per volontà dei Luogotenenti veneti che nel Castello di Udine avevano sede - dai pittori locali Francesco Floreani, Innocenzo Brugno, Alessandro Spilimbergo, Secante Secanti, Antonio Carneo.

Da notare lo scorcio paesaggistico sulla destra, una delle prime seppur parziali vedute della città friulana. Veneto (ma con qualche accento romano) è anche il linguaggio  di Francesco Floreani, udinese, mentre ad altre significative esperienze pittoriche rimandano i dipinti del fiorentino Michele di Ridolfo Ghirlandaio (foto) e dello spagnolo Juan de Juanes che nel Giudizio di Paride riflette alla lontana quel mondo raffaellesco che già aveva entusiasmato suo padre.

Sala VII

In questa stanza sono raccolti soprattutto dipinti dei maggiori interpreti friulani della poetica barocca, Antonio Carneo (foto) e Sebastiano Bombelli.

Del primo, che operò soprattutto per la famiglia Caiselli, rimangono capolavori assoluti che ne documentano a sufficienza le grandi capacità tecniche e compositive, la predilezione per i “ritratti” vivaci ed immediati, ricchi nell’impasto cromatico tenuto preferibilmente sui toni del marrone, esuberanti nel tocco, spregiudicati nell’invenzione, e che evidenziano le radici culturali friulane sulle quali si innestano - ad irrobustirle - tematiche venete facenti capo al Langetti o al Loth, allo Zanchi, al Giordano, al Maffei.

Del secondo, tre splendidi autoritratti nei quali il pittore - che nel genere fece scuola nel Veneto e in Italia e fu molto apprezzato nelle corti europee - dà un’ulteriore conferma del suo eccezionale talento, delle rare capacità di introspezione psicologica, pervenendo inoltre ad esiti altissimi per la felice modulazione del colore.

Il Salone del Parlamento

Il Salone del Parlamento è un vasto ambiente (m 26x13) completato dopo il 1560: è unito al pianterreno da una scala interna e da un monumentale scalone esterno che dà sul cortile ed è opera (1547) di Giovanni da Udine.

Nelle pareti maggiori conserva affreschi che esaltano ad un tempo valori laici e religiosi e sono allusivi al ruolo di Udine e della Patria del Friuli nel contesto della Repubblica di Venezia (Partenza delle navi cristiane, Assedio al Forte di Malgariti, Curzio si getta nella voragine, Morte di Catone Uticense, l’Assedio di Aquileia da parte di Massimino il Trace, due scene allegoriche): ne furono autori tra il 1567 e 1569 Pomponio Amalteo e Gianbattista Grassi.

Nella fascia inferiore, monocromo Trionfo dei Cristiani sui Turchi è in parte opera di Gianbattista Tiepolo. Nel soffitto, entro vari riquadri, dipinti allegorici databili tra la fine del XVI e la fine del XVII secolo ad opera di Giacomo Secante, Secante Secanti, Innocenzo Brugno, Gian Battista de Rubeis.

Sala VIII

In questa stanza sono raccolti soprattutto dipinti dei maggiori interpreti friulani della poetica barocca, Antonio Carneo (foto) e Sebastiano Bombelli.

Del primo, che operò soprattutto per la famiglia Caiselli, rimangono capolavori assoluti che ne documentano a sufficienza le grandi capacità tecniche e compositive, la predilezione per i “ritratti” vivaci ed immediati, ricchi nell’impasto cromatico tenuto preferibilmente sui toni del marrone, esuberanti nel tocco, spregiudicati nell’invenzione, e che evidenziano le radici culturali friulane sulle quali si innestano - ad irrobustirle - tematiche venete facenti capo al Langetti o al Loth, allo Zanchi, al Giordano, al Maffei.

Del secondo, tre splendidi autoritratti nei quali il pittore - che nel genere fece scuola nel Veneto e in Italia e fu molto apprezzato nelle corti europee - dà un’ulteriore conferma del suo eccezionale talento, delle rare capacità di introspezione psicologica, pervenendo inoltre ad esiti altissimi per la felice modulazione del colore.

