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San Canzian d'Isonzo - I fratelli martiri Canzio, Canziano e Canzianilla

di Marianna Cerno

È piuttosto raro che gli scavi archeologici portino alla luce le prove effettive di un culto martiriale di età antica. Quando questo succede, solitamente si ritrovano le cosiddette sepolture ad martyres, ossia i resti delle tombe dei fedeli più facoltosi che si sono potuti permettere il riposo eterno accanto o molto vicino al proprio santo patrono. Non sono molte le città del mondo che possono vantare un simile tesoro.

Per i martiri Canziani la scoperta è stata ancora più straordinaria.

Dopo un decennio di scavi, negli scorsi anni Sessanta il professor Mario Mirabella Roberti ha ritrovato la tomba di questi fratelli, perfettamente conservata e completa dei loro resti ossei: l’esame delle reliquie ha confermato che si trattava di tre individui, due uomini e una donna, imparentati fra loro. L’incredibile ritrovamento è avvenuto a San Canzian d’Isonzo, un luogo che evidentemente porta con sé sin da allora il ricordo profondo di quella vicenda religiosa.

Capsella ovale d'argento del V secolo, destinata a custodire le reliquie dei santi Canziani (Grado, Tesoro della basilica di S. Eufemia).
 (Foto presa da http://www.dizionariobiograficodeifriulani.it/canziani/)

Il racconto agiografico dei fratelli Canziani parla invece di una cattura (ed esecuzione) avvenuta ad Aquas Gradatas, un toponimo per lungo tempo ritenuto essere riferito a Grado, ma ora individuato (e da alcuni studiosi già prima dello spettacolare ritrovamento) nella località Grodate di San Canzian, chiamata nell’alto medioevo anche vicus Cantianorum, «il villaggio dei Canziani».

Come la loro sepoltura, anche la Passione dei Canziani è giunta quasi integra dall’epoca antica, testimone della perseveranza della devozione pur nell’evoluzione della società medievale.

Il racconto come oggi si conserva è il frutto di una rielaborazione realizzata sempre in seno alla chiesa aquileiese tra la seconda metà del V secolo e l’VIII, quando i chierici del patriarcato hanno arricchito la Passione originaria (chiamata Historia dagli studiosi) con alcune parti tratte da altre agiografie antiche e locali, come quella di Crisogono, e dal sermone pronunciato dal vescovo di Torino Massimo nel primo quarto del V secolo. Questo sermone non solo mostra l’eco immensa prodotta dal martirio dei Canziani, venerati in tutto il nord Italia e fino in Gallia, in Germania e nei territori attualmente sloveni e croati, ma anche che il vescovo Massimo conosceva bene l’Historia, dalla quale trae tutto il materiale per il suo discorso.

La rielaborazione altomedievale del racconto agiografico sembra nascere dalla necessità di un miglioramento dell’Historia, quasi questa dovesse essere in qualche modo nobilitata, forse anche in vista di una maggiore fruibilità da parte dei fedeli non appartenenti alla chiesa di Aquileia.

Questo, in breve, il contenuto della Passione: i tre fratelli Canzio, Canziano e Canzianilla si trovano a Roma quando viene promulgato l’editto di persecuzione di Diocleziano contro i cristiani. I giovani, nobili discendenti della famiglia romana degli Anici e dell’imperatore Carino, su consiglio del loro precettore Proto cercano rifugio nei loro possedimenti di periferia, ad Aquileia, con la scusa di visitare le loro proprietà. Tuttavia, nella città il furore dei pagani è ancora più feroce, e subito le autorità locali li chiamano a sacrificare pubblicamente agli dèi. Al loro rifiuto il governatore Dulcidio interpella Diocleziano in persona, che immediatamente decreta per i fratelli la pena capitale. Questi tentano di nuovo la fuga assieme a Proto, inseguiti da un funzionario imperiale chiamato Sisinnio. Ma appena fuori Aquileia, ad Aquas Gradatas, una delle mule che trainava il carro dei Canziani si accascia, provocando la cattura dei fratelli. A questo punto il redattore inserisce nel racconto una similitudine fra il carro del profeta Elia e quello dei Canziani, in una sorta di apologia dei tre fratelli, la cui fuga diventa una corsa eroica al martirio. L’ultimo tentativo di Sisinnio di imporre un sacrificio a Giove viene salutato dai tre con decise maledizioni, così come la condanna alla spada, verso la quale i fratelli si incamminano «rallegrandosi e cantando salmi». Il venerabile presbitero Zoilo si occupa della raccolta delle salme e della loro sepoltura «in un luogo magnifico».

L’origine romana dei fratelli si spiega con la volontà di accentrare nell’Urbe i più importanti racconti agiografici della chiesa latina, in una sorte che accomuna diversi testi dell’Alpeadria, fra i quali quello dello stesso Crisogono, e delle regioni slovena e croata (l’antica Pannonia), come la Passione di Anastasia.

Un’altra curiosa manipolazione dei contenuti dell’agiografia dei Canziani riguarda la loro discendenza dalla nobile gens Anicia, un elemento la cui interpretazione suscita ancora oggi alcune perplessità fra gli studiosi.

Potrebbe trattarsi del richiamo a un episodio storico avvenuto all’inizio del secolo VI, la reclusione e l’esecuzione del filosofo Severino Boezio, un fine letterato della gens Anicia dalla brillante carriera politica, consigliere personale del re ostrogoto Teodorico alla corte di Pavia, ingiustamente accusato di cospirare con i Bizantini e la chiesa di Roma ai danni del sovrano.

La condanna a morte senza processo sentenziata da Teodorico ha suscitato grande scalpore in tutta la popolazione, e quello che era stato un delitto politico diventa per l’opinione pubblica una persecuzione dei cattolici da parte degli ariani (tali erano i Goti), tanto da venerare Boezio come martire. In quest’ottica, allora, la Passio Cantianorum potrebbe figurarsi come la trasposizione a livello esemplare della vicenda particolare, dove i fratelli diventano la metafora agiografica del cristiano (latamente) ‘romano’ ucciso dagli infedeli.

L’interpretazione ‘martiriale’ della vicenda non è senza fondamento: la figura di Boezio, un filosofo accusato di magia, è analoga a quella dei primi martiri cristiani, ugualmente sapienti (della vera sapientia) e sovversivi, sovente imputati della medesima accusa e capri espiatori di un governo non più capace di comprendere o quanto meno di gestire adeguatamente il nuovo assetto sociale.

La Passione dei Canziani, rimasta quasi intatta dall’antichità e mai utilizzata come modello per successive composizioni, con i ritrovamenti archeologici che la accompagnano si configura come una perla rara della storia ecclesiastica locale, che meriterebbe una maggiore valorizzazione.

 

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