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Ramandolo Vino D.O.C.G.

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Il Ramandolo è stata la prima D.O.C.G. del Friuli Venezia Giulia ed è nata per tutelare questo vino bianco, una rarità molto pregevole che un tempo era venduto solo in loco e che solo da qualche decennio è uscito dai suoi confini. Oggi la produzione è limitatissima e si aggira sulle 150.000 bottiglie l’anno. È il primo, e al momento unico, vino della regione che si caratterizza per il luogo i produzione anziché per uve o il metodo di vinificazione.

La zona di produzione è molto ridotta e parte dalla frazione omonima del comune di Nimis, da cui trae il nome, per allargarsi ad una porzione del territorio del comune di Tarcento, entrambi comuni in provincia di Udine. La superficie vitata si aggira sui 2300 ha.

Per ottenere il Ramandolo si vinificano esclusivamente uve di Verduzzo friulano, appassite sulla pianta o in locali idonei. Le viti sono coltivate con il sistema detto a “cappuccina” e la raccolta delle uve avviene sul finire di Ottobre. Questo comporta il leggero appassimento con un aumento degli zuccheri, che in parte si trasformano in alcol e in parte invece permangono, compensando così la rilevante presenza di tannini.

Il vitigno è tenace e dai tralci robusti. La foglia è senza seni, quasi intera, tondeggiante, quasi glabra con un verde non troppo intenso. Il grappolo è compatto, di dimensioni medie con forma tronco conica e evidente alatura. L’acino si presenta di grossezza media, allungato e dal colore dorato, con buccia dura e pruinosa e dalla polpa succosa, dolce, dalle tendenze aromatiche. La produzione si aggira sui 80 q per ha con una resa in vino del 65%.

Il vino si presenta con un colore giallo oro antico, tendente all’ambrato dovuto all’affinamento, mentre il bouquet offre sentori di albicocca passita e miele di montagna preponderanti, ma anche violetta di campo, fiori di acacia, mandorlo in fiore, cera d'api, fichi secchi. Il sapore è gradevolmente dolce, ampio, strutturato, con retrogusto aromatico. Il grado si aggira sul 14/15 %. Va servito ad una temperatura sui 12°.

Vino da meditazione, accompagna bene i dolci, tra i quali quelli della zona di produzione, come i biscotti Uessuz e i Ramandolini, o altri dolci come la gubana e la pinza. Bene anche assieme al prosciutto di San Daniele con i fichi, con il lardo, il foie gras, formaggi stagionati. Si può osare anche l’accostamento con sapori più decisi come salame di Nimis o trota affumicata.

Dal 1988 un apposito Consorzio per la Tutela del Ramandolo assiste i viticoltori per tutte le attività che vanno dalla vigna alla cantina, oltre a promuovere la conoscenza di questo vino. Nel gennaio 2010 si è unito al Consorzio Tutela Vini D.O.C. “Colli Orientali del Friuli”, dando vita al Consorzio Tutela Vini Colli Orientali del Friuli e Ramandolo.

Si sta studiando una bottiglia tipica che identifichi in maniera univoca il Ramandolo.

La storia del Ramandolo

L’origine del Vino Ramandolo è antica, come quella del suo vitigno. Recenti studi condotti presso l’Università di Udine dai professori Zironi e Peterlungher sul DNA della vite, hanno permesso di indagare l’origine di questa pianta e a ricostruire il suo viaggio, partendo dal luogo iniziale, il Medio Oriente. Da qui, durante i millenni, attraverso la zona temperata a nord del Mar Caspio e del Mar Nero, la Romania, l’Ungheria, è giunta fino alle zone collinari della nostra regione.

Fino a diventare un vitigno autoctono che, nella varietà Verduzzo Giallo è considerato presente in queste zone prima dell’arrivo dei romani. La sua storia è fatta di momenti di fama e di oblio.

Nella storia ci sono numerosi riferimenti in documenti a cominciare dal Medioevo. A quell’epoca infatti era frequente che come atto di guerra durante gli assedi si devastassero i vigneti e le colture. Nel XIV secolo, presso il castello di Coja di Tarcento, per riparare questo tipo di danni si legge che furono impiantate viti di "…uva dolce et dorata come lo sole". Lo troviamo poi nel 1409, nella lista di vini che accompagnava le settantadue vivande servite al banchetto imbandito dal comune di Cividale per papa Gregorio XII in occasione del Concilio Generale che si teneva in quella città.

Nel 1532 il Friuli Venezia Giulia venne attraversato dal corteo dell’Imperatore Carlo V che aveva anche alcuni possedimenti nella regione. Per uno dei banchetti ufficiali che si allestì in suo onore venne impiegata una cifra esorbitante: 5000 ducati d’argento. Per l’occasione si scelse il “Vino di Tarcento” che era appunto il nostro Ramandolo. Questo vino era considerato raffinatissimo con un costo molto elevato (5 soldi la boccia), proibitivo ai più.

Poco più tardi Carmelo Frangipane, nel 1564, parlerà di zone che dai monti aspri degradano in piacevoli colline, in cui prosperano vigne di vini “dorati et dolci”.

Su una pianta del Cellaro, risalente al 1750, vengono indicati i “ronchi” vigneti ottenuti dal disboscamento. In quest’epoca il vino veniva messo in piccole botti ed inviato in Austria e Germania. I mastri bottai si rifacevano ad una antica tradizione che vedeva in queste zone numerosi esperti artigiani nella realizzazione di detti contenitori, in genere fatti di rovere o castagno.

