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Udine - Storia del Santuario della Madonna delle Grazie

di Giorgio De Zorzi

La storia del Santuario della Madonna delle Grazie è lunga e precedente a quella dell’arrivo dei Servi di Maria in città. Anticamente, prima dell’attuale chiesa e dell’annesso convento di Santa Maria delle Grazie vi era qui un luogo di culto dedicato ai Santi Gervasio e Protasio (santi martiri milanesi del III secolo, secondo la tradizione figli di San Vitale e di Santa Valeria), posto vicino alla roggia e vicino al lago che esisteva ai piedi del colle del castello, sul lato nord-est di quest'ultimo.

Le origini di questa chiesa sono oscure. Nella sua Guida di Udine del 1886, edita dalla Società Alpina Friulana, Giuseppe Occioni Bonaffons indica come la memoria più antica riguardi la data del 1040, quando qui doveva esserci la chiesa dedicata ai santi ambrosiani affiancata da un monastero retto dai Benedettini, definiti Cassinesi, però di queste notizie non fornisce le fonti.

Anche Mons. Pietro dell’Oste, parroco delle Grazie dal 1895 al 1923, riporta questa notizia in diversi suoi scritti (vedi ad esempio: San Valentino – Frammenti Storici, Udine 1923). Aggiunge, sempre nel libro citato, che l’area lungo via Sant’Agostino (dove oggi c’è la caserma Di Prampero e ai suoi tempi quella di cavalleria, costituita dal convento delle suore Agostiniane così trasformato) era detta delle Cassine perché legata ai Benedettini Cassinesi.

Dell’Oste sostiene che dalla stessa origine prende il nome "Porta Cassina", che in fondo a Via Sant’Agostino, nel Trecento, si apriva nella quinta cerchia di mura e che ebbe però breve vita perché venne chiusa nel 1412. Giovanni Battista della Porta nel suo prezioso “Memorie su le antiche case di Udine” (ripreso dal suo “Toponomastica Storica della Città e del Comune di Udine” – Udine, 1928) indica invece l’origine del toponimo non nei benedettini, ma dal fatto che nella zona ci fosse una cascina di proprietà del Patriarca. Tuttavia riguardo alla Madonna delle Grazie, anch’egli riporta che nel 1040 vi erano i benedettini cassinesi.

Tra questi autori si fa una certa confusione tra Cassinesi e provenienti da Montecassino. Infatti, la congregazione dei Benedettini Cassinesi prese questo nome solo nel 1504 quando alla riforma della regola dei monasteri benedettini aderì anche l’Abbazia di Montecassino. Questo esclude pertanto la possibilità che si trattasse all’epoca di questa congregazione.

Giuseppe De Piero nel suo “Antiche parrocchie della Città di Udine” (Udine, 1982) racconta che nel IX secolo all’abbazia dei Santi Gervasio e Protasio venne incorporata, seppur temporaneamente, quella storica della Beligna, presso Aquileia, in seguito alla decadenza di questa per l’impaludamento della zona. Non cita però le fonti e si basa decisamente sugli scritti del dell’Oste. Sempre nel medesimo volume, si afferma che un monastero benedettino femminile era presente vicino alla roggia, fuori porta Gemona (dietro all'ex palazzo Moretti). La strada cassina quindi poteva essere anche il collegamento tra questi due monasteri. Anche qui però mancano le fonti.

Le notizie su quest’epoca sono comunque molto scarne ed incerte e non abbiamo testimonianze scritte sull’attività dell’abbazia. Vittoria Masutti nel curare la riedizione del libro sulle case di Udine del Della Porta, nel 1982, annota che non ci sono notizie a supporto della data del 1040. Negli articoli redatti da Fra Davide Montagna e Fra Graziano su questo bollettino all’inizio degli anni Settanta del Novecento, in cui si tracciava una storia del Convento della Madonna delle Grazie, cominciano a riportare le notizie di San Gervasio dalla fine del Duecento, non accennando ai benedettini e alla loro attività.

