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Pordenone - Il governo veneziano

In forza di un decreto del 1553, Pordenone venne separata dalla Patria del Friuli e posta sotto le dirette dipendenze della Signoria veneziana. Per tale motivo non figurò nel Parlamento Friulano e segui le sorti del Veneto.

L’inserimento della città in un vasto complesso politico-economico unitario e le condizioni di maggior sicurezza favorirono lo sviluppo economico e demografico. La prima attività artigiana che si introdusse a Pordenone fu l’arte della lana. Memorie del 1430 parlano di telai di Gasparino lanaiolo proveniente da Olzate di Como e di Francesco Distaiuti, oriundo di Ghirano.

Ma pare che questi artieri provenissero gran parte dalla Bosnia ed abitassero in quelle case esistenti in una località chiamata “Bossina”. È accertata l’esistenza di una confraternita della lana con altare proprio nella chiesa di S. Marco, e avente come protettore S. Biagio. Uno statuto compilato tra il 1516 e il 1529, sotto la reggenza della vedova d’Alviano, conteneva 67 articoli con le norme da eseguirsi nella lavorazione della lana, a cui attendevano operai distinti in “petenadori, scartezini, vergazini, cimolini”. Come a Udine, il Consiglio comunale si riservava la nomina di tre Deputati all’arte della lana per la sorveglianza sulla lavorazione.

Una confraternita dei fabbri fu istituita nel 1548 ed approvata dal Consiglio della Comunità di Pordenone il 15 aprile 1588, Ne era protettore S. Eligio ed aveva sede nella chiesa di Sant’Antonio. Dopo la partenza dei religiosi dal convento di S. Francesco, questa chiesa fu donata dalla Repubblica veneta alla fraterna dei fabbri di cui facevano parte anche i calderai.

Nel 1453 il capitano austriaco Fraustauner concedeva a Francesco Albertis, veneziano, un fondo nella località detta “Vallona” per costruirvi un edificio che fu poi un famoso battirame e battiferro, dove si lavorava il rame con tanta arte da ricevere commissioni dai più remoti paesi d’Europa e persino dell’Asia. Il grosso maglio in ferro dal peso di 500 libbre trevigiane veniva mosso dalla forza idraulica. Si eseguivano caldaie di grandi dimensioni e grosse lastre per foderare le navi. L’opificio venne chiuso nel 1881.

L’antica cartiera di S. Marco fu costruita nel 1460, presso il ponte Adamo ed Eva, dai fratelli Troilo e Sartorio conti Altan. Essa passo nel 1583 in proprietà della nobile famiglia veneziana degli Ottoboni, che diede nuovo impulso e sviluppo alla fabbrica, la quale esportava soprattutto nel levante nonché in Francia, Spagna Germania e Olanda. Passò poi ad altri proprietari sino a che, dopo quasi cinque secoli di onorata esistenza, venne chiusa nel 1931 per gravi dissesti finanziari.

Fra le altre attività artigianali del Pordenonese tutte assunte a rango industriale nel corso del tempo, annoveriamo l’arte della seta, che ebbe nel Galvani uno sei suoi massimi esponenti, oltre alla tessitura del lino, della canapa, del cotone. Specialmente per quest’ultimo prodotto sorsero importanti manifatture.

Ma il vanto di Pordenone è l’arte della ceramica che, uscita dalle piccole imprese casalinghe, attive da tempo immemorabile, si stabilì poi in alcuni grandi complessi modernamente attrezzati. Nel campo dell’artigianato artistico vanno ricordati Bartolomeo dell’Occhio e la sua bottega d’intagli, che s’inserisce nel bel filone della scultura lignea carnica, ricordando nel secolo XVIII gli intagliatori Pignatelli e de Franceschi.

In conclusione si può affermare che Pordenone, vissuta in relativa tranquillità nel corso di questi secoli, che furono assai turbolenti per il resto della regione, e favorita dalla sua posizione discreta per i traffici unita ad una classe di imprenditori attivi, coraggiosi e moderni, cominciò quel processo di trasformazione che la portò a divenire un importane emporio sostenuto da attività che muovevano i primi passi dalla realtà artigianale verso quella  industriale di notevoli dimensioni.

 

 

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