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Pordenone - Il ventennio fascista

La volonta di ricostruire era ben ferma. Ma le cose andarono a rilento ed incominciarono vivaci dimostrazioni. Poi nel 1920 in città cominciarono gli scontri anche gravi, tra gi aderenti al partito popolare e quelli aderenti al partito socialista. Serrate di negozi, scioperi di dipendenti, degli edili e di altre categorie, il malcontento comune, la disorganizzazione dei servizi, tutto questo, unito alla frustrazione sociale dei reduci, fece nascere un movimento chiamato Blocco Moderato che fu la base di raccolta di chi in seguito confluirà nel fascismo friulano.

A Pordenone, quasi timidamente, questo fece la sua comparsa l’8 novembre 1920, con la fondazione del fascio di combattimento da parte del segretario capitano Leone Patti (un soldato decorato e ferito in guerra) assieme a un centinaio di fascisti della prima ora.

Nel 1920 si svolsero le elezioni amministrative: i popolari vinsero con molti voti. Agostino Candolini fu eletto al vertice della Deputazione Provinciale. I socialisti ne persero molti ma non a Pordenone, dove divenne sindaco l’avv. Guido Rossi. A Udine vinse il Blocco Moderato dell’avv. Piero Pisenti, che non fece invece un buon risultato a Pordenone, sua terra natia. Perse anche il suo primario obiettivo: la provincia.

Dopo queste elezioni, la contrapposizione tra Pordenone “la rossa” e i fascisti udinesi divenne totale. Pisenti e i suoi si videro nel ruolo di diga al bolscevismo friulano e decisero che fosse ora di entrare in azione: non più con manganello e olio di ricino, ma con le armi. Giunsero a dar man forte fascisti dal Veneto e dalla Venezia Giulia.

S’iniziò con scontri sporadici, di “assaggio” a Borgo Meduna e a Sant’Andrea di Pasiano nei giorni precedenti al 10 maggio, quando alle 9.30 entrarono in città armati. L’avv. Rossi chiese invano l’aiuto dell’esercito, i fascisti scorrazzavano per le vie sparando e tirando bombe a mano a casaccio. Una pallottola, forse fascista, colpì il camerata Pio Pischiutta che muori. Udine nel 1925 gli dedicherà una via (l’attuale via Ginnasio Vecchio).

Venne devastata la Camera del Lavoro, lo studio di avvocato del sindaco e dei suoi colleghi. In tutta la città i socialisti fecero suonare le sirene delle fabbriche, si proclamò il sciopero generale, mentre gli scontri si fecero sempre più duri. Un gruppo di una cooperativa di operai che lavorava per il famoso progetto di ripristino del porto, venne assalito, e fioccarono grandi tafferugli. Finalmente intervenne la polizia ma invece di prendersela con i fascisti, fece una retata dei maggiori esponenti socialisti. A sera il 4° reggimento Genova cavalleria respinge gli operai pordenonesi che si rifugiarono a Torre, erano circa tremila. Nella notte s’innalzarono barricate.

Alle 10 del giorno dopo i fascisti attaccarono con forze venute nella nottata dell’Emilia, ma gli operai contrattaccarono respingendoli verso Pordenone. Verso l’una al posto della camice nere arrivarono i militari. Sono mobilitati il 4° Genova Cavalleria il 8° Fanteria e l’8° Alpini, reggimento composto da giovani friulani di leva. Pezzi di artiglieria da campagna si mettono in posizione e si minacciò di bombardare Torre. Un comitato operaio venne ascoltato e venne concordata la resa, promettendo che a Torre non sarebbero entrati fascisti.

Gli operai dovevano smantellare le barricate e consegnare le armi entro un’ora. Così fu fatto e le truppe entrarono in paese, ma dietro loro c’erano le camice nere che picchiarono selvaggiamente chiunque capitasse per mano. Vennero arrestati dai carabinieri 44 persone ritenute i caporioni della rivolta. Questi furono portati i carcere passando fra due ali di fascisti che li insultarono e li pestarono. Il tribunale non convalidò l’arresto, però vennero rilasciati solo quando il fermo di polizia fu scaduto. Per questi fatti Pordenone dichiarò dieci giorni di sciopero generale

Ma i fascisti non rinunciarono alla loro vendetta ed il I luglio il giovane leader comunista Tranquillo Moras, il capo delle resistenza di Torre, venne ammazzato a colpi di pistola in un agguato a Pordenone. Intervenne il Governo che sciolse la giunta socialista sostituendola con un commissario.

Intanto il fascismo prendeva il potere in Italia ed anche Pordenone si adegua. Il regime ha un occhio di riguardo per la città e favorisce l’industria che si sviluppò rapidamente, attirando in città numerosa manodopera tanto da dover approvare nel 1934 un piano regolatore che, come tutti i piani aveva pregi e difetti. si dovevano sventrare e cancellare certe antiche case, ad esempio il Castello doveva essere demolito e creare al suo posto un giardino. Per fortuna la Sovraintendenza impose il vincolo. Si realizzò solamente la circonvallazione lungo viale Marconi e Dante. La guerra fermò gli altri progetti.

