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Udine - Piazza LibertÓ

Fin dai tempi più antichi, alla base del Castello, esisteva uno spiazzo degradante dal colle, abbastanza ristretto, dove, qua e là, sorgevano delle casupole che circondavano un'area di libera circolazione.

Dal XIII secolo, le mura della seconda cerchia tagliavano l’attuale piazza tra la colonna con il Leone di San Marco e la Statua della Pace, passando poi fra le vie Cavour e Via Rialto. Le vie Cavour e Manin erano allora una fossa e, a fianco della colonna, circa dove oggi c’è la fontana, si apriva Porta Aquileia.

La piazza fu ampliata verso sud nel 1171. Una roggia proveniente da Via Rialto passava davanti le case del lato meridionale della piazza scaricandosi nella fossa. Questo piccolo spazio, fino al secolo XVIII, era il luogo di ritrovo dei sensali del vino e prese perciò il nome di “Plàzze dal Vin”, Piazza del vino.

Dopo la metà del Trecento, nella piazza ebbe sede la “Domus consilii” o “Domus comunis”. Prima invece il consiglio cittadino si teneva in una casa nella vicina via Manin. Questo spiazzo venne quindi chiamato “Plàzze dal Común” piazza del Comune.

 

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Con l’avvento della dominazione Veneziana, il luogotenente Girolamo Contarini nel 1484 volendo abbellire la piazza, l’allargò facendo abbattere alcune vecchie case. Nel 1531 un altro Contarini demolì la diroccata chiesa di San Giovanni distrutta dal terremoto del 1511 e la rialzò col terrapieno per renderlo piano. Fu allora che prese il nome di “Plàzze Contarene”, Piazza Contarena, nome che nel secolo XIX si estese anche alla Plàzze dal vin.

La parte rialzata, durante il dominio austriaco, dicevasi anche “Gran Guardie”, perché c’era un corpo di guardia permanente nei saloni del porticato a sud della chiesa. Infatti in alcune stampe si vede anche rappresentata al centro della piazza una rastrelliera per fucili. Nel 1866, con l’annessione all’Italia, piazza Contarena e la Plàzze dal Vin vennero unificate e intitolate al re d'Italia Vittorio Emanuele II. Al centro della piazza nel 1883 fu posto il monumento equestre al re, dove fino all’epoca austriaca era posta la “berlina”.

Il 12 maggio 1945 alla piazza venne imposto il nome Della Libertà. Il 12 novembre 1947 il monumento a Vittorio Emanuele II venne trasportato nei Giardini Ricasoli. Definita la più veneziana dopo San Marco, è un piccolo gioiello architettonico al cui fascino non ci si può sottrarre.

L’arredamento della piazza si può dire un insieme che una mano felice ha disposto in pochi metri quadrati di superficie. I giganti di pietra, l’arco d’ingresso al Castello che domina dall’alto di un colle, la statua eretta in occasione del trattato di Campoformido, le due colonne, l’una con la statua della Giustizia, l’altra col Leone veneto, e infine, l’elegantissima fontana, sembrano tutti personaggi riuniti in un salotto di inarrivabile armonia, posti fra il Porticato rinascimentale di San Giovanni e la Loggia gotico-veneziana del Lionello, sorvegliati dai due mori che battono le ore sul tetto della torre dell'orologio.

Ci sono numerosi ed interessanti elementi d’arredo presenti in piazza Libertà. Della Loggia del Lionello viene trattato in una apposita scheda.

La Fontana

La fontana di Piazza Libertà è posta sul piano rialzato che precede il Porticato di San Giovanni. Risale al Rinascimento e fu costruita nel 1542 insieme a quella di Piazza San Giacomo (disegnata da Giovanni da Udine) a conclusione del nuovo acquedotto voluto dal Luogotenente Nicolò Da Ponte e realizzato dall’ingegnere bergamasco Giovanni da Carrara.