Tuttavia, Pietro Zovatto nel suo fondamentale “Il monachesimo benedettino in Friuli”, edito dal Centro Studi Storico Religiosi del Friuli Venezia Giulia nel 1977, conferma la presenza di un’abbazia benedettina nel luogo in cui ora sorge il Santuario.

La presenza benedettina sarebbe rimasta sino alla metà del Trecento, epoca in cui Pracchiuso era una delle ville che attorniavano la città di Udine e che si apprestavano ad essere inglobate dalla costruzione della quinta cerchia di mura, corrispondente più o meno all’attuale circonvallazione interna.

Documenti del comune di Udine parlano di fondi destinati dalla città nel 1347 alla “consacrazione” della chiesa, segno probabile che la sua decadenza rifletta quella benedettina. L’anno successivo i Celestini, seguaci di quel Pietro da Morrone che sarà poi eletto Papa con il nome di Celestino V, ebbero in dono un terreno confinante con quelli della chiesa di San Gervasio.

In quel periodo i Celestini erano all’apice della loro espansione e chiesero al Patriarca Bertrando, tramite il loro provinciale padre Omobono presente in città per la donazione, di insediarsi nel luogo e officiare la chiesa. Questi diede il suo assenso unendo alla concessione della chiesa alcune casupole da lui riscattate, con il progetto di fondare un monastero dedicato a San Girolamo. La consegna ai Celestini avverrà il 28 ottobre 1349.

La comunità dei Celestini però non fu mai di grandi dimensioni. Ad esempio, nel 1389, erano in tre. La provenienza risulta che fosse da varie parti d’Italia e anche francese. La lista dei priori nell’ultima parte del Trecento ci da un’idea di quale fosse la composizione delle comunità: Giovanni da Gubbio (1379); Giovanni da Avignone (1382-84); Matteo da Montereale (1389-90); Girolamo da Udine (1391-92); Giorgio da Venezia (1392-93); Giovanni De Novellis dall’Aquila (1394-97); Adamo di Terranova di Calabria (1398).

In questa fase la comunità è vista con favore e suscita un certo fervore religioso. Abbiamo testimonianze di festeggiamenti solenni con astensione dal lavoro da parte della popolazione (19 giugno 1380) e donazione da parte di un fedele di dieci marche aquileiesi per l’acquisto di paramenti liturgici e di un calice. Segno ancora maggiore è la presenza prima del 1383 di una “fraternitas Sancti Gervasii”, formata da laici, che affiancava i religiosi, e la gestione dal 1379 di un hospitale.

Questi frati svolsero per un periodo anche le funzioni religiose a San Martino della Beligna, presso Aquileia. Al tempo, questa abbazia era piuttosto importante, soprattutto dopo la rinascita nell’XI secolo della città patriarcale. La Beligna aveva una rendita di circa quattrocento fiorini d’oro. I Celestini ottennero poi da Gregorio XI e Urbano VI che l’abbazia aquileiese fosse incorporata in quella di San Gervasio e Protasio.

Questa risoluzione venne contrastata dal Patriarca Giovanni di Moravia che era contrario ai monaci ma appoggiata dal consiglio di Udine, che a quel tempo avversava il Patriarca. I monaci dal febbraio 1389 cominciarono a chiedere di entrare in effettivo possesso della Beligna e Udine diede via libera l’8 luglio 1390 perché dei cittadini si radunassero per accompagnare i monaci a prenderne possesso. Questo però non avvenne e il 7 giugno 1392 Papa Bonifacio IX annullò l’incorporazione.

Questa vicenda comunque ci indica come l’ordine benedettino fosse ormai incapace di gestire le proprie abbazie e di come San Gervasio e Protasio occupasse un ruolo dignitoso nella struttura religiosa del Patriarcato. Tuttavia questo non significa che avessero grandi possedimenti. Anzi. La controversia per la Beligna fu piuttosto accesa e combattuta dai monaci perché questi non avevano entrate rilevanti e quelle rendite apparivano come l’unica soluzione per una tranquilla sopravvivenza.

