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Udine - Chiesetta di Sant'Antonio da Padova

Quella che attualmente è la chiesetta intitolata a S. Antonio da Padova a Udine, nonostante il suo modesto aspetto, risulta piuttosto antica. Infatti, la nobile famiglia udinese dei conti de’ Valentinis, volendo porre la casata sotto la protezione di San Valentino, nel 1355 erigeva al suo culto una chiesa in fondo di proprietà presso porta Cividale, in capo a Via Pracchiuso.

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L'attuale chiesetta di Sant'Antonio sul finire dell'Ottocento

La chiesetta svolse così la funzione di oratorio per le esigenze religiose dei borghigiani. Lasciata in abbandono dopo la costruzione della nuova chiesa di San Valentino nel 1574, che diverrà poi la parrocchiale, questa chiesetta ebbe diverse traversie e sembra che ospitò persino un’osteria, nel 1812 con il nome prima alla Fenice e poi, gestita da Antonio Sedco, con il ben più macabro nome di “Osteria del Boia”.

Questo nome venne mutuato dal fatto che storicamente il boia della città aveva in usufrutto un orto posto nei pressi di Via Tomadini, terreno che viene citato già in un documento del 1480 in cui è scritto che Ser Nicolò di Donna Onesta donò al convento dei Serviti la sua braida del Boia “posita in Utino in loco dicto Pracluso”.

La notizia dell’osteria viene riportata, presa dagli scritti delle Pagine Friulane del 1901, nella monumentale opera di Giovanni Battista Della Porta sulle case udinesi. Però qui si unificano le notizie sulla chiesetta e sul vicino stabile n. 1461, esistente agli odierni civici 28, 30, 32, di cui forse era una pertinenza. Non è quindi ben chiaro dove fosse precisamente l’osteria, anche se il nome Alla Fenice fa pensare ad una rinascita dopo un lungo abbandono.

L’edificio si prestò ai più svariati usi, sino a che il parroco della Madonna delle Grazie, mons. Pietro Dell’Oste nel 1899 acquistò la chiesetta curandone il restauro. Il 29 dicembre 1901 l’arcivescovo Pietro Zamburlini la riconsacrava, intitolandola al Santissimo Redentore.

Ma le disavventure di questa chiesetta non finirono, perché l’edificio nelle guerra 1915-18 fu requisito dal Comando supremo italiano per farne deposito di materiale sanitario. Scalfito dal fuoco dei combattimenti fuori Porta Pracchiuso al avvicinarsi degli austro-tedeschi alla città, l’edificio venne poi saccheggiato dagli austriaci nel 1918, solo dopo diversi mesi di occupazione, quando si scoprì il contenuto (valutato 100.000 lire di allora), per dieci mesi occultato dal parroco.

I soldati fecero anche precipitare le campane, che però dopo l’energico intervento del parroco, con regolamento austriaco alla mano, furono poste nuovamente nel campaniletto.

Dopo la guerra continuò la sua funzione di deposito, specie di mobili, sino al 1956. In quell’anno il cavalier Gregorio Job, prese a cuore le sorti della chiesetta, essendo che quotidianamente incrociava l’edificio la sera, quando dopo il lavoro dalla sua abitazione in Via Quintino Sella si recava a svagarsi all’osteria della Casa Rossa.

Donò la somma di un milione per far restaurare l’oratorio e dedicarlo a Sant’Antonio da Padova. Santo che vanta una diffusa devozione in Friuli e che nel 1227 aveva sostato in borgo Pracchiuso, mentre era in viaggio per Gemona del Friuli, per predicare agli udinesi. Secondo la leggenda lo fece da sopra un gelso.

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La chiesetta di Sant'Antonio (Foto Giorgio De Zorzi)

Si fecero quindi i lavori necessari, che compresero il tetto, la costruzione dell’altare, la levigazione del pavimento a l’allacciamento elettrico.

Il 10 marzo 1957 si tenne la solenne cerimonia di riconciliazione della chiesa. Dopo la messa delle 17, in processione dalla Madonna delle Grazie, il parroco, delegato dall’ordinario, procedette alla formula di rito, alla benedizione del tabernacolo e della statua di Sant’Antonio. Il 13 giugno successivo fu celebrata nella chiesetta la festa del santo.

Oggi la chiesetta di Sant’Antonio è aperta ai devoti quotidianamente e la domenica è sede di celebrazioni della comunità cristiano-copta.

 

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