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Pordenone - Il Trecento

Le abitazioni comuni di Pordenone, fino ai primi del Trecento, erano costituite da misere capanne di legno con tetti di paglia poste in strade fangose e strette, una vicina all’altra, con il rischio continuo che si sviluppassero incendi.

Memorabile, dopo l’incendio di rappresaglia del patriarca Bertoldo del secolo precedente, fu quello della vigilia di San Bartolomeo, nell’agosto del 1318, quando dopo una grande siccità si sviluppò un incendio inarrestabile che ridusse in cenere gran parte delle case. I pordenonesi però non si persero d’animo e si rimisero nuovamente al lavoro, ricostruiendo però le loro nuove case, sia pubbliche che private, in muratura.

Nel 1340 Pordenone entrò, insieme ai suoi giurisdicenti, nella Lega Friulana contro il patriarca Bertrando. Il novembre 1347 il re di Polonia Ludovico si fermò a Pordenone con 500 cavalli e fu trattato con ogni onore e riguardo. Poi, il 3 dicembre, egli si diresse a Cittadella.

Un altro fatto avvenne il 10 dicembre 1351 quando i nobili militi Enrico di Walsee e Corrado di Auffenstein, con molti signori tedeschi e con Simone di Valvasone furono ospitati a Spilimbergo. Il giorno dopo si recarono a Pordenone e presentarono la loro moneta al capitano di Pordenone, Biachino di Porcia, ma questi non volle accettarla. Poi ritornarono in Austria presso il duca per riferirgli sull’incarico avuto.

Per Biachino però le cose non andarono bene. Il 16 luglio 1352 giunse a Cordenòns, per ordine del duca d’Austria, il milite Weissenek con molti armati ed il 15 ottobre cacciò da Pordenone messer Biachino. Il dominio del luogo con l’abitazione fu dato dal duca a Corrado di Auffenstein.

Era anche questo un indice della nuova politica che il duca d’Austria intendeva condurre, cioè mettere nelle mani dei suoi tedeschi quei possessi che la sua casa aveva o pretendeva di avere in Friuli, come punto di partenza per ulteriori occupazioni.

Alberto II duca d’Austria morì il 20 Luglio 1358 lasciando suoi eredi Rodolfo IV, Alberto II e Leopoldo III. Il giovane Rodolfo era molto ambizioso ed usava dire “che nei suoi stati era papa, vescovo e decano”. Egli pensò di seguire la politica paterna cercando di allargare la sua potenza. ed approfittando della debolezza dello stato patriarcale si aggiudicò i castelli della Carinzia e della Carniola e quelli del Friuli, sapendo di poter contare per l’esecuzione di questo progetto, sul conte di Gorizia il quale, come palatino di Carinzia, era suo feudatario.

Una tregua di tredici anni (scadeva nel 1363) era stata concordata tra il patriarca Nicolò di Lussemburgo e Alberto II. Rodolfo IV si preparava quindi a muovere guerra per quella data allo stato patriarcale. Per finanziare la campagna, fra l’altro, impegnò la città di Pordenone per 8000 ducati d’oro ai Signori di Lisca (Veronesi) ed in seguito ai Signori di Spilimbergo (1362) e ai Boninsegna di Venezia (1364).

Ma non si aspettò la scadenza della tregua e l’11 agosto 1361 il patriarca Lodovico della Torre mandò le sue truppe a danneggiare i signori di Spilimbergo, spingendosi il giorno dopo sino a Barbeano, per bruciarlo. Nella lotta oltre ad alcuni feriti fu ucciso un familiare del patriarca. Le truppe si rifugiarono poi a San Daniele.

Il 14 agosto giunsero a Villanova presso Carpacco 800 armati inviati dal duca Rodolfo ed il 16 attaccarono assieme ai Signori di Spilimbergo, Ragogna, Pordenone, e Prata, la cittadina di S. Daniele, bruciandola. Dopo cinque giorni si diressero verso Turrida dove le cortine di Sedegliano e Gradisca scesero a patti arrendendosi.

Il 29 agosto, Rodolfo e Federico con 4000 cavalieri giunsero a Gorizia ed incominciarono a guerreggiare attaccando Manzano, Buttrio, Rosazzo e altre parti. Troppo lungo sarebbe narrare tutti gli avveniente di queste operazioni guerresche.

Ci limitiamo a riportare qui quanto ci racconta un cronista in relazione a Pordenone, visto che nel 1366 Francesco di Savorgnano, capitano di Udine, con un’energica campagna aveva stretto d’assedio Pordenone: “anche la terra di Pordenone era ridotta agli estremi; se non ci fosse stata la venuta del patriarca Marquardo e si fosse invece continuato per un mese ancora si sarebbe arresa alla chiesa d’Aquileia. Alla venuta di lui fu trattata la pace fra i predetti di Pordenone e il Patriarca di Aquileia. Ed in tal modo sotto lo stesso signor Patriarca tutti quelli della Patria rimasero fedeli”.

Il 23 aprile 1366 si radunò a Udine il Parlamento e si tratto “del fatto di questa guerra e massime nell’ordine di seguire del fatto di Pordenone, perché gli uomini vi si dispongano”.

Queste parole non sono molto chiare ma è certo che Pordenone rimase in possesso degli austriaci e che il 30 maggio fu conclusa una tregua tra il patriarca e i rappresentanti dei duchi d’Austria ed ognuno tenne quello che possedeva. Furono riaperte le strade per i commerci e i prigionieri liberati. Ogni questione controversa fu rimessa al giudizio dell’imperatore.

Pordenone tornata ai duchi d’Austria, venne impegnata per una grossa somma ai Visconti di Milano (1366) Si effettuarono nuovi baratti ma a Pordenone furono risparmiati i dolori quasi generali durante le furiose lotte all’epoca del patriarca Filippo d’Alençon (1381-1387).

 

 

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