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Udine - Chiesa di San Gottardo

di Giorgio De Zorzi

La chiesa di San Gottardo si trova nel comune di Udine. Le parrocchie storiche della città di Udine furono istituite ufficialmente dal patriarca Francesco Barbaro, in ossequio alle disposizioni del Concilio di Trento, con un decreto del 20 gennaio 1595. Erano inizialmente otto, in aggiunta a quella preesistente del Duomo. La divisione riguardava la città all’interno delle mura, rispecchiando la struttura dei vari borghi e contrade. Ad esse era sottoposto anche il territorio esterno alle mura, in base alla porta di riferimento, che veniva chiamato allora suburbio. Spesso le parrocchie, ma anche le confraternite e le vicinie dei borghi, avevano dei diritti o percepivano degli affitti su terreni o beni posti nel suburbio.

Il suburbio di porta Pracchiuso, appartenente alla parrocchia di San Valentino, si estendeva lungo quella che è oggi via Cividale sino al Torre, allargandosi lungo questo asse, secondo dei confini stabiliti. Comprendeva anche gli abitati di Laipacco, della Buse dai Veris, e di varie case coloniche e casali. Compresa era anche la località di San Gottardo, che anticamente era una selva a ridosso della strada e del guado che conducevano a Cividale. Rimane ancor oggi il toponimo “la selve”.

Sappiamo che già ai tempi del Patriarca Bertrando (Saint-Geniès, 1260 ca. – San Giorgio della Richinvelda, 6 giugno 1350) era luogo in cui vi si ritiravano eremiti e devoti per praticare vita ascetica. Nel 1335 il patriarca Bertrando, venuto a sapere che in quella selva avevano preso dimora banditi e malfattori, scacciando gli eremiti e derubando chi transitava sulla via, vi si recò personalmente alla testa di alcune milizie e di cittadini, per combattere quei predoni. Liberò così la selva e fece abbattere le baracche che erano state fatte dai briganti. Vi trovò un piccolo oratorio costruito dagli eremiti e lo consacrò a San Gottardo Vescovo.

Questo venne in seguito concesso ai monaci Camaldolesi, probabilmente nel 1379, quando tale frate Enrico o Ricone, chiese di poter officiare la chiesa di San Gottardo e potervi ivi costruire il suo romitorio. Gli fu assegnato un terreno lungo il rivolo “justa stratam eundo ad Civitatem”. Poi, il 17 ottobre 1401 gli furono concessi altri terreni, che andarono a formare quella che in seguito verrà indicata come “braida e pradi di S. Gottardo”. Verrà in questo luogo costruito un lazzaretto ove ricoverare appestati e contagiosi.

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Nel 1454 inizieranno i lavori, deliberati nel 1445, per un nuovo lazzaretto cittadino, al posto del vecchio, per le esigenze di quarantena, che apparivano ormai alle autorità sempre più necessarie durante le epidemie. I camaldolesi lasciarono San Gottardo nel 1477 e vennero sostituiti dalla confraternita di San Rocco (non senza contrasti con i camaldolesi, qualche anno dopo), che divenne confraternita di San Gottardo. I lavori per il lazzaretto proseguirono a lungo, tanto che nel 1491 e 1492 risultavano ancora in corso (non sappiamo però se qualche effetto devastatore ebbero le invasioni turche che toccarono Udine tra il 1472 e il 1499). Verrà comunque più volte ristrutturato.

Chiesa e lazzaretto continuarono la loro funzione sino alla metà del Seicento, quando si presentò la necessità di una ristrutturazione radicale della chiesa. Con il denaro concesso in prestito dalla città e da benefattori alla fraterna di San Gottardo, nel 1642 si giunse al compimento della ristrutturazione nelle forme attuali. Statue e decorazioni furono poi donate da nobili cittadini, come i Mantica e i Del Torso. Giulio Del Torso, in qualità di priore, provvide ad una pavimentazione in pietra, esterna alla chiesa, che però a cominciare dal 1814, con le autorità napoleoniche, e fino al 1914, fu oggetto di asportazioni, tanto da andare completamente perduta. Nonostante la ristrutturazione, iniziò un declino dell’istituzione e delle strutture del lazzaretto.

