Cerca nel sito

 

 

 

Home > LocalitÓ > Comuni > Pordenone > Storia di Pordenone > La Prima Guerra Mondiale

 

Pordenone e la Prima Guerra Mondiale

Il 24 maggio 1915 l’Italia dichiara guerra all’Austria-Ungheria, dopo che da quasi un anno le potenze europee si stanno scontrando sui campi di battaglia. Udine diviene la capitale della guerra mentre Pordenone, per la sua posizione, continua la sua vita tranquilla ed i suoi traffici commerciali. Personaggi importanti che la guerra ha portato in Friuli, la visitano, come ad esempio il poeta soldato Gabriele D’Annunzio, ospite del locale re del cotone Amman.

Questa relativa tranquillità viene bruscamente interrotta nell’ottobre del 1917, quando la notizia della rotta di Caporetto giunge in città come un fulmine a ciel sereno. Bisogna distruggere ciò che può servire agli austriaci. I pordenonesi scappano assieme alle truppe cercando, rifugio oltre il Piave. Gli ultimi fuggiaschi all’alba del giorno 5 novembre sentirono dei sordi boati: sono i cotonifici che saltano.

Paolo Gaspardo nella pubblicazione “Pordenone nella Grande Guerra” ed. Soc. Operaia, 1991, riporta il diario degli ultimi drammatici giorni:

Mercoledì 24 ottobre: “La sera del 24 ottobre al teatro Sociale di Pordenone si rappresentava Fra Diavolo di Auber. Fortunato Silvestri ricorda: “un certo mutismo che privava l’ambiente di quel chiassoso vociare che di solito precede ogni spettacolo” e conferma di aver egli stesso provato “un vago senso di tristezza” come un presagio. Stavano arrivando le prime voci sull’esercito in gravi condizioni, con la perdita di Gorizia,. In un primo momento ci fu chi cercò di smentirle, ma con scarso successo, tanto che la città finì per essere avvolta da un generale clima d’incertezza”.

Giovedì 25 ottobre: “Nella giornata giungevano sempre più numerose le voci confuse ed allarmistiche, tanto che un senso di preoccupazione aveva invaso l’intera Pordenone.

Venerdì 26 ottobre: a Visinale di Pasiano era in visita pastorale mons. Isola. Don Celestino Scialbi che era andato a salutarlo, al ritorno apprende dai profughi che giungono da Udine e Cividale la notizia della rotta di Caporetto”.

Sabato 27 ottobre: “Nella mattinata a Pordenone il direttore delle scuole elementari Giovanni Marcolini informò personalmente le varie classi disperse in vari locali di fortuna, sulla sospensione delle lezioni, perché gli edifici servivano alle truppe. Non si può proprio dire che ai ragazzi la notizia sia dispiaciuta: una vacanza a pochi giorni dell’apertura del nuovo anno scolastico non suscitava sentimenti di rammarico, considerando anche che quel sabato era giorno di mercato e per di più c’era lo spettacolo di tutti quei reparti di cavalleria e bersaglieri che passavano per raggiungere il Tagliamento. Diversa naturalmente l’impressione che la notizia suscitò tra gli adulti, anche perché era facile il collegamento con le voci che venivano da oriente circa lo sfondamento del nostro fronte nel Cividalese. Ma per il resto della giornata la vita cittadina non rimase tanto turbata”.

Domenica 28 ottobre: “Comincia a transitare per la città “una turba di fuggiaschi che disordinatamente giungeva a Pordenone da tutto il Friuli orientale” e che sarebbe aumentata sempre di più nei giorni successivi. Sono i treni a portare la prima ondata di questa gente di ogni età e condizione che si ferma alla stazione “illudendosi di trovarsi al sicuro”. Più tardi si vedono arrivare anche famiglie di contadini che spingono veicoli carichi di masserizie e trascinano qualche animale”.

Lunedì 29 ottobre: “Il maltempo imperversa per alcuni giorni la dimensione del dramma agli occhi dei pordenonesi appare in tutta la sua tragicità quando, assieme ai fuggiaschi borghesi, si riversa in città “una truppa disordinata e lacera, priva di ogni arma, e con le impronte del disagio, della disperazione, della fame” I soldati cercano riparo dalla pioggia battente sotto la loggia del Municipio o nei porticati di Corso Vittorio Emanuele.

Ricorda don Scialbi: “in seguito all’ordinanza del generale Cadorna che prescriveva a tutti gli uomini fino a 60 anni di presentarsi a Treviso, decido di partire. Ma essendo già partiti tutti i sacerdoti della città, per consiglio del Comando Militare rimango in città come unico prete””.

Martedì 30 ottobre: “Il numero dei militari in fuga aumenta sempre di più, tanto che “nel corso Vittorio Emanuele ove di notte facevano quartiere per ripararsi dalla procella, ostruivano il passaggio e l’accesso alle abitazioni. In stazione le autorità sequestrano vagoni di carne conservata che erano destina al fronte per distribuire alla folla di profughi affamati”.