Sala IX

La sala presenta una panoramica di dipinti appartenenti a quel Seicento veneto che - per lungo tempo considerato un secolo di irrilevante significato artistico - solo in quest’ultimo dopoguerra è stato giustamente rivisitato della critica.

Secolo estremamente complesso, vede i suoi protagonisti affascinati soprattutto dalla forma e dal colore. Lo dimostrano Alessandro Varotari detto il Padovanino, rappresentante tra i maggiori del filone tradizionalista e classicheggiante; Bernardo Strozzi, noto anche come "il Prete genovese" suggestionato prima dal manierismo lombardo, poi dalla pittura veneziana che gli permise di arricchire le sue opere di preziosismi materici; Gianbattista Langetti lui pure genovese di nascita, esuberante esponente della corrente naturalista nell’area veneta; Pietro Ricchi, lucchese, seguace del Reni, che molto operò in Lombardia e nel Veneto e che proprio a Udine, dove nella chiesa del Carmine, dipinse l’estasi di S. Teresa e si spense nel 1675.

Sala X

La sala è dedicata ai dipinti di due grandi artisti:  Luca Carlevaris e Gian  battista Tiepolo.

Il primo, udinese di nascita ma veneziano per formazione culturale, ebbe gran fortuna per essersi servito, nelle sue vedute, della camera oscura, l’uso della quale insegnò anche al discepolo Canaletto. È a lui attribuita una giovanile Veduta prospettica di Udine (foto), ancor oggi meritevole d’attenzione per il recupero del suo passato impianto urbano, l’opera fino al 1962 era attribuita a Jacques Calot in base alle analogie esistenti tra le figure che animano le scenette della pianta di Udine e quelle delle sue incisioni; tale attribuzione ebbe validità fino a quando Aldo Rizzi mise in discussione la paternità dell’opera.

Ora si presume sia di Giuseppe Cosattini (1625-1699), canonico di Aquileia che ebbe in vita larga fama, tanto da lavorare per tre anni alla corte di Vienna come ritrattista (ca. 1670).

Del secondo, che a Udine lasciò importanti cicli di affreschi nel Duomo e nel palazzo Arcivescovile tra il 1726 ed il 1729, il Museo conserva diversi dipinti eseguiti per chiese o per nobili famiglie udinesi: tra essi il celebre “Consilium in arena”, commissionatogli a ricordo della seduta in cui il conte mons. Antonio di Montegnacco ottenne, nel 1748 la conferma del diritto dell’intera nobiltà udinese di essere iscritta all’Ordine di Malta. È opera in collaborazione con il figlio Giandomenico.

Sala XI

La sala è caratterizzata dalla presenza di dipinti dei secoli XVII E XVIII eseguiti da artisti diversi, tutti però facenti parte della scuola veneta, il che permette di trovare un comune denominatore anche in presenza di tematiche diverse. Spiccano i nomi dei bellunesi Sebastiano Ricci, protagonista del rococò europeo, cui viene attribuito un arioso, elegante paesaggio eseguito in collaborazione con il nipote Marco.

Gaspare Diziani, largamente attivo in Friuli, è qui presente con un calibrato Sposalizio della Vergine, del Longhi, veneziano, spetta il bel ritratto di Ludovico Manin, ultimo Doge di Venezia; di Giandomenico Tiepolo, autore di un delicato S. Vincenzo Ferreri, dipinto probabilmente nel tempo in cui con il padre, affrescava l’oratorio udinese della Purità (1759).

Sala XII

Notevole influenza sugli artisti friulani del Settecento esercitò la pittura di Nicola Grassi, nato a Formeaso di Zuglio, ma dal 1712 circa, residente a Venezia, alle cui opere è dedicata questa sala.

Nell'Adorazione dei Magi, così come nell'Incontro di Giacobbe con Rachele, nell'Assunzione della Vergine come nell'Ultima Cena è possibile ritrovare quella pittura sempre robusta, ma ad un tempo resa aggraziata dai prestiti piazzetteschi ed aggiornata sui modelli illustri forniti dal Ricci, dal Pellegrino, dal Tiepolo, che si ammira anche nei dipinti delle chiese carniche di Cabia e Sezza, di Tolmezzo e di Ampezzo.