E in effetti il problema delle entrate si acuì dopo il 1398, quando il comune non poteva più garantire ad essi rendite sufficienti, sicuramente segno degli eventi che nella seconda metà del Trecento portarono il Friuli patriarcale a dissanguarsi per le numerose lotte tra nobili, comunità e Patriarca. Nel 1413 il consiglio della città sollecitò il Patriarca a provvedere al sostentamento della chiesa e del convento ché “ogni giorno che passa se ne vanno in rovina”.

Il 5 aprile 1437 il priore fra Pietro inviò una petizione al comune per ricevere un sostegno economico, visto che la comunità era ridotta a tre confratelli privi di ogni risorsa. Questa è l’ultima notizia che abbiamo della presenza di una comunità di Celestini a San Gervasio e Protasio. Già nel 1439 priore risulta un agostiniano nominato dal comune: fra Cristoforo da Udine. L’arrivo del governo veneziano nel 1420, inoltre, aveva cominciato lentamente a far mutare anche la geografia religiosa, stante che la Repubblica tendeva a favorire alcuni ordini piuttosto che altri.

Sicuramente la chiesa di San Gervasio e Protasio non era più un punto di propulsione religiosa come nel secolo precedente e i costumi erano piuttosto scaduti (peraltro come in molti altri conventi e per diversi membri del clero). Tanto che l’ultimo priore, tale Nicola da Rimini, cappellano delle truppe veneziane, di cui pare condividesse anche i modi, fiutando l’imminente cacciata da parte dei fedeli, abbandonò spontaneamente la chiesa (cfr. Carlo Socol: La visita apostolica del 1584-85 alla diocesi di Aquileia e la riforma dei regolari; 1986, Casamassima - Udine).

Furono così chiamati a reggere la chiesa i Servi di Maria, che già da tempo avevano preso contatti per arrivare in città. Inizialmente dovevano sostituire le monache del monastero di San Nicolò in via Zanon, al cui interno la disciplina religiosa era quasi assente.

L'ordine dei serviti era stato fondato in Toscana verso il 1233 da sette uomini laici che vollero inizare un percorso di vita fraterna, costituendo una comunità sul Monte Senario, presso Firenze. Nel Quattrocento l'ordine si stava riformando internamente con la cosiddetta Congregazione dell'Osservanza e con la creazione di un terz'ordine denominato Ordine secolare dei Servi di Maria.

In quest'epoca vengono fondati diversi conventi, soprattutto nel nord Italia, sulla spinta spirituale di diverse figure carismatiche all'interno dell'Ordine. Accetteranno quindi anche la sfida di Udine per un'opera di riforma della vita religiosa.

Nel giugno del 1479 giungono a Udine i Servi di Maria, grazie agli auspici del luogotenente del Friuli di quell'anno, il cavaliere Giovanni Emo. Fu infatti lui a volere i Servi in città, essendo un ordine all'epoca in espansione e dai costumi piuttosto sobri.

L'ordine aveva già comunque avviato contatti con la città sin dal 1455, quando il 15 settembre di quell'anno aveva inviato degli emissari per conferire con l'amministrazione locale, proponendo un insediamento. I consiglieri erano favorevoli e avevano proposto l'area della chiesa di Sant'Antonio, che ai frati non dispiaceva. Ultimo passo era il nullaosta del vicario patriarcale. Questo tuttavia non ci fu e ne ignoriamo il motivo.

Sostanzialmente la stessa trafila si ebbe due anni dopo. Il 20 dicembre 1457 un frate dei Servi (non sappiamo se fosse dell'Osservanza) incontrò una commissione di quattro membri, incaricata dal consiglio cittadino di condurre le trattative, per proporre una sede stabile a Udine.