Il 12 aprile 1542 il Consiglio Comunale incaricò all’esecuzione della fontana lo scalpellino mastro Cipriano. Non si sa bene, tuttavia, chi ne sia il disegnatore. 

La critica fu divisa nell'attribuirne la paternità tra Giovanni da Udine e il Carrara. Giuseppe Bergamini avanza invece l’ipotesi che sia stato lo stesso, purtroppo oscuro, Mastro Cipriano a progettarla oltre che realizzarla, compensato, come emerge da documenti, con sei scudi d’oro.

L’acqua zampillò dalla fontana il 19 maggio dello stesso anno, anche se questa non era ultimata. L’orgoglio della città per l'opera emerge dalle severe leggi a sua protezione. 

Il Porticato di San Giovanni

Sorge nel lato di piazza Libertà che confina con il colle del Castello e si estende dall’arco Bollani sino al limite del terrapieno.

Fin dal Trecento, nel luogo dove oggi sorge il Porticato, si trovava una chiesa dedicata a San Giovanni, sede della confraternita dei notai. Nello spazio antistante, un tempo occupato dalle mura, venne a crearsi un luogo di ritrovo e, nella seconda metà del Quattrocento, fece venire al luogotenente Giovanni Emo l’idea di creare una piazza vera e propria e di chiuderla con case e monumenti.

Dopo il terremoto del 1511, la piccola loggia vicina alla chiesa crollò e la chiesa stessa fu gravemente danneggiata. Il duca d’Urbino di passaggio a Udine nel 1530, caldeggiò presso il comune il proposito di modificare la piazza. Si cominciò così nel 1531 con la demolizione della chiesa, per continuare con alcune casette adiacenti. Le costruzioni sorgevano su un fondo donato dalla Comunità a Valerio Filippini per alcune benemerenze.

Particolare curioso, non si trovarono operai che avessero coraggio di cominciare la demolizione della chiesa. Poi, testimone una vecchia domestica di Casa Filippini, un certo Zuane Zamoro salì sul tetto e comincio la demolizione, allora altri lo seguirono. L’unico cimelio della antica chiesetta rimasto è la campana che dondola ancora sulla specola del Castello.

Non essendo state interpellate le autorità ecclesiastiche il gesto fu ritenuto non solo illegale ma anche sacrilego e la città venne colpita da interdetto. Né istanze, né spiegazioni, né il dolore generale valsero ad ottenere l’indulgenza perciò il comune decise nel 1533 di risolvere il problema ricostruendo la chiesa.

L'incarico fu affidato a Bernardino da Morcote, che cominciò i lavori, avendo presente il problema che dal 1527 esisteva la nuova torre dell’Orologio a cui l’edificio doveva appoggiarsi. Ne risultò un’opera ammirevole per la geniale soluzione del suo inserimento nell’insieme della piazza.

Sopraelevato da alcuni scalini, l’elegante Porticato di San Giovanni è costituito da due ali formate da sette archi su esili colonne ed un arco trionfale al centro, che precede la chiesa di San Giovanni. Le ali del porticato hanno entrambe un timpano centrale con sotto un busto di luogotenente, posti nel 1586.

La chiesa fu poi trasformata in Pantheon dei Caduti nel 1920 su progetto di Raimondo D'Aronco. Nell'interno, sotto la cupola, si trova una statua rappresentante la Gloria, opera di Aurelio Mistruzzi, ed un affresco di Enrico Miani. Un elegante cancello di Alberto Calligaris chiude l'ingresso.

Qui un tempo c’era un’ancona di Pellegrino da San Daniele raffigurante i santi Giovanni, Alò e Sebastiano, risalente al 1495, che fu spostata e poi, in seguito, smarrita nel 1798.