Del cividalese Francesco Chiarottini è esposto un quadretto sacro, corretto e piacevole, che però non mette in luce le reali capacità che questo fecondo imitatore del Tiepolo espresse nei tanti cicli d’affreschi che ancora si conservano a Udine, a Cividale e in altre località friulane.

Sala XIII

È l’ultima sala della Galleria d’Arte Antica: il discorso relativo alla pittura dalla seconda metà dell’Ottocento ad oggi viene infatti proseguito nella Museo d'Arte Moderna e Contemporanea di Casa Cavazzini.

In questa sala si ammirano due quadri di Giuseppe Bernardino Bison, originario di Palmanova (1762-1844), artista fecondissimo che pur operando in periodo neoclassico non si allontanò mai dalla maniera dei grandi maestri veneti del Settecento e molti dipinti dell’udinese Odorico Politi nei quali traspare un accademismo di fondo mitigato dalle buone qualità pittoriche ed inventive.

Il realismo borghese del XIX secolo è ricordato dal quadrone di Giovanni Paglierini e dal Ritratto del numismatico Cigoi di Luigi Pletti, mentre lo spirito romantico traspare nel “Diluvio” di Filippo Giuseppini, dipinto che ebbe tanto successo negli ambienti accademici da essere enfaticamente ritenuto non inferiore alle più celebri pitture dell’epoca.

Il Museo Archeologico

Formatosi nel secolo scorso per lasciti e donazioni, il Museo Archeologico dei Civici Musei del Castello comprende una ricca collezione di materiali aquileiesi (provenienti dagli scavi delle necropoli dei fondi di Toppo) tra cui spiccano le ambre e centinaia di oggetti in vetro e ceramica.

Una importante raccolta di oggetti dell’Italia meridionale comprende terrecotte e vasi greci e magno greci. Negli ultimi anni gli scavi condotti a Udine e nel territorio della provincia hanno portato all’acquisizione di copiosi ed importanti documenti della preistoria e dell’età del bronzo, del primo periodo romano (area di Sivigliano ove sorgeva un santuario paleoveneto), del periodo altomedievale (Castello di Udine) e del basso medioevo (Piazza Venerio a Udine) con centinaia di oggetti in ceramica integralmente ricostruiti.

Al Museo Archeologico si affianca un Gabinetto Numismatico che, nelle diverse raccolte, tra cui spiccano quelle delle zecche romana e medioevale di Aquileia, di duemila medaglie e di numerosi esemplari di cartamoneta.

La Donazione Ciceri

Nel piano inferiore, dietro la biglietteria si può accedere alle salette che nel XVI secolo erano riservate agli ufficiali e al corpo di guardia.

Nella parte più ampia di questi locali, proprio sopra le carceri, è stata collocata la collezione Ciceri, composta da varie sculture lignee che risultano di notevole interesse, espressione della religiosità popolare e della tradizione artistica diffusasi nell’arco alpino orientale, con chiari influssi tedeschi e slavi.

Gabinetto dei Disegni e delle Stampe

Il Gabinetto dei Disegni e delle Stampe comprende alcune migliaia di pezzi, e una buona documentazione sulla cartografia locale. A richiesta si può accedere alla Fototeca, che comprende più di centomila pezzi tra positivi, lastre e negativi, di argomento friulano.

Di particolare valore alcune tra le più antiche riprese fotografiche note del Friuli (seconda metà del sec. XIX) oltre ad alcuni fondi che documentano l’attività di studi fotografici cittadini per più generazioni (Brisighelli, Pignat, Malignani, Buiatti ecc.).

La Biblioteca d'Arte

Ricca di oltre ventimila volumi, la Biblioteca d’Arte è aperta alla consultazione da parte di studiosi e studenti ed è particolarmente attrezzata per lo studio del patrimonio storico-artistico locale e nazionale.

 

 

Viaggio in Friuli Venezia Giulia - Tutti i diritti riservati - © Avatar Project