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Marano Lagunare - Storia

Le Origini

Il nome di Marano Lagunare, comune in provincia di Udine, potrebbe nascere dal toponimo prediale Marius (declinato in -anu), oppure potrebbe anche derivare dalla parola friulana maràn “piazzetta cinta da casupole e con una sola entrata o uscita” (Prati).

Si può dire che il potere del Patriarcato di Aquileia abbia avuto l’avvio da Marano, in quanto qui nel 588 si tenne un sinodo di vescovi della regione, promosso dal metropolita di Aquileia Severo, nel corso del quale fu registrata la condanna dei “Tre Capitoli” di papa Virgilio. Il vescovo metropolitano aquileiese, rifiutando come altri quelle vescovi occidentali quelle condanne e sconfessando così il Papa, proprio in quella occasione assunse il titolo di Patriarca, proclamando l'autocefalia della chiesa aquileiese e ottenendo obbedienza da tutte le sedi episcopali suffraganee. Da qui ebbe origine uno sisma con la Chiesa di Roma che durò sino alla dieta di Pavia del 698.

 

Il Medioevo

Il 13 luglio 1031 con un documento il Patriarca Poppone annunciò di aver costituito cinquanta benefici corali per provvedere al sostentamento decoroso del Capitolo di Aquileia. Fra questi è nominato anche Marano. Egli riconobbe anche che Marano era centro di primaria importanza per la difesa del suo territorio dagli attacchi che venivano dal mare. La abbellì e la munì di poderose mura che per secoli la resero inespugnabile.

Marano si rese Comunità (senza però avere voce nel Parlamento Friulano) ed i patriarchi vi tenevano un Podestà che era coadiuvato da un Consiglio Popolare. Lunghe furono le lotte tra il Patriarcato e Venezia per il possesso di Marano.

Nel 1217 la rocca fu rovinata dai Veneziani per i quali rappresentava un serio pericolo. Le distruzioni si rinnovarono nel 1254 e in conseguenza il Patriarca Gregorio da Montelongo venne in soccorso ai Maranesi. Nel 1287 Marano cadde in possesso dei Veneziani, passando in feudo ad Artico di Castello. Ritornò poi al Patriarcato.

Marano cominciò a passare da un signore all’altro anche perché i proventi delle saline invogliavano al suo possesso. Per questo motivo il Patriarca Ottobono de’ Razzi inviò un forte contingente di truppe a sua difesa (1307). Analoghe precauzioni si adottarono anche nel 1378.

Il 1° novembre 1379 a Udine si seppe che tredici galee genovesi erano giunte a Marano per rifornirsi di viveri, il consiglio cittadino deliberò che Federico Savorgnano con altri due accompagnassero il Patriarca sino a quel luogo per indurre i mercanti a dare ai genovesi quanto occorreva e a giusto prezzo.

L’importanza di Marano non era solo quella di essere un opportuno porto di rifornimenti, ma anche nel servire al controllo del mare. Sappiamo infatti che nel 1380 due galeotte genovesi incrociavano l’una a Marano, l’altra a Muggia le acque del golfo.

Marano partecipò alle lotte durante il Patriarcato di Filippo d’Alençon (1385). Anche Udine s’interessò alla sua sorte e nel 1403 v’inviò schiere d’armati, cercando poi nel 1409 di convincere la Comunità a ritornare sotto il Patriarca. Marano invece il 1411 inalbero il vessillo imperiale. Nel 1420 si ebbe la presa da parte della Repubblica di S. Marco di questa rocca tanto agognata.

La Serenissima riconobbe gli statuti e i privilegi di Marano e riconoscendo l’importanza, vi inviò un Provveditore scelto tra il patriziato veneto.

 

Il Cinquecento e il dominio veneziano

Nelle lotte tra Venezia e Massimiliano d’Austria (questi cercava di conquistare tutto il Friuli), avvenne un fatto importante per Marano. Nel 1513, Cristoforo Frangipane, al servizio degli imperiali, saputo che per volere del luogotenente, Nicolò Tiepolo, uomo energico ed instancabile, era stato richiamato da Marano inopportunamente lasciandovi poca guarnigione, approfittò della buona occasione e, di buon mattino, partì in fretta da Gorizia con 400 cavalli e 600 fanti e si portò a Marano.

Fatto segno a Bartolomeo da Mortegliano, un prete che si era introdotto a Marano con la scusa di portar via dei suoi beni, questi, con tradimento, apri le porte e mise la fortezza nelle mani degli imperiali che entrarono senza colpo ferire, 13 dicembre 1513. Questo luogo infatti, forte per natura grazie alle paludi e alle lagune, era stato mirabilmente fortificato dai Veneziani.

Era necessario da parte veneziana recuperare subito la fortezza, attaccandola dal mare e da terra. S’inviarono pertanto 5 galere, dodici fuste e cento barche armate, mentre da Udine uscì Baldassarre Scipione con 800 cavalieri, 600 pedoni e 4.000 contadini, sapendo tuttavia che per terra c’erano pochissime possibilità di conquistare la cittadina.

Lo stesso Scipione montò su una galera, ma a Marano vi erano gli imperiali con 5.000 uomini e 12 colubrine. L’esercito veneto ritornò a Udine senza combattere e i marinai scesi a terra si dispersero per i campi e tardarono non poco a ritornare sulle navi. Scipione fu ferito, 500 uomini in parte uccisi e in parte annegati e una galera in mano nemica. Gli imperiali lasciarono buon presidio a Marano e si diressero a Monfalcone distruggendo la rocca difesa eroicamente da 50 soldati con artiglierie.

Dopo alterne vicende guerresche i veneziani decisero nel 1514 di riprendersi Marano. Mandarono molte navi ben armate sotto il comando di Vincenzo Cappello e per terra mandarono un buon esercito di cavalli e fanti comandati da Girolamo Vitturi e Gian Paolo Manfroni, valente capitano.