Sul muro dell’ala di destra del Porticato troviamo in alto due busti dei Luogotenenti Pietro Capello (1566) e Carlo Corner (1587) con epigrafi. Ancora, la porta d'ingresso dell'antica sede dell'archivio notarile, con epigrafe, dove venne trasferito l'archivio fin dal 1565. Infatti, la necessità di trovare una nuova sede per l'archivio della città venne evidenziata, con voto unanime, dal Consiglio dei notai. Venne interpellato anche il Palladio, il quale nel 1563 individuò come sede ideale i locali annessi alla Loggia. Vi trovarono posto inoltre la Cancelleria degli astanti e la Camera Fiscale, come ricorda un’altra epigrafe.

Un’altra iscrizione ricorda che nel 1882 il porticato fu ripristinato nel suo antico aspetto a spese dei privati e del Comune. Questo perché dal 1835 al 1866, finché durò l’occupazione austriaca, gli archi vennero chiusi da una cancellata in ferro, che dall’arco centrale si protendeva, come una barricata fino al centro della terrapieno. Qui erano posti due cannoni, ingeneroso monito alla popolazione occupata.

Si chiamava la “Gran guardia” ed ogni giorno montava in servizio una compagnia con bandiere e banda. La rastrelliera per le armi era vicina al tempietto, nell’interno del quale dormivano i soldati del presidio di occupazione. Nel 1917 gli austriaci ritornarono e ripristinarono il “Corpo di guardia” sotto il monumentale porticato, Vi stettero un anno. All’alba del 3 novembre 1918 le prime pattuglie di cavalleria entrarono vittoriose in città e la loggia fu nuovamente liberata.

Nell’ala sinistra si trovano tre busti con epigrafe. Una a Giovanni Battista Cella (1881), opera di Andrea Flaibani:

 

GIOVANNI BATTISTA CELLA
PER
L’INDIPENDENZA E LIBERTÀ D’ITALIA
COSPIRATORE MILITE DUCE
NEGLI ANNI
1859-60-62-64-66-67
PRODE FRA I PRODI

 

N.udine 5 settembre 1837      M. udine 6 novembre 1879.

 

Un busto con epigrafe dedicato ad Antonino di Prampero, opera di Aurelio Mistruzzi (1921):

 

ANTONINO DI PRAMPERO
VICE PRESIDENTE DEL SENATO DEL REGNO
PER PATRIE E CIVICHE BENEMERENZE
ALTEZZA D’ANIMO PURITÀ DI VITA
VENERATO

n. 1836        m 1920

 

Uno per Gabriele Luigi Pecile, opera di Leonardo Liso (1902) con epigrafe che ricorda la sua elezione a sindaco di Udine, fino a diventare, nel 1866, Senatore del Regno:

 

GABRIELE LUIGI PECILE
DEL BENE PUBBLICO
IN OGNI TEMPO IN OGNI CAMPO
CON LA PAROLA GLI SCRITTI L’OPERA
PROPUGNATORE

N. 1826       M. 1902

 

Nell’ala destra del porticato è posta una meridiana che risale al 1798. È costituita da un disco solare in bronzo con un foro al centro, il quale a mezzogiorno negli equinozi di primavera (21 aprile) e di autunno (23 settembre), in base ai calcoli del padre Stella, il raggio di sole viene a cadere nel punto preciso segnato sul pavimento con un epigrafe: DECRETO SEPTEMVIRIVM / UTINENSIVM MDCCXCVIII.

 

La Torre dell’Orologio

La Torre dell’Orologio sorge dietro il Porticato di San Giovanni.

Già dal 1332 in piazza Libertà c’era una torre civica con sotto una specie di loggia, costruita da un certo Francesco Venuto da Nimis, voluta dagli amministratori comunali per permettere ai mercanti di ripararsi dalle frequenti piogge, dal vento e dalla neve.

Nel 1369 Giovanni della Collegiata di Cividale, rinomatissimo costruttore di orologi, si decideva, dopo molte sollecitudini, di fornire un orologio dietro compenso di 35 marche aquileiesi. Lo si realizzò sulla torre, che sorgeva presso la chiesa di San Giovanni, sede della Confraternita dei Notai, con un battitore delle ore, molto in voga nel Veneto di quei tempi.