Negli anni del Settecento le entrate si fecero sempre più magre mettendo nella condizione la fraterna di San Gottardo di impegnare più volte i pochi argenti e addirittura il calice per l’eucaristia. Se le entrate per elemosina nella prima metà del Seicento superavano le 500 lire annue, nel 1681 erano 302, nel 1701 erano 180, nel 1733 erano 72. Evidentemente l’allontanarsi del pericolo di pestilenze ed epidemie faceva sì che l’utilità del lazzaretto fosse sempre meno sentita. Ad una visita pastorale del 1735 furono riscontrati ammanchi nei paramenti liturgici per 406 lire, somma che non poteva essere coperta nemmeno da un anno di elemosine. Il comune si vedeva costretto ad elargire continuamente sussidi per le necessità della chiesa, pur richiedendo vanamente che fosse per l’ultima volta.

Dei lavori di adeguamento liturgico vennero considerati necessari nel 1749, ma si diete tempo un anno e mezzo per farli, attestata la povertà della chiesa. Nonostante lo sforzo della fraterna, i costi per mantenere efficiente il lazzaretto per eventuali necessità pubbliche e la chiesa per le funzioni, andavano aumentando e si cercò di affittare i locali pur con obbligo di sloggio immediato in caso di necessità. Venne dato in affitto al tintore Mattia Pituello nel 1765 e ai padri Barnabiti per esigenze del loro liceo nel 1773. Le migliorate condizioni igieniche resero sempre più remote le necessità dovute a pestilenze e quindi il lazzaretto fu utilizzato per ospitare le persone povere della città.

Nel 1805 si fecero dei nuovi lavori straordinari e, una volta finiti, il parroco di San Valentino benedì solennemente la chiesa, cosa che denuncia lo stato di abbandono in cui versava l’edificio. Frattanto le truppe francesi avevano occupato il Friuli e presso San Gottardo decisero di installare un accampamento militare, trasformando la chiesa in deposito di polvere da sparo.

L’epilogo si ebbe nel 1810 con le leggi napoleoniche che soppressero i conventi e tutte le fraterne laicali. Per conseguenza, chiesa, lazzaretto e terreni annessi vennero incamerati dal demanio, suscitando la protesta di vari parrocchiani di San Valentino che vantavano diritti sui pascoli e sulla selva di San Gottardo. Nell’ottobre del 1813 i francesi lasciarono il Friuli, con gran sospiro di sollievo per San Gottardo, che oltre alla normale vessazione francese, l’anno precedente, il famoso 1812 napoleonico, vide diciotto suoi capifamiglia obbligati da allestire uno o due carri trainati da pariglie di buoi per il trasporto di viveri, armi e vestiario all’armata francese di ritorno dalla Russia, in transito in Carinzia. Arrivati in Austria, per le disastrose condizioni dell’armata, furono confiscati i carri e i buoi e i capifamiglia fatti ritornare a Udine con mezzi propri.

Subentrato il governo austriaco, il 6 luglio 1814 venne inviata una memoria scritta al podestà Filippo di Colloredo per la restituzione di quei pascoli. Domenico Giusto, Valentino Lodolo, Pietro Biasutti, Eugenio Del Zotto, Gio. Batta Del Bianco, Angelo Carlin, Francesco Franzolini e Pietro Feruglio a nome proprio e di tutte le famiglie di borgo Pracchiuso, basarono la loro richiesta sul fatto che quei luoghi furono dati in uso comune ai borghigiani dal Patriarca Bertrando, per alleviare le misere condizioni di quelle famiglie. Rammentarono che vi era un documento che attestava questo diritto che però andò perduto dopo un incendio che scoppiò nel convento delle Grazie, dove era custodito. Sempre nella stessa lettera si racconta come sessanta campi furono comprati dai signori Zili e Giuseppe Antivari offrendo prezzi ben al di sopra del loro valore, impedendo quindi alle famiglie di Pracchiuso di riscattarli.

