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Moggio Udinese - Abbazia di San Gallo

La storica Abbazia di San Gallo, si trova in località Moggio di Sopra, che dista circa un chilometro da Moggio di Sotto sede del comune.

All’inzio del viale in pietra che conduce all’abbazia, troviamo una berlina che reca una scritta del 1653: "suppplicio di malfattori", testimonianza del potere giudiziario esercitato dall’abate sul feudo di Moggio.

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Il terremoto del 1976 danneggiò gravemente la storica abbazia di San Gallo, ma si provvide celermente a restaurarla tanto da essere riaperta al culto nell'ottobre 1981. La chiesa dell'abbazia aveva nel tempo già subito danni dai forti terremoti del 1314 e del 1511, ma fu sempre prontamente riparata. L'edificio ad un'unica navata con una vasta aula rettangolare fu costruito nel 1763 su progetto di Luca Andrioli jr.

L'affresco del soffitto della navata propone una Resurrezione di Cristo. Numerosi restauri sono opera del pittore, restauratore Glauco Benito Tiozzo a cui spetta anche la Via Crucis.

Nel primo altare di sinistra, si trova una pala con Madonna col Bambino e i Ss. Antonio e Nicola, opera di Antonio Buttafogo del 1780 circa. Nel secondo altare, statua di legno attribuita a Girolamo Comuzzo (sec. XVI) e i misteri del Rosario dipinti su tela da un anonimo artista.

Nel presbiterio, l’altare maggiore di epoca barocca è un’opera di buona fattura datata tra il 1757 e il 1763 circa, con statue in pietra d'Istria dei Ss. Gallo e Carlo. Gli affreschi sono di Leonardo Rigo (1893) e rappresentano scene di alcuni momenti storici rilevanti per l’Abbazia: La visita di S. Carlo Borromeo; La donazione del castello da parte del conte Cacellino al patriarca di Aquileia Voldorico I.

In una preziosa struttura lignea dai ricchi motivi ornamentali del XVIII secolo, opera del grande intagliatore Matteo Deganutti, è inserito il più grande organo del Friuli, costruito da Pietro Nacchini.

Prezioso è il lampadario ottocentesco che pende dal soffitto e sostenuto da un stelo tortile in ferro dorato. Esso è in legno intagliato e ferro battuto, decorato e dorato, alto più di tre metri, è composto di oltre 1500 pezzi smontabili (fiori, foglie, fregi, steli, angeli).

Notevole il grande e spettacolare Cristo di noce dipinto, datato 1466, di cui parliamo più approfonditamente in altra pagina. Interessante anche l’altare di legno dipinto del 1631 opera attribuita a Giovanni Saidero da Venzone, da poco restaurato. Costituito da una mensa con paliotto sovrastata da un'alzata tripartita con sopra un'edicola. Conserva nella parte mediana statue di legno del Cristo, di Giovanni Battista e, in alto, un Santo non identificato. Nell'edicola troviamo una Madonna col Bambino e due angioletti, di modesta fattura ma gradevole effetto.

Adiacente alla chiesa si trovano il campanile e il luminoso chiostro benedettino del Cinquecento, con arcate a tutto sesto a sostegno della copertura.

 

Il Crocefisso dell'Abbazia di San Gallo

Tra il battistero e la sacrestia si erge un enorme Crocefisso in legno. Giudicata un tempo un’opera settecentesca di modesta fattura, si è scoperto, in seguito ad un restauro eseguito dopo il terremoto del 1976, che in reatà esso risale al Quattrocento.

Infatti esso apparteneva alla chiesa gotica preesistente all’attuale. Una una pergamena, inserita nella schiena del Crocifisso, data precisamente la sua realizzazione il 17 gennaio 1466.

La pergamena, avvolta in involucro di seta riposta in una scatola di cera, riporta una scritta gotica ben conservata che dice: "Nell'anno di nascita di nostro Signore Gesù Cristo 1466, il giorno 17 del mese di gennaio, questo venerabile Crocefisso è stato completato e fissato alla croce con grande solennità e gaudio, al tempo del governatore di questo monastero, signor Ludovico conte di Porcia".

