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Il D.O.C.G. Picolit

Il vino Picolit è un autentico tesoro: unanimemente riconosciuto come il vino all’apice dell’arte enologica friulana. Vino bianco con una lunga storia che lo vede protagonista sulle tavole di molte corti europee, alimento della famosa definizione: Re dei vini, vino dei re.

Il Picolit è un vitigno autoctono che si trova solo in queste zone. La recente DOCG, seconda in regione dopo il Ramandolo, prevede una percentuale del vitigno che può oscillare dall’85% minimo, al 100%, tranne che per la sottozona di Cialla di Prepotto dove invece è prevista la purezza del 100%. Per il restante 15% può essere utilizzato un altro vitigno a bacca bianca autorizzati nella regione, tranne il Traminer Aromatico.

La Zona di produzione è compresa nella zona dei comuni di Tarcento, Nimis, Attimis, Faedis, San Pietro al Natisone, Torreano, Povoletto, Cividale del Friuli, Premariacco, Prepotto, Buttrio, Corno di Rosazzo, Manzano, San Giovanni al Natisone, tutti nella zona est della provincia di Udine. La zona può avere una resa massima di 4 t per ettaro, con nuovi impianti di 3500 ceppi per ettaro, mentre la resa massima dell'uva non deve essere superiore al 55% (22 ettolitri per ettaro).

La vendemmia è effettuata a mano tenendo conto della maturazione degli acini, che vengono raccolti in successione scalare con due/tre passate. Le uve possono essere venir fatte appassire o subito lavorate in bianco con una pressatura soffice, seguita dalla decantazione statica a freddo e fermentazione a temperatura controllata.

Il titolo alcolometrico di volume del picolit deve essere il 15%, o il 16% per la sottozona di Cialla. Si consente l’affinamento in legno e il vino può essere commercializzato a partire dal 1 settembre dell’anno successivo a quello della vendemmia.

I numeri sono più o meno i seguenti: 60 ettari vitati, coltivati da circa 130 produttori, per una produzione che raggiunge a mala pena 100 ettolitri per meno di 180 mila bottiglie da mezzo litro ogni anno.

Al bicchiere si presenta di colore giallo dorato intenso con riflessi ambrati, accentuati dall’invecchiamento. Il bouquet è ampissimo, di eccezionale eleganza (tra gli altri: fiori di campo, mandorla, acacia, pesca e castagna), molto amalgamato, mentre al palato offre un sapore dolce-non dolce che riserva numerose sensazioni assai persistenti, tra cui miele, frutta appassita e vaniglia, che tuttavia non prevalgono in maniera dominante.

Vino da meditazione eccezionale, merita di non essere penalizzato con difficili abbinamenti gastronomici. Può tuttavia ben sposarsi, donando sorprese con formaggi erborinati cremosi, o anche dalla nota piccante. Oppure con pasticceria secca o cioccolato. Va servito fresco ma non freddo, tra i 10° e i 12° C.

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Il disegno del grappolo di Picolit tratto dalla "Pomona Italiana" del Gallesio.

La storia del Picolit

La storia del Picolit è lunga, anche se le origini sono avvolte nella nebbia. Il nome dovrebbe derivare dalle piccole dimensioni degli acini di questo vitigno, che ha anche la caratteristica di non portare a frutto numerosi fiori (acinellatura), generando grappoli con pochi e concentrati chicchi. Pare, secondo alcuni, che già dal tempo dei romani si coltivasse questo vitigno. Le notizie a riguardo sono incerte, ma dal Settecento invece cominciamo ad avere una certa abbondanza di documenti.

Verso la metà di quel secolo, infatti, il maggior produttore di Picolit in Friuli era il conte Fabio Asquini di Fagagna, che lo diffondeva in Italia ed in Europa. Pare che a Venezia, nel 1755, fosse inserito in una carta dei vini assieme ad un altro friulano: il Rosazzo bianco. Il conte Asquini, dal novembre del 1762, cominciò, con un regolare commercio, ad inviare ovunque bottiglie di questo vino, bottiglie caratteristiche per foggia e realizzate in vetro verde chiaro, soffiato a Murano, presso la vetreria "Alla vera amicizia" di Antonio Seguso. Il loro numero totale supererà le centomila.

Le bottiglie venivano tappate, rarità per l’epoca, con sugheri provenienti dall’Inghilterra e etichettate sopra il tappo con una marca di carta, segno ulteriore dell’autenticità. Un’altra etichetta rettangolare era posta sulla bottiglia. Ci fu chi tentò di spacciare del falso Picolit e il conte Asquini dovette rivendicare i propri diritti, invitando la clientela a fornirsi solo da lui o dalla “fabbrica” di Antonio Zanon. Il costo per ogni bottiglia era di quattordici lire venete e dieci soldi. Questi “gioielli” arrivarono anche a Londra, Parigi, Mosca, Amsterdam, Vienna, dove l’Imperatore lo preferiva ad ogni altro vino.