Il Verduzzo clone Giallo solitamente veniva indicato come Verduzzo Friulano. Con l’Ottocento si affina anche la letteratura sul vino, cosa che porta il conte Pietro di Maniago a redigere nel 1823 un “Catalogo delle viti del Regno Veneto” e che rileva la varietà. Tuttavia nelle indicazioni per Verduzzo si riporta ancora esclusivamente quello di tipo verde che viene descritto così: "Bianca da bottiglia e da botte. Foglie frastagliate; tralcio minuto; grappolo lungo; acini rari, oblunghi, verdi, a buccia forte. In piano et in colle.”.

Anche l’Acerbi, negli stessi anni si mantiene sul vago indicando un “Verduz” tra “le viti friulane dè contorni di Udine”.

Sarà nel 1863 che si farà chiarezza, quando la Società Agraria Friulana promuove la distinzione tra i cloni del Verduzzo durante una mostra di uve.

Negli anni ’60 dell’Ottocento si promuove un censimento delle varietà di vite che si coltivavano in Friuli. Tra queste, come sappiamo da una ristampa del 1921, si trova la “Verduzz. O. Friulana” che veniva descritta così: “Bianca da bottiglia e da botte. Tralcio minuto, foglie stratagliate; grappolo lungo; acini radi, oblunghi, verdi, a buccia forte. Di prodotto costante. Quest’uva ch’entra come principale nel vino di Ramandolo …. si presenta come prodotto abbondante e costante; poco soggetto alla crittogama e riesce in ogni terreno e, relativamente alla posizione, da un ottimo vino; quest’uva, ad unanimità di voti, viene ritenuta degna del primo posto fra le bianche nostrane e fra tutte raccomandabilissima. A Ramandolo si distinguono tre varietà: a grappolo serrato, verde; a grappolo serrato, giallo, a grappolo lasso. Deve darsi la preferenza alle due varietà a grappolo serrato che hanno l’uva dolcissima e offrono più abbondante prodotto.” (A. Calò, 1991).

Anche James Joyce celebra questo vino, scrivendo nel suo famoso Ulysses: "Il vino fulgido sul palato indugiava inghiottito. Pigiare nel tino grappoli d'oro. Il calore del sole, ecco che cos’è. È come una carezza segreta che mi risveglia ricordi".

Un documento ci dice come il torlanese Giovanni Comelli detto Moro venisse encomiato per il suo Ramandolo durante la Seconda Fiera Concorso dei Vini Friulani in Udine, tenutasi dal 19 al 23 aprile 1893 e promossa dalla Società Agraria Friulana.

Il 2 novembre 1908 si tiene a Nimis la prima Esposizione Annuale – Fiera dei Vini dell’Alto Friuli. Il presidente della Giuria è l’ampelografo Girolamo Molon, professore della Regia scuola superiore di agricoltura di Milano che sul Ramandolo così si esprime: "E’ tuttavia mio convincimento che il Verduzzo di Ramandolo sia un materiale ottimo e che – studiatane bene la lavorazione enologica – possa non solo aumentare la buona fama che ora gode; ma, per quanto la crisi vinicola imperversi a lungo, debba procurare al coltivatore uno smercio rimunerativo.”

Ma è Gaetano Perusini che nel 1934, con il suo “La viticoltura nella zona del Ramandolo” tenta di indicare e spiegare l’origine delle particolari caratteristiche di questo vino: "Il nome di Ramandolo va dato esclusivamente al vino ottenuto dal Verduzzo, vinificato con metodi particolari  e raccolto attorno al paese di Ramandolo, ad un’altitudine tra i 250 m e 370 m, su di una ripida costa che benefica in ugual misura delle favorevoli condizioni di ambiente e terreno. Questa costa infatti è riparata dai venti freddi dalle rocce del monte Bernadia che si alzano quasi a picco sopra il paese. Inoltre queste rocce riflettono fortemente i raggi solari e vi mantengono una temperatura leggermente superiore a quella dei paesi contermini. Il terreno deriva, per gran parte della zona, da formazioni eoceniche; la sua composizione superficiale è migliorata dalle numerose frane precipitate dai sovrastanti calcari del monte Bernadia, che danno così origine ad un soprasuolo che non troviamo in nessun altra parte del Friuli.”.

Nel 1939 si pubblica l’Atlante Ampelografico” a cura di Guido Poggi, che cita il “Verduzzo Ramandolo”.

Viste le dimensioni estremamente ridotte della zona di produzione, è stato un autentico miracolo il fatto che i due eventi bellici del Novecento non abbiano colpito fatalmente questo vino.

Ci avviciniamo ai giorni nostri. Nel 1970 si ha l’emanazione del D.P.R. (20-07-1970) che definisce il disciplinare per il D.O.C. Colli Orientali del Friuli, in cui c’è un riferimento al Ramandolo per il Verduzzo di tipo dolce. Nel 1981 si presenta un’istanza per il riconoscimento della sottozona e vino Ramandolo, mentre nel 1988 si costituisce il Consorzio di Tutela del Ramandolo. Il D.P.R. del 09-10-2001 (G.U. n.250 dd. 26.10.01) riconosce la D.O.C.G. Ramandolo.

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