Era di legno e scolpito alla buona. Bene o male, funzionò fino al 1379 divertendo i cittadini con i suoi battiti. Sorse però una questione morale: il battitore era nudo. Lo si vestì con abiti di pelli di capra e con tanto di cintura d’argento alla vita, per una spesa di 90 denari. L’orologio andò avanti alla meno peggio fra varie riparazioni. In seguito, per volontà del canonico Giovanni, verso il 1394, si costruì un nuovo orologio, ripristinando anche il battitore.

Tre anni dopo Mastro Odorico da Spilimbergo, chiamato appositamente a Udine, venne nominato «governatore dell’orologio» e gli fu accordato uno stipendio di 12 marche annue. L’orologio funzionò abbastanza regolarmente fino al 1470 quando la torre venne distrutta da un incendio. Fu subito ricostruita, ma dal terremoto del 1511 la torre, con l’orologio e la loggia venne completamente abbattuta.

Costruita la nuova torre nel 1527 venne posto un orologio che era diviso in ventiquattro parti secondo il modo di contare le ore che era definito "italico", distinto da quello "tedesco" che prevede invece la suddivisione in dodici ore. Questo modo "italico" era idoneo ad una società di tipo rurale, come fu quella friulana. Il sole tramontava alle ore 24 sia d'estate che d'inverno. Questa forma di misurazione del tempo, che fissava la prima ora come quella successiva al tramonto era diffusa, sino all'avvento di Napoleone, in tutti i territori friulani di dominio o cultura veneta.

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Ecco come Antonio della Forza ci riferisce nei suoi diari i cambiamenti portati dall’arrivo degli austriaci: "...dopo l'ingresso et possesso preso dagli Austriaci... fra le altre cose hanno desiderato che l'orologio nostro, primo e maggiore, detto del Palazzo, segni e batta le ore 12 in 12 all'uso tedesco... e dopo il lavoro di molti giorni, oggi domenica oltrescritta 10 giugno [1798] ha cominciato segnare e battere le ore alla sua usanza il mezzo giorno alle 12 et così alle ore 12 la mezza notte".

L'orologio venne in seguito sostituito nel 1852 con quello di Vittorio e Lorenzo Solari di Pesariis (comune di Prato Carnico) e si cambiarono anche i mori. Secondo quanto riporta Antonio Picco “Le due statue antiche in legno coperte di lamine di piombo erano assai deperite e qua e là rattoppate, e che le teste, meglio conservate, erano bellissime”.

Si chiamano “mori” dal Settecento, prima quello a sinistra era detto “italiano” e quello a destra “tedesco”. Quelli che ora si vedono sono più piccoli, furono disegnati nel 1846 da Vincenzo Luccardi da Gemona ed eseguiti nel 1850 da Angelo Rossetti e Olimpio Cischiutti, udinesi, come si legge sulla spalla sinistra delle due statue.

Un restauro si ebbe nel 1950 per opera delle Officine Martini di Via Cisis a Udine. Nel 1993 sono stati smontati dalla torre e restaurati. Il quadrante attuale dell’orologio, è frutto dei restauri degli anni Cinquanta. Nell’ottobre 2014 sono stati oggetto di nuovo restauro finanziato dalla ditta Danieli di Buttrio (UD).

 

Arco Bollani

A sinistra del Porticato di San Giovanni, sorge Arco Bollani, che permette l’accesso al Castello. L'arco fu eretto nel 1556 ad onore del luogotenente Domenico Bollani, da cui poi prese il nome, e a ringraziamento per la cessazione di un'epidemia di peste.

Arco Bollani è un’opera documentata dell'architetto Andrea Palladio e costituisce il suo esordio in Friuli. Lo volle con un bugnato rustico con una trabeazione scolpita nella parte sovrastante. Sette anni più tardi lo stesso Palladio sistemò la strada che conduce all'arco e al castello, per un migliore raccordo estetico con la piazza.