Il 7 febbraio 1458 la commissione propose dei luoghi possibili, che dalla successiva relazione al consiglio sappiamo essere: San Gervasio, Sant'Antonio, San Nicolò in via Zanon. Quest'ultimo venne ritenuto il più adatto. Era sede infatti di un convento di monache che avevano costumi assai discutibili e lontani dall'idealità religiosa. Il consiglio si dimostrò favorevole, ma il permesso non giunse nemmeno questa volta. Bisognava attendere altri vent'anni.

Nel frattempo il 19 dicembre 1466 il convento di San Nicolò venne chiuso per essere riformato. Ecco che allora i frati serviti, nel giungere a Udine per la terza e decisiva volta il 20 giugno 1479, si stabilirono a San Gervasio, al tempo retto da tale fra Cristoforo da Udine, con il determinante appoggio di Giovanni Emo.

Questi (1419 - 1483) era uomo colto, energico e di grande esperienza politica, diplomatica e militare. Nato a Venezia, a S. Marcuola nel sestiere di Cannaregio, il 21 febbraio 1419, era stato ambasciatore a Napoli, Budapest e a Costantinopoli. Giunse a Udine il 20 gennaio 1479 con l'incarico di rinforzare le mura e i fossati della città, oltre che rinforzare la fortezza di Gradisca per difendersi dalla nuova minaccia che incombeva sulla repubblica di Venezia e sul Friuli: il flagello turco. Erano infatti passati solo due anni dalla seconda invasione turca del Friuli che aveva lambito anche Udine e che condusse Venezia a sancire una pace ventennale con il sultano.

I frati si diedero subito da fare e acquistarono delle casette e dei fondi attigui alla chiesa per sistemare la proprietà. Altri beni furono donati.

L'ingresso dei frati fu celebrato solennemente il 28 luglio con una processione che dalla Cattedrale giungeva sino alla chiesa di Borgo Pracchiuso. Ad essa partecipò una gran folla di cittadini, con alla testa il Luogotenente, i deputati della città i canonici, il vicario patriarcale e la delegazione dei servi composta dai membri che avrebbero fatto parte della comunità, da fra Girolamo de Franceschi da Venezia (diventerà poi vescovo di Corone, suffraganeo del patriarca di Aquileia) e fra Onorio da Bergamo, vicario generale dell'Osservanza.

Iniziava così la missione dei Servi di Maria a Udine. La comunità era composta dal maestro Michele teutonico che ne era il priore, dal sacerdote Giustino di Brescia, dal sacerdote Pacifico da Padova, dal suddiacono Urbano da Lodi, dai chierici Davide e Teofilo da Rovato, dai fratelli Gottardo da Vicenza e Luigi da Giustinopoli d'Istria. Quindi l'area di provenienza era quella padana dell'Osservanza con il rimarchevole particolare della presenza di chierici, studenti, segno di una fraternità dinamica.

I Servi di Maria iniziarono quindi dal luglio 1479 ad officiare la chiesa dei Santi Gervasio e Protasio e la presa dell’annesso convento, sotto la visione del commissario dell’ordine Fra Paolo da Chiari di Brescia. In quei giorni si ebbe un fatto importante per la storia del Santuario.

Il cavaliere Giovanni Emo, luogotenente della Patria del Friuli, stabilitosi nel castello, residenza che spettava a tale carica, aveva portato con sé un’icona raffigurante la Vergine. L’aveva ricevuta in dono dal sultano Maometto II quando era console generale a Costantinopoli.

L’icona, realizzata in modi bizantineggianti, sembra essere di bottega veneziana, databile al XIV o XV secolo. La Vergine è ritratta a mezzo busto e sorregge il Bambino che viene allattato, verso cui reclina il capo, mentre nella mano sinistra tiene una rosa. Le due figure portano un’aureola dorata e sono vestite di rosso, mentre la Madonna è ricoperta da un manto blu. In alto, due lettere greche approssimative vogliono significare Madre di Dio.

L’immagine si trovava esposta in una delle sale del Castello. In breve tempo la tavoletta della Vergine compì delle guarigioni insperate. Nonostante non se ne volesse parlare, ben presto si diffuse la notizia tra il popolo e tutti la volevano vedere.

