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Pordenone - La seconda metÓ del Duecento

Sul principio del 1252, il duca d’Austria e Stiria divenne, grazie ad un opportuno matrimonio, figlio del re di Boemia Venceslao II, che divenne re di Polonia l’anno successivo.

Questo comportò il passaggio nelle sue proprietà anche della signoria di Pordenone che era retta, a causa dell’estinzione dei Babenberg, dal conte di Gorizia Mainardo. Nel 1257 Ottocaro di Boemia divenne duca di Stiria e, di conseguenza, vassallo del patriarca. Cominciò quindi ad avere un certo interesse per le questioni del Friuli.

Egli fece pace con Filippo re di Ungheria (3 luglio 1272) e perciò sistemò le questioni di diritto dei ducati transalpini di Filippo. Federico di Pinzano, vicario di Filippo in Friuli, però, con la complicità di Giovanni e Volrico di Portis, prese di sorpresa Cividale e la sottomise al suo dominio (25 febbraio 1272) sino alla venuta del nuovo patriarca, cercando di favorire i Prata, i Porcia e i Villalta, suoi alleati.

L’8 maggio 1272 i Friulani fedeli alla chiesa di Aquileia, con alcuni tedeschi di re Ottocaro, ripresero in parte Cividale, sino all’arrivo di Volrico di Durrenholz capitano del re, che il 14 maggio ottenne la resa completa di Cividale. Dopo questo fatto il Capitolo di Aquileia nominò il re di Boemia capitano del Friuli, mentre vicedomino fu nominato Enrico di Werden, che il re creò suo vicario generale in Friuli.

Il I agosto 1273 a Pordenone si tenne un atto importate: i Prata e i Porcia che avevano per breve tempo governato la città, si sottoposero ad un arbitrato con Enrico di Werden. Fu sentenziato che quei nobili dovevano rinunciare nella mani del capitano di Pordenone agli acquisti fatti in quel dominio, ricevendo in compenso quanto avevano speso.

I Prata e i Porcia conservarono il diritto di avere un ponte sul Noncello perché avevano beni da ambo le parti, ma senza creare impedimento alle navi che si recavano a Pordenone ed eccettuati nei tempi di guerra con quei di Pordenone.

Praticamente Ottocaro cacciò dalla città i Porcia e i Castello e si autonominò “Dominus Portusnaonis”, questo titolo fu poi assunto dal suo signore, Rodolfo I di Germania, e mantenuto dai suoi successori sino all’imperatrice Maria Teresa d’Austria (1740-1780). I Porcia però tornarono a godere tanto del Castello quanto della città e ne divennero capitani ereditari.

L’8 maggio 1278 il vescovo di Concordia Volcherio concedette alla chiesa di San Marco a Pordenone di diventare parrocchia, togliendo a Torre la pieve matrice. Già prima dell’anno Mille una cappella dedicata a San Marco esisteva dove ora c’è il duomo.

Nel 1291 Pordenone ebbe un proprio ordinamento comunale. Questa autonomia amministrativa dei pordenonesi favorì lo sviluppo di una cultura urbana. Del Consiglio, inizialmente formato da dieci membri, potevano far parte tutti i cittadini purché meritevoli. Il Consiglio si riuniva nella sala superiore del palazzo della Comunità, che era dove oggi si trova il Municipio (ma senza l’avancorpo costruito due secoli dopo da Pomponio Amalteo), mentre nella loggia sottostante il podestà teneva un pubblico tribunale due volte alla settimana.

La legge non era uguale per tutti, visto che c’era l’obbligo per i giudici tener conto delle qualità personali dell’imputato. Fra l’altro le pene erano diverse a seconda che il delitto fosse compiuto di notte o di giorno.

La pena peggiore era riservata ai traditori e ai cospiratori, i quali venivamo trascinati per terra nella piazza dai cavalli che poi li avrebbero squartati. Gli altri condannati a morte avevano una morte meno crudele a scelta tra: l’impiccagione, se si trattava di sicari o grassatori; la decapitazione se assassini o rapinatori di donne oneste; il rogo che univa nella stessa sorte incendiari, sodomiti, genitori che causavano la morte dei loro bambini, i falsari.

Per gli altri non c’era solo il carcere, che prima era in una cella del campanile del duomo e poi fu trasferito in una torre del Castello (ancora oggi il Castello è un carcere e tutt’altro che comodo) ma pure diverse altre soluzioni. Ai ladri si tagliava la mano, qualche volta il piede e in certi casi si poteva cavare un occhio.

Gli adulteri sorpresi sul fatto si potevano ammazzare, in quanto considerata legittima difesa, purché trovati in casa di notte. Medesima sorte per i ladri pescati sul fatto. I bestemmiatori venivamo semplicemente multati, ma se non avevano soldi, erano messi alla berlina, cioè legati in un’apposita colonna in piazza. Le pene andavano da un giorno per aver bestemmiato Dio o la Madonna, mezza giornata per i santi. Multe di 3 lire e cinque soldi invece per gli insulti al prossimo, dei quali era stato anche redatto un elenco in latino. Multa di 20 soldi per chi gettava acqua sporca o rifiuti dalla finestra, più il risarcimento danni.

Al coprifuoco si chiudevano le osterie e non poteva essere venduto vino. Dopo il suono delle campane si chiudevano le porte della città e chi veniva sorpreso a scalare le mura pagava cinquanta lire se di notte e la meta di giorno.

Lo sviluppo edilizio della città avvenne a fasi alterne, a seconda delle condizioni economiche. Sorsero quindi gli edifici nell’agglomerato urbano, che era la concentrazione del potere economico, per i cittadini che partecipavano al potere, mentre in contrapposizione, c’erano gli emarginati cioè le forze contadine ed artigiane che vivevano dentro e fuori le mura.

Il 23 giugno 1298 Adolfo di Nassau fu privato dell’impero e il 2 luglio fu ucciso da Alberto figlio di Rodolfo d’Asburgo che fu riconosciuto imperatore. Alberto il 21 novembre investì i suoi figli Rodolfo, Federico e Leopoldo dei possedimenti dell’Austria, della Stiria, di quanto possedeva in Carniola e del possesso di Pordenone, e ordinò che tutti dovessero riconoscere come rettori e vicari speciali dell’impero nel Friuli e nell’Istria i fratelli Ottone, Lodovico ed Enrico duchi di Carinzia figli del defunto Mainardo, conte di Gorizia.

Verso la fine del XIII secolo Pordenone incominciò ad assumere l’aspetto di una città medioevale, con il duomo di S. Marco (1265-1305) il palazzo della Comunità (1291-1305), il già nominato Castello e la cinta muraria, tra il Noncello e le due rogge: Codafora e dei Molini.

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