Sempre nel 1556 sopra l’arco venne posto il leone alato di San Marco. I Francesi il 27 maggio 1797 lo tolsero e lo portarono in patria. Questo venne ripristinato, dopo alcuni tentativi, nel 1953, approfittando dei lavori di restauro che si stavano operando all’arco, lesionato duramente da un bombardamento inglese nella Seconda Guerra Mondiale.

 

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Questo leone di San Marco è una pregevole opera di Emilio Caldana, il quale la trasse da un blocco di pietra di tre metri cubi. Pesa 35 quintali, venne posto sull’arco la sera del 6 luglio. Sulla destra dell’arco si trovano delle epigrafi a memoria dei patrioti Pietro Gritti e Giacomo Grovich.

Le statue di Ercole e Caco

Due tra gli elementi più caratteristici dell’arredo di Piazza Libertà a Udine, si trovano sul bordo del terrapieno, di fronte alla loggia: le statue di Ercole e Caco.

Popolarmente chiamate Floreàn e Venturìn, all'origine erano l’ornamento all'ingresso di palazzo dellla Torre o Torriani, che era uno dei più bei palazzi, se non il più bello, della città ed era posto nell’attuale piazza XX settembre. Venne raso al suolo nell’agosto del 1717 quando il conte Lucio Antonio della Torre (1696-1723) venne condannato a morte per i suoi numerosi delitti e tutti i suoi beni furono confiscati.

Le due statue vennero trasportate in piazza Libertà per volontà del Comune, come monito alla popolazione. Del trasporto si incaricò un certo Maurizio Baroffi o Barossi, con un carro trainato da sei paia di buoi, per il compenso di 95 ducati. Il 27 agosto 1717 fu trasportata la statua di Ercole, mentre il 2 settembre quella di Caco. Forse furono un po’ danneggiate nel trasporto, visto che nel 1718 venne incaricato lo scultore Simone Paviotti di provvedere ad alcuni restauri.

Le due statue recano ai basamenti una scritta: LVCII. SIGISMVNDI / AC. VNIVERSAE. A. TVRRE / VALLIS. SAXINAE. GENTIS / VRBI. HVIC. ET. LOCO / MVNVS. AETERNVM / MDCCIIC.

Come si vede, questa scritta venne posta nel 1798, dopo la caduta della Repubblica Veneta, quando i della Torre ritornarno ad avere un ruolo importante in città, in quanto facevano parte anche della nobiltà imperiale austriaca.

Però, già durante l’occupazione francese, il discendente Lucio Sigismondo della Torre (1715 - 1804) fece causa alla municipalità di Udine, per ottenere la restituzione delle statue. Vinta la causa, le ridonò alla città, a patto che fosse posta questa scritta, volendo riabilitare il casato e lasciare intendere ai posteri che fossero uno spontaneo dono perpetuo alla città da parte di Lucio Sigismondo, munifico signore del casato della Torre e Valsassina.

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Caco

Le due statue, Ercole a sinistra e Caco a destra, rappresentano personaggi mitologici, in particolare si rifanno alla decima fatica di Ercole, narrata da vari autori, tra cui, su tutti, Virgilio, nel VI libro dell’Eneide. Sono opere attribuite allo scultore padovano Angelo de Putti, risalenti al XVII secolo.

Pare che in origine fossero nude e con gli attributi bene in vista. Si dispose però, dopo che furono poste nella piazza, che venissero istallate delle conchiglie in ferro per motivi di pubblico pudore. Sembra che all’arrivo dei Francesi queste placche siano state rimosse, come conferma anche Paolo Foramitti in un suo articolo che cita il diario del Generale Desaix.