Dopo una ulteriore prodigiosa guarigione che riguardò una cuoca che si era quasi staccata una mano lavorando in cucina e che l’ebbe risanata rivolgendosi devotamente a quell’icona della Vergine, il luogotenente pensò che una simile immagine taumaturga non poteva essere conservata in un luogo profano e decise di inviarla nella vicina chiesa dei santi Gervasio e Protasio.

L’8 settembre 1479, con solenne processione si trasportò l’immagine dal Castello alla chiesa che poi prese il nome di Beata Vergine delle Grazie o Madonna delle Grazie.

L’icona miracolosa della Vergine, inquadrata entro una cornice di legno dorato, venne collocata in una cappella a se stante: la primitiva cappella, che ora è dedicata al beato Bonaventura.

La comunità primitiva è composta da otto frati, dei quali è priore, unica figura nota, tal m° Michele teutonico (1479-1480). Investita anche dell’importante responsabilità della custodia dell’icona, la fraternità si diede subito i primi obiettivi: avere il riconoscimento giuridico e cominciare la costruzione di una nuova chiesa e di un nuovo convento.

Il primo venne raggiunto con la bolla emanata da Papa Sisto IV il 12 gennaio 1480 ed indirizzata al Vicario Patriarcale, in cui si stabiliva che le proprietà del convento dei Santi Gervasio e Protasio venissero separate dalla giurisdizione dei Celestini e fossero affidate ai Servi. La cosa tuttavia non fu così semplice perché in seguito ne nacque una contesa con i Celestini e già dal 1482 si tentò di far riformulare la dichiarazione papale in maniera più chiara ed esplicita.

Tuttavia i frati non persero tempo e l’11 aprile 1482 cominciarono un restauro del monastero esistente, come ricordano varie suppliche alla comunità cittadina. L’energia profusa per il restauro delle opere materiali non fu inferiore a quella messa per il rinnovo degli uffici liturgici. Se precedentemente al loro arrivo nella chiesa la celebrazione di una messa alla settimana era incerta, dopo l’insediamento dei frati le messe furono regolari e affiancate dal sacramento della confessione e dalle predicazioni.

Si ebbe così una crescente partecipazione del popolo alle funzioni religiose dei Servi, dovuta anche alla devozione verso l’immagine della Vergine che si custodiva. Tanto che nel luglio del 1483 essi vengono già indicati come “frati di Santa Maria delle grazie” e un documento datato 29 dicembre dello stesso anno parla di donne che vanno “ad gloriosam virginem Mariam gratiarum”.

Le figure a noi note di priori della comunità sono due: Dionisio da Brescia (1483-1484) e fra Benedetto da Clusone (1486-1487). Quest’ultimo avrebbe poi fondato, con altri due frati, un convento dell’Osservanza a Clusone, su incarico di Bonaventura da Forlì. Un documento capitolare del 28 gennaio 1489 ci informa che la comunità era composta dal vicario generale e da dodici frati. La maggior parte di essi era di provenienza bresciana, ma si annovera già un primo frate udinese: Girolamo de Savorgnani.

Il crescente prestigio dell’ordine nella città di Udine è testimoniato dal contributo che la città diede a m° Michele teutonico nel dicembre 1490 (quello già citato che fu nuovamente priore nel biennio 1490-1491) per recarsi a Roma presso Papa Innocenzo VIII ed ottenere una nuova bolla papale per l’attribuzione del convento. La missione di frate Michele ebbe successo e il documento fu redatto con data 17 febbraio 1491, sancendo la conferma definitiva.

Nel viaggio di ritorno consegnò una lettera di ringraziamento, da parte della città di Udine a fra Bonaventura da Forlì che aveva accettato di predicare nella quaresima di quell’anno: altro segno di stima.