La scultura venne ricavata da un unico tronco di noce, a cui vennero poi aggiunte le braccia. Pare che gli anziani di Moggio Udinese si tramandassero aneddoti su dove fu tagliato l’albero di noce per poi realizzare il “Cristo Grande dell’Abbazia”. Si dice che il Crocefisso fosse di dimensioni proporzionate alla chiesa gotica che lo ospitava.

Storia dell'Abbazia di San Gallo

Un documento del 1072, parla per primo di Moggio e del suo castello, nelle parole: "castrum quod Mosniz nuncupatur" (castello che è chiamato Mosniz).

Il castello che venne donato con altri beni, con un atto del 1084. al Patriarca di Aquileia Federico II da un certo Chasili de Nuoniza, passato alla storia come conte Cacellino. Questi, non avendo eredi, fece la donazione dei suoi molti possedimenti, che andavano dai feudi in Carinzia e in Friuli: da Venzone a Pontebba, a Sella Dogna, Illeggio, Chiusaforte, Plezzo. Tutto ciò con la condizione che venisse eretto un monastero benedettino.

In seguito il Patriarca Vodolrico I, ex abate di San Gallo in Svizzera, lo trasformò in Monastero dedicandolo alla Vergine e a S. Gallo. Lo stesso anno il Patriarca chiamò da S. Gallo alcuni monaci, che giunsero nel 1092 e con l’abate Badolfo I presero in consegna l’abbazia. La chiesa abbaziale fu consacrata da Andrea Vescovo di Emona il 28 agosto 1119.

Fin dalla fondazione essa ottenne la giurisdizione su diverse pievi e molti territori che poi gli abbati ampliarono procurandosi nuove concessioni sia temporali che spirituali. Dal Patriarca Pellegrino vennero confermati i possessi (anche sulle pievi di Cavazzo, Gorto, Dignano) nel 1136 e dal Barbarossa nel 1149.

Tale era la ricchezza di questa abbazia che nel Parlamento Friulano l’abate occupava uno dei primi posti tra i prelati. Nei secoli XIII e XIV possedeva ed esigeva censi e tributi da 52 paesi del Friuli, da 36 della Carnia, da 13 del Canal del ferro e da 45 della Carinzia. Nella prima metà del XIV secolo, sotto l’abate Ghilberto da Marano, raggiuse l’apice della sua prosperità.

Naturalmente tanta quantità e complessità d’interessi generava gelosie e liti. Di conseguenza anche questa abbazia fu coinvolta nelle varie lotte tra comunità e nobili del Friuli verso i conti di Gorizia. Gli scontri più gravi furono quelli con i signori di Prampero, che sin dal 1265 si trascinarono per quasi due secoli e solo nel 1442 si arrivò ad una pace.

Gravi furono anche le liti con Venzone (nella metà del ‘300) che, dopo una breve tregua, portarono alla guerra del 1358. Da una parte stavano Venzone e i duchi d’Austria, dall’altra l’abbazia, Udine e Gemona. Il convento fu assediato e dovette la salvezza ai Tolmezzini accorsi in suo aiuto.

Per questi fatti l’edificio aveva subito molti danni. Si incominciò a ripararli ma non furono portati a termine perché l’abbazia venne coinvolta nelle gravissime lotte al tempo del Patriarca Federico d’Alençon (1381-1387). L’allora abate Jacopo Bondi si comportò in maniera da urtare tutti i due i partiti quelli pro e quelli contro il Patriarca.

La cura d'anime apparteneva all'Abate che l'esercitava per mezzo di monaci o sacerdoti secolari da lui deputati. L'Abate era perciò il superiore immediato ed aveva giurisdizione ordinaria sul clero e sui fedeli. Nel 1391 la torre venne daneggiata da un incendio.

Dal 1410 alla soppressione, l'abbazia fu data in commenda e, nelle varie cure, continuarono a prestare sevizio i sacerdoti eletti "ad trienium" dalle vicinie comunali ed approvati ed investiti dall'Abate. L'editto della pubblicazione del Concilio di Trento fu trasmesso a Moggio nel 1564 da S. Carlo Borromeo, allora Abate commendatario.

