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Duino-Aurisina - Il Timavo e la sua storia

Fin dall’antichità, al luogo dove sgorga il Timavo, da Greci e Romani fu dato un valore sacro e simbolico.

I Romani lo chiamarono Lacus Timavi, indicando con questo nome la zona di territorio costiero compresa tra il Villaggio del Pescatore, San Giovanni di Duino e il Lisert. Diversamente da oggi la striscia di terreno era più sottile, con la linea di costa più arretrata e pare che nell’antichità le bocche fossero ben sette. Due piccole isole, dette “Insulae Clarae” circoscrivevano la zona.

Su queste isole, citate da Plinio, si trovavano alcune ville con terme molto frequentate. La zona era ambita e anche a nord sorgevano numerose case e ville piuttosto ricche. La prossimità della Via Gemina che da Aquileia conduceva a Tergeste (Trieste) e quindi ad Emona (Lubiana), favorì gli insediamenti. Fu all’epoca di Augusto che si ebbe il maggior sviluppo edilizio, ma sono stati ritrovati numerosi reperti anche delle epoche precedenti.

Come detto, già i Greci erano a conoscenza del Timavo ed erano affascinati dal suo mistero. Strabone, geografo greco, cita la leggenda di Antenore che dopo la fondazione di Padova, giunse al Timavo per fondare un tempio a Diomede, segno anche del carattere sacro che si dava al luogo. Dice inoltre che le bocche erano sette e aggiunge che in prossimità esisteva un bosco sacro dove si svolgeva il sacrificio di un cavallo bianco. Secondo il poeta greco Apollonio Rodio fu qui che gli Argonauti si imbarcarono per solcare l’Adriatico dopo aver preso il vello d’oro e portato a spalla attraverso le montagne la loro nave.

Il latino Plinio ci dice che nel 129 a.C. il console Sempronio Tuditano impegnato in una guerra contro gli Istri, offrì una statua al nume tutelare. Sempre Plinio scrive che Livia Augusta, moglie dell’Imperatore Augusto attribuiva la sua veneranda età di 86 anni al vino Pucino che viene coltivato su un colle sassoso presso il Timavo (“...gignitur in sinu Hadriatici maris non procul Timavo fonte saxoso colle, maritimo adflatu paucas coquente amphoras.” - Naturalis Historia 14, 60).

Una dedica “Temavo Voto Suscepto”, di ignoto, rimane incisa in una lapite presso la prima bocca. Un’altra lapide ora al Castello di Duino celebra il Temavi o Timau. Dei piccoli luoghi sacri dedicati a Timavo si trovano ad Aquileia e a Montereale Valcellina, testimoniando la diffusione del suo culto. Viene celebrato contemporaneamente Saturno, dio delle acque e dei raccolti, come ci rivela una lapide con scritto Numen Saturni, ritrovata nel 1960 in San Giovanni in Tuba.

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Le parole di Virgilio sulla roccia e sopra i "Lupi di Toscana"

Anche Virgilio cita il lacus nei suoi scritti, che sono riportati in un monumento posto sulla strada soprastante: “Antenor potuit mediis elapsus Achivis / Illyricos penetrare sinus atque intuma tutus / Regna Liburnorum et fontem superare Timavi, / Unde per ora novem vasto cum murmure montis / it mare proruptum et pelago premit arva sonanti.” Antenore, scampato agli Achei, potè pure entrare nel golfo illirico, spingersi senza pericolo in territorio liburnico sin oltre le sorgenti del Timavo che simile a un mare impetuoso erompe dalla montagna per nove bocche con alto frastuono, e inonda i campi di un acqua risonante. (Eneide, I, vv.242-246).

E di quest’epoca è l’erezione di un sacello dedicato alla Spes Augusta, che si festeggiava il I agosto. Le testimonianze lapidee di quest’opera sono state trovate nella chiesa di San Giovanni in Tuba e ci dicono che a questa divinità fecero voto: Gaio Sacconio Varrone, tribuno comandante di una coorte dalmata; Giulia Stratonica, dama di corte di Aquileia; Auconio Optato, magistrato di una colonia del Norico. Si dava alle sue acque quindi anche un valore termale e miracoloso.

Presso il Timavo si trovava anche un porto, che rappresentava da molto tempo un approdo naturale e sicuro per la navigazione commerciale e militare. Infatti, ad esempio, Tito Livio riporta come già nella guerra contro gli Istri del 178 a.C., cioè agli albori della colonizzazione della regione, dieci possenti navi da guerra partirono dal Timavo per unirsi alla flotta consolare di Aquileia (Tito Livio, Le storie, XLI, 1, 2).

Il porto in seguito ampliò anche a sua funzione commerciale. Resti di magazzini commerciali sono stati trovati presso il terzo ramo e ci indicano che ebbero un notevole sviluppo nel III secolo. Altri reperti ci riconsegnano la memoria di due consoli in carica nel 221 e dell’attività di una fornace di ceramica, in attività presso il canale Locavaz, che proseguì la sua funzione fino in epoca medievale.

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L'Erma della Terza Armata

Le testimonianze archeologiche sono numerosissime. Sappiamo che nei pressi si trovava una stazione di posta. Numerose sono le ville e i porticcioli e approdi. La chiglia di una nave a fondo piatto per il trasporto commerciale, fu trovata in questa zona e oggi si trova al Museo Archeologico di Aquileia.

In epoca medievale, San Paolino nel 799 parla del Timavo, dicendo che era formato da nove bocche: “Timavo, piangi con me in nove rivoli, / scaturendo da nove fonti, / piangi sinchè t'inghiotte il mare Adriatico.. Nel 928, il Vescovo di Trieste cedette la giurisdizione di un isolotto delle Insulae Clarae. In seguito fu Venezia che su uno di questi lembi di terra, nel 1283, costruì un forte per intercettare gli aiuti che il Patriarcato mandava alla nemica Trieste. Verrà in seguito chiamato Belforte. Nel XVIII secolo l’imperatore pensò di impiantare qui un portofranco per l’Adriatico, che trovò fortuna sostituendo i trasporti terrestri verso l’Istria.

Fu solo nel XVII secolo che si diede una risposta ai misteri del fiume. Fu infatti il naturalista Filippo Cluverio (nome italianizzato di Philipp Clüver o Klüver), fondatore della geografia storica, che nel 1610 comprese la natura carsica del Timavo. Egli riporta che le bocce all’epoca erano sei: quattro grandi e due più piccole. Le sorgenti sicuramente mutavano in base alla mofologia della zona e bisogna tenere conto che il livello del mare nell’antichità era di due metri più basso.

Girolamo Agapito nel 1823 propose anche una relazione tra le bocche e la portata del fiume. Durante la Prima Guerra Mondiale qui si combattè la battaglia delle Foci del Timavo, dal 23 al 30 maggio 1917. Durante quel combattimento il maggiore Giovanni Randaccio comandante di un battaglione dei Lupi di Toscana, spirò nelle braccia di Gabriele D’Annunzio, che raccolse le sue mostrine intrise di sangue e le pose in una croce. Nei pressi si trova un monumento.

Negli anni Trenta del XX secolo, Eugenio Boegan, grande speleologo, studiò in modo approfondito il fiume.

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