Mercoledì 31 ottobre: “Il diario comunale riferisce “Essendosi esauriti fino all’ultimo centesimo i fondi racimolati per il pagamento dei sussidi, alle donne che non hanno potuto riscuoterli si è distribuito farina e pasta della Spaccio Comunale, distribuzione fatta personalmente dal Sindaco, dagli Assessori Pisenti e Rosso e dal Segretario Cavicchi”.

Intanto anche a Pordenone si sentono aumentare i colpi di cannone.

Così tante famiglie che si erano trattenute a Pordenone ancora incerte sul da farsi, dopo l’enorme esplosione (era stato fatto saltare il ponte della Delizia) prepararono i fagotti...

Tra i mille tragici episodi di quella giornata, Ardengo Soffici ne racconta uno particolarmente drammatico accaduto a Spilimbergo: la fucilazione sommaria di sbandati datisi al saccheggio.

Intanto a Pordenone “alle 22 si riceve l’ordine che tutti i ricoverati dell’ospedale e della casa di ricovero vengano trasportati a Novara. Don Scialbi da l’assoluzione a tutti gli ammalati e ricoverati prima della partenza”.

Giovedì I novembre: “In città si registrano anche dei morti per lo scoppio di bombe. Il registro parrocchiale di S. Marco riporta infatti in data 2 novembre i nomi di Guglielmo Marcolin, di Antonio di 15 anni e di Giovanni Sacilotto, di Natale di 14 anni entrambi deceduti il I novembre “per scoppio di bomba” e sepolti nel cimitero cittadino. Forse si trattava di giochi di ragazzi trasformatisi in tragedia come attesta anche il ricordo di Antonio Formiz nella vicina Porcia”.

Venerdì 2 novembre: “Ritorna un magnifico sole”. Per la prima volta il tradizionale omaggio ai defunti viene dimenticato. I cimiteri rimangono deserti e senza fiori. Un manifesto richiama tutti i soldati al di là del Piave “e l’ordine comprendeva anche i borghesi dai 17 ai 60 anni d’età. Pordenone si spopola...”.

Sabato 3 novembre: “Casarsa è sottoposta ad un consistente bombardamento che prelude all’invasione in massa. Ci sono anche numerose vittime...”.

Domenica 4 novembre: “Parte l’ultimo treno verso il Piave carico di profughi, di soldati e egli stessi ferrovieri che abbandonano la linea, poi su cose e uomini rimasti a Pordenone cala “la più nera tristezza...”.

Lunedì 5 novembre: Nelle ultime ore della giornata a Pordenone viene interrotta anche l’energia elettrica e si staccano i telefoni. La città si trovò dunque completamente al buio, ulteriore elemento di terrore per gli abitanti che erano rimasti”.

Martedì 6 novembre: “Alle nove e mezzo si vide apparire una colonna nera”. Si disse che fossero Bosniaci. Mentre la colonna si avvicinava, “si poté constatare che era costituita da classi anziane di fanteria austriaca detta truppa appariva stanca e alquanto male in arnese”. Questi primi soldati austro-ungarici, il cui aspetto muove quasi a compassione, passano dunque tra due ali di folla composta prevalentemente da donne...”.

L’occupazione austriaca dura circa un anno. La città venne saccheggiata e gli abitanti rimasti erano meno della metà. La fame aveva messo i pordenonesi in ginocchio: per un po’ di cibo o di legna si barattava qualunque cosa.

Il peggio poi avvenne nella ritirata dell'occupante, quando gli austriaci vennero sbaragliati a Vittorio Veneto. La loro fame e rabbia si sfoga sulla città, che aveva sempre visto di buon occhio ed amato la casa asburgica, la quale aveva portato la città di Pordenone, tempo addietro ad un ottimo livello industriale e commerciale..

Il 1 novembre 1918 i bersaglieri entrarono in Pordenone trovando negozi saccheggiati, palazzi incendiati, ma anche tutta imbandierata dal tricolore.

Ma terminati i momenti di euforia della vittoria, l’Italia e specialmente il Friuli tutto, si trovò davanti alla cruda realtà, ad un nuovo dramma. Ritornò a casa il soldato-contadino e colui che era stato prigioniero, ma trovò la sua terra incolta e le stalle vuote. Duecentomila capi di bestiame erano stati razziati dal nemico in un anno, distruggendo quasi completamente la pregiata razza pezzata rossa. Gli operai trovarono le fabbriche distrutte.

Ai soldati in guerra era stato promesso, in caso di vittoria, un premio mille lire a testa e la terra ai contadini. Inutile dire che la promessa serviva a resistere. Il Friuli è in ginocchio e migliaia di persone per poter sbarcare il lunario non hanno altra via che quella dell’emigrazione.

 

 

<<PRECEDENTE                                                                                               SUCCESSIVA>>

 

 

Viaggio in Friuli Venezia Giulia - Tutti i diritti riservati - © Avatar Project