Nuovi restauri si resero necessari nel 1812, quando il piedistallo di Ercole venne sostituito dall’artigiano Michele Zuliani. In seguito, le coperture furono riproposte, come testimoniano alcune foto. Nel 1916 una poesia di Vittorio Vittoriello, tuttavia, allude ancora alla nudità delle statue e anche successivamente, in epoca fascista, si discute della questione, pensando a dei germbiuli metallici.

Mario Blasioni riporta in un suo articolo che tra gli effetti del bombardamento del 29 dicembre 1944, per una bomba caduta dietro la statua della Pace, ci fu, tra gli altri danni, la mutilazione di una statua. Dopo poco pare che anche dei coscritti infierirono sulle statue, danneggiandole e rimunovendo le “cuviartoriis” che assicuravano la pubblica decenza.

Titute Lalele, nome d’arte di Arturo Feruglio, ricorda sul suo “Avanti cul brun” del 1948, che una di queste “cuviardoriis” fu rinvenuta nella soffitta di palazzo Bartolini e poi conservata nel civico Museo, assieme ad altre parti danneggiate nei secoli. La questione fu risolta nel 1952 con l’apposizione di una foglia di fico in pietra, ad opera dello scultore Giovanni Bulfone.

Le statue sono state restaurate dal Comune con il contributo del FAI nel 1991-92, provvededendo ad una pulitura dallo smog e ad altri lavori. La Sovrintendenza volle rimuovere anche la copertura. Rimossa la foglia di fico, nulla c’era più da coprire e così le statue sono restate, come oggi le vediamo.

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Ercole

Le colonne

Due colonne marmoree sono presenti in Piazza Libertà. Quella con il Leone di San Marco, fu eretta sotto il governo del luogotenente Gabriele Venerio il 15 novembre 1539 ed è chiamata colonna magna.

Quando Udine venne occupata da francesi, il 25 maggio 1797, il generale Bernadotte emanò la seguente ordinanza: “Tutte le Municipalità faranno atterrare il leone di San Marco. Se non lo faranno saranno riguardate come ribelli”.

L’ordine venne eseguito anche a Udine due giorni dopo, anche per il meno patriottico intento di portare via i due grossi brillanti che erano posti negli occhi del leone alato. Il 7 agosto 1833 la colonna riebbe il suo leone scolpito in pietra piasentina da Domenico Mondini di Nimis su disegno del pittore Giovanni Masutti.

L’altra colonna è del 1612, con la statua della Giustizia di Girolamo Paleario (1614), ricorda che fino alla metà dell’800 si eseguivano nella piazza punizioni esemplari. La statua è volutamente rivolta verso il luogo di riunione del Consiglio Comunale ed è posta alla stessa altezza della Sala Consigliare.

La sua funzione di ammonimento è ribadita dalla scritta sul basamento "Discite iustiziam moniti" (Virgilio, Eneide, VI. 620). Su un altro lato del basamento un'epigrafe per il luogotenente Michele Foscarini.

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La Giustizia

La Statua della Pace

La Statua della Pace, posta al lato Nord della piazza, è opera dello scultore Giovan Battista Comolli, su progetto di Valentino Presani. Il basamento con panoplia è opera di Michele Zuliani o Giuliani.

Questa statua doveva in realtà essere eretta per volere di Napoleone, sopra una base piramidale, in mezzo alla piazza di Campoformido (UD) a memoria del Trattato di pace del 1797, ma non fece in tempo a seguire le vicende della storia.

Giacque così abbandonata in un cortile a Campoformido sino a quando, nel 1819, Francesco I d’Austria ne fece dono alla città di Udine e con solenne cerimonia posta dove si trova oggi.

 

 

 

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Statua della Pace

Bibliografia:

Buora, Maurizio - Guida di Udine; 1986; Lint, Trieste.
D’Este, Simonetta - I Mori svelano la firma di chi li creò; Messaggero Veneto del 22/10/2014.
De Zorzi, Romano - Udine Millenaria; 1983; A.F.A. Pubblicità, Udine.

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