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Andreis - Storia

Andreis, comune in provincia di Pordenone, è un grazioso centro posto su un terrazzo naturale. Non si sa con precisione quando si sorto il paese il cui nome sembra derivi da Sant’Andrea, oppure, secondo altri, dalle grotte presenti nel territorio, dette “andres”. Sappiamo che in epoca romana la zona era comunque sfruttata per i pascoli e i boschi. Da qui la leggenda che il fondatore dell’abitato fosse un pastore.

Nei diritti del vescovo di Concordia Benno, confermati dall’imperatore nel 996, figura la villa di Andreis. Questo piccolo centro viene nominato ancora nel 1183, in un documento di Papa Lucio III, come parte della Parrocchia di Barcis. Nel 1319 si cita la chiesa di San Daniele di Monte, al centro di una disputa. Nel 1651 la parrocchia si staccò da quella di Barcis e al nuovo parroco venne intimato di assistere alle processioni locali.

La chiesa di Andreis subì un grave incendio nel 1682 e nuovamente fu incendiata da una saetta nel 1806. Questi incendi più noti, che si aggiungono ad altri precedenti, fecero perdere una gran massa di documenti civili ed ecclesiastici. Andreis, come tutto il Friuli, passò dall’Impero asburgico al Regno d’Italia nel 1866. Nel 1878 Andreis contava 1293 abitanti.

La precaria economia costrinse ad un continuo flusso di emigrazione, specie a cavallo tra Ottocento e Novecento. Durante la Seconda Guerra Mondiale, il paese subì una dura rappresaglia da parte delle truppe tedesche il 10 agosto 1944, quando la frazione di Molassa venne completamente incendiata.

Con la fine della guerra riprese anche l’emigrazione, che vide i giovani di Andreis essere trai i primi emigranti verso il Belgio, specie nella zona di Liegi, in seguito al protocollo sottoscritto con l’Italia nel 1946. La popolazione cominciò a decrescere fino ad arrivare a poche centinaia di abitanti.

L’abitato di Andreis, colpito dal terremoto del 1976, fu restaurato mantenendo gli stili tipici delle case e creando oggi un vero gioiello, con case caratteristiche a due piani, dai tipici ballatoi detti “dalts” e in cui spesso nella cucina si trova ancora un vecchio fogolâr.

 

 

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