La chiesa con i terreni vicini, facendo parte del demanio, venne incamerata come bottino di guerra dagli austriaci e rimase, con usi profani, di proprietà pubblica per alcuni anni, fino a che passò alla Cassa di Ammortizzazione Austriaca che la pose in vendita al pubblico incanto. Venne acquistata dalla ditta Fiscal che poi rivendette al confinante sig. Pietro Antivari il 31 luglio 1843 per 2687 lire austriache.

Gli Antivari, giunti in Friuli dall’Albania (in origine si chiamavano Lazzarovich conti d’Antivari), erano mercanti che avevano fatto fortuna e avevano dei terreni fuori porta Pracchiuso. Per dare misura delle economie di tale famiglia, Pietro Dell’Oste riporta in un suo scritto un documento del Settecento riguardante un Antivari a cui apparteneva una bottega di pane presso alla caserma di Cavalleria in borgo Pracchiuso. Questi, quando vedeva i figli “a spendere un besso in agio e cipolla, li criava a ciò non si usassero a golosessi…”. Tra il Sette e l’Ottocento, Giuseppe Antivari, sposato con una discendente di Jacopo Linussio, divenne un grande produttore e commerciante di canapa e seta e accumulò un ingente patrimonio di industrie, palazzi e terre, che passò al figlio Pietro nel 1819. Pietro fu l’ultimo degli Antivari e la figlia Giovanna si sposò con Giovanni Mauroner. Entrambi morirono nell’epidemia di colera del 1855 e il patrimonio passò al figlio Giuliano Mauroner (1846-1919).

Questi era un medico, incline all’arte e al collezionismo, che visse tra Firenze e il Friuli, dove aveva diversi possedimenti. Oltre a quelli dei terreni di San Gottardo e una cascina posta presso l’attuale Viale Divisioni Garibaldi Osoppo, anche una tenuta a Tissano di Santa Maria La Longa, dove nacque.

Egli gestiva i terreni di San Gottardo con il sistema della colonìa, come altri proprietari della zona. Tra i coloni più rilevanti, per ampie estensioni specie dal 1770 al 1855, la famiglia Franzolini, con i casali siti in via del Riul, oggi via Di Giusto. Il convento delle Grazie possedeva uno sportello presso i Franzolini, dove i Servi di Maria distribuivano la minestra ai poveri. I frati possedevano alcuni appezzamenti di terreno in zona e qualche casa colonica, che poi passarono al demanio nel periodo napoleonico.

La chiesa di San Gottardo, compresa tra i beni del Mauroner, risultava in stato di abbandono, tanto che la torre campanaria, anche per la sottrazione di materiali, finì con il crollare. La chiesa divenne ricovero per attrezzi agricoli in mezzo ad un’intricata selva.

Nonostante le continue richieste degli abitanti di riaprire la chiesa al culto, la somma necessaria per ripristinarla divenne sempre più ingente e il Mauroner non volle impegnarsi in tal senso. Questo spinse gli abitanti a volerne costruire una nuova, in uno spiazzo erboso presso l’incrocio di via Cividale con via Morosina. Si accumularono materiali e i parroci della Madonna delle Grazie (divenuta nel frattempo sede parrocchiale) Franzolini e Scarsini cercarono di sostenere l’opera e reperire fondi. Purtroppo non si riuscì a finanziare adeguatamente la costruzione e i materiali vennero rivenduti, come raccontato anche da don Giuseppe Savorgnani da Bicinicco, che svolgeva l’ufficio di confessore alle Grazie con funzione di cappellano di San Gottardo.

Il 29 giugno 1895 divenne parroco delle Grazie mons. Pietro Dell’Oste. Subito dopo il suo ingresso, le famiglie di San Gottardo rifecero presenti le loro aspirazioni per un luogo di culto. Il 12 marzo 1900 presentarono una memoria in cui raccontarono che l’amministrazione austriaca nel 1843-44 indennizzò le famiglie di San Gottardo per il trasporto ai francesi del 1812, sopra raccontato, e che consegnò a mons. Franzolini la somma di lire venete 20.000. Il parroco, che era alle prese con la costruzione della nuova facciata del Santuario e non aveva fondi sufficienti, chiese di poter usare quella somma in cambio dell’impegno a ristrutturare la chiesa di San Gottardo. Avuto il benestare delle famiglie, queste fecero anche dei trasporti gratuiti di pietra d’Istria da Cervignano, giunta via mare, e di sabbia e ghiaia dal Torre. Nel 1850 si completò la facciata delle Grazie, ma i debiti proseguirono e il sopraggiungere della morte, nel 1862, non fecero mantenere a mons. Franzolini la promessa. Né riuscì a farlo mons. Scarsini, suo successore.

