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San Vito al Tagliamento (PN)

San Vito al Tagliamento - Storia

Storia di San Vito al Tagliamento

Le prime note storiche documentali su San Vito al Tagliamento risalgono al 593 d.C. Tuttavia la presenza umana nel territorio si registra sin dalla preistoria, come indicano il ritrovamento di numerose selci lavorate risalenti al III-II millennio a.C. e ceramiche posteriori. O come la necropoli della prima età del ferro sita presso la località San Valentino, riportata alla luce da scavi effettuati nel 1973, in cui furono ritrovate circa trenta urne cinerarie.

In epoca romana San Vito al Tagliamento registrò una stabile presenza basata su economia agricola, come rivela il ritrovamento di una villa romana in località Gorgaz. Sembra che l’abitato fosse chiamato Castrum Veneris; mentre il nome attuale della città fu posto nell’VIII secolo dagli Ottoni e potrebbe essere un falso adattamento dell’etimologia latina vicus: villaggio, che in friulano dà regolarmente vit. Secondo altre ipotesi, invece, è legata alla devozione verso il santo delle genti di Sassonia e protettore di chi percorre i guadi.

Ottone II, imperatore di Germania donò la zona al Patriarca di Aquileia Rodoaldo (983). Nel 1155 viene registrata la presenza di un castello, intono al quale sorsero le prima case e i primi palazzi di stile romanico, formando il nucleo del paese. L’antico castello era cinto da alte mura merlate.

A motivo delle lotte nel Friuli il maniero fu distrutto nel 1246 e nel 1249. Il Patriarca Gregorio da Montelongo (1251- 69) lo ripristinò e gli diede incremento. Mentre nel 1277 il Patriarca Raimondo Della Torre fece costruire sulle mura due torri, Raimonda e Scaramuccia, ancora oggi esistenti, oltre al palazzo Patriarcale. Lungo le mura all’esterno passava (ancora visibile) un fossato costeggiante il terreno detto Patriarcato dando così al castello una forma quadrangolare. Il maniero venne poi sempre più fortificato e ingrandito.

Nel 1309 fu assediato da conte di Gorizia e gli abitanti dovettero, dopo strenua resistenza, arrendersi. In seguito all’invasione del Friuli da parte di Rodolfo IV duca d’Austria, il castello di San Vito fu il centro delle operazioni del Patriarca ed invano gli austriaci cercarono di prenderlo. L’importanza di San Vito al Tagliamento è indicata anche dall’istituzione di un mercato settimanale nel 1341 e dalla convocazione da parte del Patriarca Marquardo di Randek di un Parlamento Friulano nella sala del palazzo Patriarcale (1366).

Nelle lotte all’epoca del Patriarca commendatario Filippo d’Alençon, i Carraresi presero San Vito (1385) ma in seguito i nemici furono cacciati.

Nel 1420 ci fu la conquista del Friuli da parte di Venezia. La repubblica mantette tutti i privilegi e gli statuti di San Vito, dove cominciò un periodo florido, specialmente nel campo dell’agricoltura e dell’artigianato. Di pari passo l’architettura cittadina si sviluppò e si abbellì di monumenti rinascimentali. Il castello, alla fine del Quattrocento, non venne sfidato dalle milizie turche, che però raziarono le campagne circostanti. La cittadina andò assumendo nel Cinquecento la struttura urbanistica che conserva ancora oggi, divenendo un centro economico rilevante, come testimonia l’insediamento dei una comuntà ebraica, che aveva un banco di pegni e un suo cimitero. Vero la fine del Settecento San Vito al Tagliamento è la terza cittadina del Friuli, dopo Udine e Cividale.

Seguì la storia degli altri comuni limitrofi dopo il 1797, nelle varie vicende napoleoniche e in quelle del governo austriaco. I fermenti del 1848 ebbero qualche testimonianza anche nella cittadina, segno del fervore patriotico, che poi vide un suo concittadino, Pietro Cristofoli, unirsi ai Mille di Garibaldi.

Nel 1866 venne unita al Regno d’Italia e all’epoca rappresentava la seconda cittadina del Friuli, dopo Udine. Tuttavia, un’oligarchia locale di stampo conservatore mantenne l’economia centrata sulle attività agricole, non intercettando lo sviluppo industriale che stava favorendo invece Pordenone.

Non furono sufficienti le linee ferroviarie Portogruaro-Casarsa creata del 1888 e la successiva San Vito-Motta di Livenza del 1913 a rilanciare il suo ruolo economico. Le attività industriali più rilevanti furono la Filanda Piva e lo zuccherificio detenuto dalla Società Ligure-Lombarda.

Dopo il 1915 anche San Vito fu investito dalla Prima Guerra Mondiale e vi si istituì un ospedale da campo. Subì soprattutto le conseguenze della ritirata di Caporetto, vista la vicinanza con il ponte di Casarsa. La popolazione che aveva la possibilità (la più abbiente) fuggì e così anche l’amministrazione comunale, che si insediò a Firenze.

Nel primo dopoguerra e durante il periodo fascista, San Vito continuò a basare la sua attività economica sull’agricoltura. La Seconda Guerra Mondiale portò lutti e i duri giorni dell’occupazione, che ebbe termine con la liberazione il 30 aprile 1945, dopo due giorni di combattimenti.

Nel secondo dopoguerra il territorio di San Vito al Tagliamento fu soggetto ad un’emigrazione che si attenuò soltanto negli anni ’60. I comuni vicini più industrializzati richiamarono da qui lavoratori. Le trasformazioni economiche portarono alla chiusura di realtà obsolete come la filanda, le ferriere e il lievitificio, consentendo solo all’artigianato di sopravvivere. Più felice fu la vita culturale che registrò l’impegno di diversi artisti.

Dopo gli anni ’70 si cominciò a registrare un incremento degli insediamenti industriali ed un aumento della popolazione che è continuato sino ad oggi, accompagnato da un trend demografico positivo.

 

 

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