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Trieste - Trieste nel Settecento

Il Settecento rappresenta il tramonto del patriziato anche se resistette sino all’ultimo ai nuovi ricchi imprenditori commerciali che volevano entrare nella cosa pubblica.

Carlo VI, decise di potenziare il commercio e proclamò nel 1717 la libera navigazione dell’Adriatico e dichiarò nel 1719 Trieste e Fiume porti franchi. Aveva intenzione di sviluppare i commerci con l’Oriente e fondò nella città il cantiere della Compagnia Orientale. Ma il suo esperimento fallì.

Il progetto fu ripreso da Maria Teresa con un programma non solo economico, ma anche politico, di riforma agraria e scolastica e di assistenza sociale. Nel 1728 Carlo IV fu a Trieste per risollevare gli animi dalla brutta esperienza e portare una ricchezza apparente ad una città che era ridotta a seimila abitanti.

Nel 1729 Trieste ebbe fiera franca annua di 20 giorni dal 1 al 20 agosto; da Maria Teresa ottenne immunità doganali, libertà di commercio e di culto e così vari greci ed ebrei vi si stabilirono e la città poté contare nel 1791 ben 25.000 abitanti. La società comunale si dissolse, il patriziato sparì, e si affermò il gruppo capitalistico della Borsa mercantile.

La città si avviava verso le possibilità di sostenere i commerci, ai quali era chiamata dalla sua posizione geografica. Si migliorò l’abitato cittadino aprendo una nuova piazza livellando il terreno disuguale con materiale di escavazione del Canal Grande. Venne chiamata Piazza del Ponte Rosso, questa nuova zona servita, con le sue nuove via davamo sfogo al porto dove i bastimenti carichi di spezie giungevano sempre più frequenti. In questa situazione che oggi verrebbe definita di “boon economico” anche la politica austriaca s’industriò verso lo sviluppo commerciale del porto, obbligando i commercianti tedeschi allo scalo.

Anche per questo il Consiglio comunale avanzò nel 1774 una richiesta di un’Università italiana a Trieste. La chiedeva per timore che tutta questa invasione di mercanti stranieri di tante nazionalità, e di varie religioni con diversissimi costumi e usanze come i tedeschi gli olandesi, i greci gli armeni i turchi, ecc. non avessero d’imbastardire la coscienza nazionale.

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