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Pordenone - Il Settecento

Sotto la Serenissima, a fianco a quella economica, vi fu anche una notevole fioritura artistica e culturale. La vita di Pordenone nel settecento è narrata in una gustosissima cronaca di Giovanni Battista Pomo, che Pieraldo Marasi riporta: “Nella città di allora si svolgevano traffici, gran passaggio di compagnie armate, arrivi e partenze dal porto sul Noncello di imbarcazioni da e per Venezia, grandi banchetti con dovizia di vivande di ogni specie, incontri tra teste coronate e personaggi illustri con i loro variopinti seguiti, duelli, burle.

Cronaca nera e rosa: ma sempre vita, una gran vita insopprimibile. Ecco un piccolo esempio dimostrativo che il cronista riporta. Il 31 marzo 1738 Pordenone (poco più di un grosso borgo contadino) venne letteralmente invasa da centinaia e centinaia di “foresti” d’ogni rango. principi, ambasciatori, cavalieri, commissari, ispettori, palafrenieri, cuochi, portantini, staffette, messi, monsignori, badesse, contesse, damigelle, reggimoccolo, ciambellani ecc.

Era di transito e si fermava per una sola notte la regina Maria Amalia, figlia del duca di Sassonia e re di Polonia sposata a Dresda per procura all’infante di Spagna: don Carlo re di Napoli e di Sicilia. S’incrociavano a Pordenone linguaggi più diversi, i dialetti più incomprensibili, mentre è facile supporre la babele di ordini e contrordini che esplodevano nelle strade lungo il reale passaggio.

Bisognava dare alla potente regina — piuttosto belloccia e simpatica — un’ospitalità degna di lei, garantendole un ferreo servizio d’ordine. — facile immaginare quanti problemi — non solo logistici — provocò la venuta di Maria Amalia. Chissà quanti ladri, borseggiatori, spie, potevano aggirarsi tra le persone del seguito e delle due compagnie di “Fanti Italiani del Reggimento Napoleon” spedito da Venezia, chissà quante sbronze nelle osterie della città, potevano accendere schiamazzi e liti.

Eppure ce lo assicura il giornalista d’allora: “il tutto segui con buona regola e buona disposizione senza disordine alcune quello che è da considerare, senza alcuna confusione da parte alcuna”; anche se la maggioranza dei pordenonesi — per la curiosità o per aver ceduto il proprio letto a un ospite — passò la notte in piedi passeggiando e chiacchierando. Evidentemente non fu solo una prova di efficienza organizzativa, ma di maturità civile. Ecco, in questo modo di vivere, in questo stile è riconoscibile Pordenone”.

Verso la meta del secolo XVIII apparve a Pordenone il gioco del pallone, gioco che aveva appassionato alcuni nobili pordenonesi i quali, dopo un periodo di allenamento allestirono degli incontri in un campo definito: “molto comodo e de’ migliori”. Infatti, a loro spese avevano adattato e livellato piazza della Motta, portando un centinaio di carri di sabbia, fecero togliere le grondaie che sporgevano in due palazzi, ed un poggiolo in pietra che poteva essere d’intralcio al gioco.

Non si deve credere che il gioco del pallone sia quello odierno. Il primo incontro avvenne il 25 giugno 1745 quando s’incontrò la squadra composta dal conte Massimiliano di Valvasone, dal conte Giuseppe Beltrame e dai cugini Moro tutti di Valvasone, contro i quattro pordenonesi: il nobile Michele Mantica, Marco Scotti, Giacomo Antonio Poletti e Antonio Valle. Dopo due ore continue di gioco questi ultimi risultarono vincitori di trentacinque punti. Da allora in poi si svolsero altre partite  e questa passione duro fino al 1760.

 

 

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