Fra Bonaventura, nato a Forlì nel 1410, era una delle maggiori figure spirituali appartenenti all’ordine in quel periodo. Le cronache dei Servi riportano che fosse “piccolo di statura, esile di corpo, di non poca dottrina e tenuto dovunque nel predicare in grande stima; portava una barba incolta e andava a piedi nudi sopportando il calore dell’estate e la rigidezza dell’inverno, tanto che frequentemente gli si vedevano nei piedi pustole sanguinanti; spregevole nelle vesti, non mangiava mai carne né beveva vino; dormiva sulla nuda terra o talvolta su tavole; vivente, avrebbe ottenuto con le sue preghiere molti miracoli da Dio; sempre dedito alle predicazioni e alla contemplazione più che all’attività a meno che fosse costretto ad addossarsi il peso del governo alla cui dignità sentendosi eletto tentò inutilmente la fuga non potendo però sottrarsi al voto dei frati.”

Morì a Udine il 31 marzo 1491, giovedì santo. Fu esposto per sette giorni alla devozione popolare e sepolto nel convento della Madonna delle Grazie. Tuttavia le autorità ecclesiastiche frenarono da subito lo slancio devozionale verso il predicatore. Tanto che solo il 6 settembre 1911 ne fu approvato il culto.

Se il 28 luglio 1479 i Servi di Maria presero ufficialmente possesso della chiesa di S. Gervasio e Protasio, già dal 16 giugno di quello stesso anno si erano insediati nelle casette attigue alla chiesa dove già i Celestini abitavano. La comunità però era ben più numerosa di quelle degli ordini precedenti e furono loro donate altre piccole proprietà vicine, nell’ottica dell’ampliamento del monastero e per creare degli orti per la sussistenza dei frati.

I Servi abitarono provvisoriamente, come affittuari, alcune case prospicenti il borgo Pracchiuso chiamate casali “Griglons”. Nell’anno successivo furono loro donati dei terreni siti nell’area tra l’attuale Piazza I Maggio e Via Tomadini, tra i quali quelli detti poi “Braide dal Boe”, e alcuni campi fuori porta Pracchiuso, su Via Cividale. Seguirono negli anni altre donazioni, sia da devoti che dal comune.

In seguito i frati fecero delle migliorie alle case in cui abitavano, come si deduce dalla richiesta al comune del 31 gennaio 1482 per asportare della sabbia dal fossato cittadino, presso porta Cividale. Tuttavia, l’obiettivo era quello della costruzione di un nuovo convento, che però era in subordine alla conferma pontificia.

Negli anni successivi sorse infatti anche una controversia con i Celestini, che visto il rifiorire del convento, pretendevano dei diritti su San Gervasio. Contesa che la prima bolla papale non era sufficiente a dirimere. Questo clima fu esacerbato da voci, messe in giro ad arte, su una presunta mala gestione del convento, invocando un controllo comunale.

Alle queste insinuazioni venne posto fine dall’atteggiamento vigoroso e trasparente di fra Michele Teutonico, che il 5 agosto 1490 si disse disposto ad affidare una chiave della cassetta delle offerte ad un rappresentante del comune e a presentare un resoconto settimanale delle entrate e delle uscite della chiesa. Tale atteggiamento fu mantenuto dal successore fra Aurelio da Brescia che dichiarò il 26 giugno 1491 la disponibilità a che il comune potesse fare un inventario dei beni del convento in qualsiasi momento.

Intanto però, il 17 febbraio 1491, era giunta la nuova bolla papale e i frati poterono porsi all’opera per costruire il nuovo convento. Il 16 luglio Papa Innocenzo VIII condannava alla scomunica tutti coloro i quali avessero occultato beni e privilegi appartenenti ai monaci Celestini, che dovevano essere trasferiti ai Servi di Maria.

Il 26 agosto 1491 venne istruita un’inchiesta, condotta da un commissario apostolico, canonico di Aquileia, per determinare i benefici che la città ebbe dall’arrivo dei Servi. Ascoltati numerosi testimoni, risultò che le funzioni religiose erano molto migliorate e che furono intrapresi diversi lavori a beneficio della chiesa e la costruzione di nuovi edifici.