Anche l’agricoltura che, come tanti anni addietro, sconsolatamente aveva scritto Antonio Zanon: “totalmente abbandonata dall’ignorante padrone all’ignorante agricoltore, il quale altro non sa che le sciocche tradizioni di un avo ugualmente ignorante”, venne dato un forte impulso con le bonifiche e con le culture estensive in certe zone ed intensive in altre e il sistema della rotazione che era ignorato e i concimi chimici, pure ignorati. Fecero la loro comparsa nuove culture come quella del tabacco e della barbabietola e i primi mezzi meccanici.

Nel 1935 piazza XX settembre ben quindicimila persone inneggiarono alla vittoria dell’Italia in Africa. Per la gente sembra che le cose si mettessero bene, ma con l’avvento delle sanzioni, certe fabbriche, dovettero riconvertirsi.

Venne devastata la Camera del Lavoro e lo studio di avvocato del sindaco e dei suoi colleghi. In tutta la città i socialisti fecero suonare le sirene delle fabbriche, si proclamò il sciopero generale, mentre gli scontri si fecero sempre più duri. Un gruppo di una cooperativa di operai che lavorava per il progetto di ripristino del porto, venne assalito e fioccarono grandi tafferugli.

Finalmente intervenne la polizia ma invece di prendersela con i fascisti, fece una retata dei maggiori esponenti socialisti. A sera il 4° reggimento Genova cavalleria respinse gli operai pordenonesi che si rifugiarono a Torre, erano circa tremila. Nella notte s’innalzarono barricate.

Alle 10 del giorno dopo i fascisti attaccarono con forze venute nella nottata dell’Emilia, ma gli operai contrattaccarono respingendoli verso Pordenone. Verso l’una al posto della camice nere arrivarono i militari. Vennero mobilitati il 4° Genova Cavalleria, l’8° Fanteria e l’8° Alpini, reggimento composto da giovani friulani di leva. Pezzi di artiglieria da campagna vennero messi in posizione e si minacciò di bombardare Torre. Un comitato operaio venne ascoltato e venne concordata la resa, promettendo che a Torre non sarebbero entrati fascisti.

Gli operai dovevano smantellare le barricate e consegnare le armi entro un’ora. Così fu fatto e le truppe entrarono in paese, ma dietro ad esse c’erano le camice nere, che picchiarono selvaggiamente chiunque capitasse per mano. Vennero arrestati dai carabinieri 44 persone ritenute i principali capi della rivolta. Questi furono portati i carcere passando fra due ali di fascisti che li insultarono e li pestarono. Il tribunale non convalidò l’arresto, però vennero rilasciati solo quando il fermo di polizia fu scaduto. Per questi fatti Pordenone dichiarò dieci giorni di sciopero generale

Ma i fascisti non rinunciarono alla loro vendetta ed il primo luglio il giovane leader comunista Tranquillo Moras, il capo delle resistenza di Torre, venne ammazzato a colpi di pistola in un agguato a Pordenone. Intervenne il Governo che sciolse la giunta socialista sostituendola con un commissario.

Intanto il fascismo prendeva il potere in Italia ed anche Pordenone si adeguò. Il regime ha un occhio di riguardo per la città e favorisce l’industria, che si sviluppò rapidamente, attirando in città numerosa manodopera, tanto da dover approvare nel 1934 un piano regolatore che, come tutti i piani aveva pregi e difetti.

Si voleva sventrare l’abitato e cancellare certe antiche case, come ad esempio il Castello, che doveva essere demolito e creare al suo posto un giardino. Per fortuna la Sovraintendenza impose il vincolo. Si realizzò solamente la circonvallazione lungo viale Marconi e Dante. La guerra fermò gli altri progetti.

Anche all’agricoltura, che si trovava nelle stesse condizioni che tanti anni addietro, sconsolatamente, aveva descritto Antonio Zanon, era cioè “totalmente abbandonata dall’ignorante padrone all’ignorante agricoltore, il quale altro non sa che le sciocche tradizioni di un avo ugualmente ignorante”, venne dato un forte impulso.

Benefici si ebbero dalle bonifiche e dall’optare per colture estensive in certe zone ed intensive in altre; dall’unire al sistema della rotazione agraria che era fino allora ignorato i concimi chimici, pure ignorati. Fecero la loro comparsa nuove culture come quella del tabacco e della barbabietola e i primi mezzi meccanici.

Per la gente sembra che le cose si mettessero bene, anche se con l’avvento delle sanzioni durante la guerra d’Africa, certe fabbriche, dovettero riconvertirsi. Questo non fermò una grande folla dal radunarsi in piazza XX settembre per festeggiare la vittoria in Etiopia.

 

 

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