Dell’Oste si rese disponibile a onorare l’impegno del predecessore. Con i rappresentanti delle famiglie ragionò sulla posizione eccentrica della chiesa e sull’opportunità di costruirne una nuova, meglio posizionata per servire l’intero suburbio. Ma alfine, scartata questa idea, si decise di chiedere la vecchia chiesa in donazione al dott. Giuliano Mauroner o, in alternativa, una cessione a basso prezzo, visto il suo degrado, secondo un prezzo stimato dal perito sig. D’Orlando. Ma, come scrive il Dell’Oste, la provvidenza aveva altri disegni, visto che il proprietario escluse una donazione, proponendo un prezzo di cessione di due terzi superiore alla stima! Per sua stessa ammissione, il Mauroner si dichiarava affatto distante dalla pratica religiosa e di devozione.

La cosa non era di facile soluzione. Il Dell’Oste, durante ulteriori riunioni nel 1903 e 1904, ripropose la costruzione di una nuova chiesa. Cercò di spingere questa soluzione offrendo la somma iniziale di L. 1000 per la nuova chiesa. Il problema era che le famiglie più interessate e decise a finanziare il ripristino erano quelle verso il Torre, mentre quelle della zona Morosina erano ormai per lo più costituite da operai, meno legate al territorio e alla sua funzione agricola.

Col trascorrere delle stagioni agrarie, quando annualmente gli affittuari andavano alla villa di Tissano per onorare gli impegni coloniali con il dott. Mauroner, non mancavano mai di toccare il tasto dell’abbandono della chiesa. Lentamente – gutta cavat lapidem – il proprietario divenne sempre più sensibile al problema, sino a inviare una lettera al parroco il 28 agosto 1913 in cui richiedeva un incontro per definire la questione. Con il Dell’Oste si stabilì la massima cordialità e il Mauroner si fece via via più disponibile, mosso nell’animo anche da una nuova sensibilità spirituale, che lo condusse a voler dialogare con l’Arcivescovo, aprendosi infine alla fede, tanto da stabilire che i propri funerali, che giungeranno poco dopo, nel 1919, fossero celebrati in forma religiosa.

Giuliano Mauroner donò la chiesa con i terreni adiacenti alle famiglie di San Gottardo tramite la parrocchia della Madonna delle Grazie nel gennaio del 1914. Le famiglie si posero alacremente a lavoro per sistemare la chiesa. Rimossero le sterpaglie e i rovi e, in aiuto alla ditta F.lli Tonini, ristrutturarono l’edificio internamente ed esternamente. Frattanto, il 16 aprile 1914, la donazione fu perfezionata con atto notarile. Il costo totale dei lavori fu di 16154 lire. Gli abitanti fornirono 3562 ore di manodopera gratuita e trasportarono 640 mc di materiale. La chiesa fu riportata all’originale splendore.

Il 7 giugno 1914 si fece la solenne inaugurazione dell’edificio, presieduta dall’Arcivescovo mons. Anastasio Rossi, da mons. Dell’Oste, alla presenza di tutte le famiglie e dei benefattori della zona. Venne ridato alla chiesa il titolo di cappellania, affidata ad un cappellano-curato nominato dall’arcivescovo. Si eresse subito dopo un campanile in legno con un concerto di campane provenienti dalla fonderia De Poli, requisite purtroppo nel marzo 1918 dagli austriaci. Nuove campane furono però rifuse sempre dalla ditta De Poli e poste nella nuova torre campanaria nel 1925. La cappellania diverrà parrocchia nel 1955.

 

Bibliografia

Dell’Oste, mons. Pietro – San Gottardo in territorio di Udine. Udine, 1922, Stab. Tip. Gustavo Percotto e Figlio.

 

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