Con la conquista del Patriarcato da parte di Venezia, nel 1420, Moggio si assoggettò il suo dominio. Il Patriarca Lodovico di Teck, che cercava di riprendere i propri possedimenti, con 4000 Ungheresi devastò l’abbazia nel 1422 occupandola e saccheggiandola di arredi e argenterie. La lasciò solo quando arrivarono le truppe venete.

Nel 1423 si nominarono due procuratori, col compito di risiedere a Venezia allo scopo di trattare e sostenere gli interessi del convento dinanzi il Senato. D’altro canto, per ordine di questo, vi s’inviò un presidio.

Dei venti abati dalla fondazione del Monastero al passaggio a Venezia vari si sono distinti per doti di mente e di cuore. dal 1431 poi, seguirono 21 abati commendatari veneziani o dei territori veneti della Serenissima.

Si ebbero così i Molin, i Barbo, gli Zeno, i Priuli, i Morosini, i Grimani Calergi, i Dolfino, i Badoer oltre ad alcuni di storiche casate d’altre regioni italiane come i Chigi e i Carafa. Abate commendatario di eccezione fu S. Carlo Borromeo (1561-1566), cardinale e Arcivescovo di Milano. Nel 1511 fu danneggiata gravemente dal terremoto. Come voto fu eretta la vicina chiesa di S. Spirito.

L’abate di Moggio perdette gradualmente gran parte della sua importanza. Ai mali della decadenza si aggiunsero quelli causati dalla Lega di Cambrai e della lunga guerra tra Venezia e la Casa d’Austria (primo decennio del ’500), nonché un rovinoso incendio del 1520. Gli statuti che reggevano l’abbazia furono rinnovati nel 1597.

Nel sec. XVIII le cure soggette erano, oltre all'abbazia, i paesi di Canal del Ferro e della Val Resia,, le pievi di Gorto, Cavazzo, Dignano e Osoppo con i loro territori; le cure di Flaibano e di Nogaredo di Corno ed altre ancora in Carinzia. La pieve di Tolmezzo invece fu lungamente contesa tra l'Abate e il Patriarca. In quest’epoca la chiesa gotica dell’Abbazia venne sostituita da una di stile barocco.

Per Decreto del Senato Veneto 2 settembre 1773 si decise la soppressione dell’abbazia e dell’abate che fu effettuata alla morte dell’ultimo abate commendatario, conte Fabio Faustino Savorgnan nel 1777. La giurisdizione ecclesiastica passò all’Arcivescovo di Udine, mentre il feudo fu venduto nel 1778 per 44 mila ducati oro ai Mangilli e ai Leoni, i quali divennero Marchesi di S. Gallo. Il titolo di Abate, fu più tardi assunto dal pievano del luogo.

Con la soppressione dell'abbazia ottennero l'indipendenza parrocchiale i centri più grossi del Canal del Ferro e della Val Resia. Con decreto arcivescovile del 17 marzo 1780 di mons. Gian Girolamo Gradenigo, vengono dichiarati pievani "ad honorem, durante numere" i parroci titolari della chiese parrocchiali di Chiusaforte, Dogna, Pontebba, Resia e Resiutta.

L'Abate "pro tempore" gode dei diritti e dei privilegi dei Protonotari Apostolici, in seguito a Breve apostolico di papa Pio XI del 17 luglio 1934, che gli consente di portare la mitra e celebrare il pontificale

L’abbazia conosce un lungo periodo di decadenza culminato con l’abbandono di quasi tutti i monaci, scivolando in un grave degrado, anche delle strutture. Il terremoto del 1976 danneggiò pesantemente l’edificio, fu però l’inzio di una rinascita. Moggio, diversamente agli iniziali intenti della Sovrintendenza, volle fortemente il restauro anche dell’abbazia.

La chiesa fu terminata nel 1981 e la volontà dell’Arc. Alfredo Battisti a ridare vita al monastero, portarono al suo restauro, cominciato nel 1982 e terminato nel 1987. Il 20 giugno del 1985 giungono le prime tre clarisse da Venezia, abitando in un vicino prefabbricato dell’epoca del terremoto, fino al 21 dicembre dello stesso anno.

Questo fu il primo nucleo di una comunità che si è incrementata nel tempo e ha visto fiorire numerose vocazioni, in quello che, con erezione canonica dell’8 dicembre 1987, diviene il monastero di S. Maria degli Angeli.

 

 

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