Costoro giudicando cosa vile prendere il nemico per fame, apprestarono ogni sorta di macchine da guerra antiche e moderne per assalire la città. Ma quei di Marano insieme con gli imperiali si difesero gettando da lontano palle di fuoco e facendo delle sortite con sanguinosa strage da ambo le parti.

I Veneziani tentarono con ogni mezzo la conquista, ma passati due mesi e siccome stava sopraggiungendo un nuovo esercito imperiale furono costretti a lasciare l’assedio. Intanto gli imperiali bruciarono Porpetto fecero delle scorrerie, rifornirono quei di Marano e ritornarono nella fortezza di Gradisca.

Pochi giorni dopo usciti di nuovo misero in fuga le genti veneziane, che stavano a Castions, presero il Vitturi e uccisero molti nemici facendo numerosi prigionieri mentre il 13 luglio 1514 il resto dell’esercito fuggi a Pradamano.

Continuarono le scaramucce ma con i patti di Noyron del 13 agosto 1516, che avevano carattere di tregua più che di pace, fu diviso il territorio conteso. Ciò fu confermato il 31 luglio 1518 e Marano restò sotto l’Austria.

La notte del 2 gennaio 1542 Bertrando Sacchia di Udine, Giulio Cipriani detto il Moretto di Brescia e Castro da Pirano, tre arditi avventurieri, fingendosi venditori di granaglie riuscirono a penetrare a Marano. Con l’aiuto di alcuni loro seguaci, già in loco, e quello degli abitanti, fecero deporre le armi al presidio tedesco e catturarono Ermanno Grünhoffer che lo comandava.

I tre capi dell’impresa ben sapendo che non sarebbero stati in grado di difendere la fortezza decisero di cederla a Pietro Strozzi il quale ne prese subito possesso con una compagnia di archibugieri da lui assoldata in Friuli a nome del re di Francia suo signore.

Nicolò della Torre, capitano di Gradisca presumendo che ciò fosse opera di Venezia, si diede allora a saccheggiare le ville soggette ai Veneti, occupò Aquileia, costruì sotto Marano due bastioni munendoli di artiglieria e con l’aiuto di barche armate tentò più volte di prendere Marano via mare.

Gli archibugieri dello Strozzi uniti con le bande assoldate da Martino Grimani Patriarca di Aquileia, respinsero valorosamente questi assalti e cominciarono a costruire un forte a Lignano in territorio veneziano. Ma la Signoria veneziana fece abbattere questa fortificazione nel febbraio 1543. Pietro Strozzi ottenuta in dono dal re di Francia la fortezza la rivendette ai Veneziani per 35.000 ducati minacciando altrimenti di metterla nelle mani dei Turchi. Venezia accettò ed i suoi soldati entrarono a Marano il 29 novembre 1543.

L’Austria denunciò questo contratto come irregolare. Essa, infatti, voleva recuperare Marano ad ogni costo ed in qualunque maniera perché diventando padrona di Marano e Trieste poteva vantare i suoi diritti sulla libera navigazione.

A Venezia non parve troppo il denaro speso perché ciò salvò i suoi diritti e nonostante i continui rimproveri e scoppi di malumore da parte austriaca, fece orecchie da mercante lasciando correre il tempo che avrebbe aggiustato tutte le difficoltà.

 

Il Periodo austriaco

Marano rimase sotto Venezia sino alla sua caduta, nel 1797. Entrò a far parte del Regno d’Italia francese nel 1805 come comune inserito nel Dipartimento di Passariano, Distretto di Gradisca (II) e Cantone di Palma (III). Passò quindi all’amministrazione austriaca che nel 1814 lo dichiarò comune di III classe della provincia del Friuli, distretto di Palma.
In questo periodo la sempre minor importanza militare, condiziona anche lo sviluppo dell'abitato. La carenza d'acqua e le continue epidemie, in particolare in quest'epoca quella di colera del 1836, rendono Marano un posto al limite della sopravvivenza. 
Marano rimase sotto l'impero austro-ungarico sino al 1866 quando si unì al Regno d’Italia.
Con il decreto del 8 ottobre 1867 venne denominato Marano Lacunare che poi verrà variato in Marano Lagunare il 20 luglio 1893.

 

Il ritorno all’Italia

Al ripetersi dell'ennesima epidemia, nel 1886, il sindaco Rinaldo Olivotto prese delle contromisure. Chiese ed ottenne nel 1889 di abbattere le mura per favorire la salubrità dell'aria e lo smaltimento delle acque stagnanti, infiltrate da sostanze generate dalla decomposizione dei rifiuti. Promosse anche la fondazione della pescheria e del nuovo acquedotto.

Nell'abbattimento delle mura furono rinvenuti i resti di una chiesa, probabilmente paleocristiana. Purtroppo le urgenze sociali dell'epoca costrinsero a costruire sopra questi resti delle case popolari, perdendo queste preziose testimonianze.

Nel 1899 vennero fissate le regole della pesca. Dove c’erano i resti del Bastione Sant’Antonio delle mura, venne creata un’ìndustria conserviera di pesce.

Questa venne acquistata nel 1938 da Igino Mazzola, che costruirà anche una flotta per la pesca d’altura. Nascerà così la fabbrica Maruzzella, che proseguirà la sua attività fino al 2011. Nel 1978 fu compresa nell’elenco delle “Zone umide di valore internazionale”, secondo ad una convenzione a cui ha aderito anche l’Italia nel 1971.

Parallelamente allo stabilimento si è sviluppata l’attività di pesca autonoma, facendo di Marano Lagunare uno dei più importanti porti per la pesca nell’alto Adriatico.

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