Anche la corte papale fu deliziata dal Picolit del conte Asquini. Per ringraziamento fu spedita da Mons. Giuseppe de Rinaldis una lettera datata 29 giugno 1765: "Nella villeggiatura di Castel Gandolfo fu fatto l'assaggio del Vostro Piccolitto ... furono lasciati addietro gli altri vini prelibati al confronto del medesimo e v'erano di Personaggi che l'anno il più raffinato gusto in questo genere fra i quali il cardinale Torrigiani Peroni, Gian Francesco Albani e S.E. il marchese d'Aubeterre, Ambasciatore di Francia...".

Antonio Zanon, in una sua lettera del 1767 lo cita come esempio tra gli altri, della qualità della enologia friulana, che aveva un buon nome in Europa: "Le mense di tutta l'Europa erano allietate da questo delizioso vino. E quanto si glorierebbe l'Inghilterra se avesse le nostre vigne, i nostri Refoschi, i nostri Picoliti, i nostri Cividini e le nostre Ribuole?". Secondo lo Zanon, il vitigno sarebbe di origine africana, trapiantato in Francia, in cui assunse il nome di pique-poulle da cui, sostiene, il nome friulano di Piculìt. Ma non sappiamo da dove deduca queste informazioni. Antonio Bartolini, che sempre nel Settecento, produceva a Buttrio del Picolit, lo considerava originario della zona di Tokaj, in Ungheria.

Carlo Goldoni lo definisce “gemma enologica più splendente del Friuli e fratello del Tokay””. La sua fama trascinò anche i vitigni che, come riporta Giovanni Dalmasso nel suo “Storia della vite e del vino”, si diffusero nelle province vicine fino all’Emilia e alla Toscana (portata dal canonico Andrea Zucchini, anche se non sappiamo con quali risultati.

Compare anche il “Picciolito” nella “Pomona Italianadi Giorgio Gallesio (Finalborgo, 1772 - Firenze, 1839) che fu la prima e più importante raccolta di immagini e descrizioni di frutta e alberi fruttiferi realizzata in Italia, ed edita a dispense dal 1817 al 1839.

Questo vino venne citato anche in numerosi saggi: da uno studio del Conte Odart (1849), nel catalogo dei vitigni di Aggrotti (1867), da Giuseppe Di Rovasenda nel suo “Saggio di Ampelografia Universale” (1877).

Sul finire dell’Ottocento, prima la Peronospora e poi la Fillossera, che comparendo sul Carso nel 1888 cominciò a devastare il Friuli Venezia Giulia enologico, misero in ginocchio la viticultura regionale, come il resto d’Europa. La conseguenza fu la perdita di molti vitigni autoctoni. Se in tanti casi questa non fu grave da un punto di vista qualitativo, il Picolit rischiò la stessa fine. Infatti, solo pochissimi, tra cui Giacomo Perusini, ufficiale austriaco, a Cormòns, riuscirono a conservare qualche vite di PicolitGiacomo Perusini in seguito acquistò la Rocca Bernarda e, nel recupero di quell’azienda, ricominciò la produzione, all’inizio del ‘900.

Con innesti su viti americane e trattamenti vari, solo negli anni ’30 del Novecento la viticultura uscì dall’emergenza. Sotto un aspetto però la cosa fu positiva: ci fu una rifondazione dell’enologia che portò alla definizione dei vitigni. Prima si tendeva a mescolare molte uve per ottenere dei vini generici. Il Picolit tuttavia sembrava scomparso e destinato all’oblio, vittima anch’esso del flagello.

Gaetano Perusini

Nel 1935 Giacomo Perusini aveva messo a dimora 2000 ceppi. Negli anni a seguire, il figlio Gaetano (tra l'altro illustre clinico che concorse in maniera decisiva allo studio della malattia di Alzheimer), selezionò prima quindici e poi, tra questi, quattro ceppi che avevano buone caratteristiche di adattabilità ad un clima ostile.

Fu verso il 1960, che si cominciò a ragionare sui vitigni autoctoni e a sperimentare il loro recupero. Da qui si alimentò una certa curiosità anche verso il Picolit. Isi Benini condusse all’inizio degli anni Settanta un lavoro di informazione e di diffusione di notizie su questo vino, dando spazio alle esperienze della famiglia Perusini.

Da qui venne iniziato un vero e proprio rilancio di un vitigno (superando pareri contrari di molti studiosi) da cui fu possibile ottenere un vino eccezionale.

 


Bibliografia: 
AA.VV. - Il Vino in Friuli Venezia Giulia – Editrice FVG, Udine – Maggio 2008
AA.VV. – Guida ai vini del Friuli Venezia Giulia – C.C.I.A.A. di Gorizia, Pordenone, Trieste, Udine – 2008
Filiputti Walter - "Picolit" articolo in " TERRE, VIGNE, VINI del Friuli V.G.- Gianfranco Angelico Benvenuto Editore – Udine 1983.
Benini Isi - "II Vino", anno I, n° 1, Udine 1971.

 

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