Proprio questi nuovi edifici di cui si parla erano il nucleo del convento attuale. Come sappiamo dalla testimonianza di Donato di Bergamo, dove prima vi era una casupola vicino alla chiesa e alla roggia, ora vi sono case e un bel giardino. Nicolò di Savorgnano indica l’inizio della costruzione da parte dei frati di un nuovo edificio vicino alla loro abitazione.

La Basilica

Il 12 aprile 1495 si pose la prima pietra di una nuova chiesa, in sostituzione dell'antica dedicata ai Santi Gervasio e Protasio, restaurata nel 1491ma ormai insufficiente alle esigenze del culto. La nuova chiesa iniziò ad essere utilizzata già nel 1513. I lavori di rifinitura e di decorazione si protrassero fino al 1520, quando venne consacrata il 12 maggio dal vescovo di Caorle (Venezia) Mons. De Rubeis.

Alla sua costruzione contribuì in “prima persona” il Comune di Udine oltre a tutte le organizzazione cittadine e singole persone. Il nuovo edificio ormai denominato Santa Maria delle Grazie era a navata unica, di stile architettonico romanico, con facciata adorna di rosone e con soffitto diviso in 72 cassettoni, realizzato dal maestro Rocco del Cucitin (1515). Fu Gaspare Negro ad idearlo. Nel 1517 furono aggiunti i fioroni in legno dorato da Girolamo Scaramanzo.

La facciata prospiciente alla piazza era semplicemente in cotto, due grandi finestroni di stile romanico, un rosone e un potale di grande pregio. Su una pietra posta in riva alla Roggia, che scorre davanti al santuario, stava un grande crocifisso che delimitava il luogo sacro. A sinistra del santuario, per chi guarda dalla piazza, si estendeva il cimitero, mentre sulla destra sorgeva il convento e più lontano presso l’abside della chiesa il campanile (1580-1585).

Il santuario venne completamente rinnovato nel XVIII secolo. Dal 1730 al 1750 si lavorò sul progetto del grande architetto Giorgio Massari (1687-1766), che ristrutturò la chiesa su schema che ricopiava la chiesa dei Gesuiti a Venezia, di cui era l'autore. Fu prolungata la navata di m. 18,26 e rialzata di m. 8,22; ristrutturati il presbiterio e l'abside, sopraelevato il campanile.

Dal 1785 al 1796 si lavorò alla ristrutturazione del coro, cioè del presbiterio e dell’abside il disegno è attribuito al barnabita bergamasco padre Angelo Maria Cortenovis. Il vescovo di Udine mons. Emanuele Lodi riconsacrò la chiesa il 17 luglio 1831.

Dal 1838 al 1851 l'architetto Valentino Presani rimaneggiò e rimodernò la facciata, costruendo l'attuale pronao poggiante su quattro possenti colonne, ottenendo l'aspetto odierno. Nel timpano campeggia la scritta GRATIARUM VIRGINI SACRUM (sacro alla Vergine delle Grazie). Verrà anche rifatta la scalinata verso la piazza con ai lati due statue a sinistra "Madonna con Bambino" e a destra "Filippo Benizi" uno dei sette frati fondatori dell'ordine dei Servi di Maria, opere di Orazio Marinali (1711).

Dal pronao all’abside il santuario misura m. 65. La sola navata è alta m. 20 e larga m. 15; l’altezza della cupola e di m. 30. Dal pronao all’abside il santuario misura m. 65. La sola navata è alta m. 20 e larga m. 15; l’altezza della cupola e di m. 30.

Nel 1892 viene istallato sul campanile un concerto di 5 campane in Re3, fusione realizzata dalla ditta G. B. De Poli. Le tre grandi sono a slancio friulano mentre le due piccole a ¼ ambrosiano. La chiesa fu dichiarata Basilica minore il 21 giugno 1922.

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