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Udine scomparsa – La trattoria Alla Paolate

Tra i luoghi della Udine scomparsa che costituiscono l’incontro tra la storia, l’epopea ed il mito, figura sicuramente l’osteria della Paolate, che aveva sede in un edificio che oggi non esiste più, presso l’angolo tra via Liruti e Vicolo Agricola.

Si trattava della casa al numero 1436 della numerazione delle case, di proprietà dei conti Percoto. Qui avevano avuto sede numerose conduzioni di osteria. Nel 1812 troviamo l’osteria “al Giardino fiorito” gestita da Valentino Subero o Zubero. A questi subentra un parente, tale Paolo, a cui nel 1817 viene intimato di munirsi di licenza.

Nel settembre 1825 risulta essere gestita da una certa Paola Zubarte, che dovrebbe essere la giunonica Paolate a cui fa riferimento l’insegna e a cui si riferiscono le memorie di Chino Ermacora, il cantore del Friuli, nel suo celeberrimo Vino all’Ombra. Venne poi il turno degli eredi di Michele Zubaro, che troviamo nel 1852 e che condussero a lungo l’esercizio.

Durante il periodo austriaco questo era un luogo di ritrovo di fervore patriotico, variegato però anche da qualche personaggio più eccentrico che popolava il centro urbano, come Zaneto o il “conte Vino”. Frequente era la visita di Pietro Zorutti e di altri personaggi noti.

Coll’avvento del regno d’Italia, divenne il luogo delle memorie e delle celebrazioni, assumendo definitivamente il nome di osteria “Alla Nazione redenta”, che aveva avuto durante la breve insurrezione del 1848. Vi sostò anche Giosuè Carducci, che era giunto a Udine come ispettore del ministero della pubblica istruizione.

La lunga gestione fu incrociata poi da Italo Balbo che era, dopo la I guerra mondiale, di stanza nel vicino comando degli alpini. L’edificio venne poi demolito nel 1929 per edificarne uno nuovo.

Riportiamo il bel brano di Chino Ermacora che ben descrive il clima:

Sprecherebbe tempo chi volesse rintracciarela Paolate, come chi volesse cercare il luogo dove sorgeva il lago e il giardino in cui allude il Boccaccio. Della prima tuttavia parlano alcuni clienti, nonché, un boccale tricolore. - fragile documento di chi sa quali saldi propositi, - col quale i patrioti udinesi brindavano alla primavera della patria, tra marzo e aprile 1848, (fra i più focosi un nobile, tanto incline al vino da meritarsi il soprannome di «Conte Vino» Non s’era mai occupato di politica, assorto nell’unica sua passione: la cantina; ma in quei giorni, armato come un saraceno, si sbracciava in questo ed in altri ritrovi incitando alla resistenza.

Soleva invitare spesso gli amici nella propria cantina, avvertendo che vi sarebbe stata allestita una rappresentazione teatrale. E alludendo alle varietà dei suoi vini, aggiungeva: «Sentirete che prima donna, che tenore, che basso!»

All’ora fissata gli spettatori scendevano ... a teatro per assistere alla rappresentazione che durava fin che c’era olio nelle fiorentine.), in quei giorni era stata persino sostituita l’insegna della trattoria. Un tale aveva dipinto una tabella a strisce bianche rosse e verdi con le parole augurali Alla Nazione redenta; la tabella era stata issata sopra la porta di strada; mentre dentro, nella cucina, e nelle stanze, s’incrociavano notizie e discussioni e, di li a poco, apprensioni e scoramenti.

Un forte esercito al comando del generale Nugent, marciava a rapide tappe verso il Friuli. Superate le deboli resistenze di Jalmicco e di Palma era ormai alle porte della città. Che fare? Tener duro, perdiana! Così almeno pensava il fratello delle tre ostesse.

— Come va, Zaneto?

— Bon Brût, bon Brût, - rispondeva lui con il suo intercalare abituale, alludendo forse al buon brodo che risana ogni malanno.

Gli Austriaci, accampati a due chilometri dalla città, sfogavano intanto il loro desiderio di vendetta inviando bombe e razzi; i primi incendi avvampavano; si diffondevano i rintocchi della campana maggiore del Duomo. Avventori e donne se ne stavano acquattati in cucina; soltanto Zaneto barbugliava: bon brût, bon brût...

E toccò proprio a lui di staccare in fretta l’insegna quando i nemici rientrarono in città; di portarla nel vicino paese di Tavagnacco e di cucirla in un pagliericcio da cui doveva trarla nel 1866, per ricollocarla al posto antico, sicuro ormai di non subire le rappresagli della polizia che aveva fatto chiudere per qualche tempo il. locale.

Un anno dopo nel 1867 la patriottica insegna c’era ancora, come mi assicurava il prof. Massimo Misani, allora docente all’Istituto Tecnico di Udine, del quale per cinquant’anni doveva reggere paternamente le sorti.

Il mio informatore, ch’era stato presentato alle vecchie della Paolate dal geologo Torquato Taramelli, scoprì anche il motivo dell’insegna, anzi della sottoinsegna. Conduttrice della trattoria, prima delle tre sorelle - delle tre Parche, sorrideva il Misani, - era una certa Paola, dalle forme aerostatiche: una Paolate , insomma, cui la trattoria doveva il buon nome che le nuove conduttrici seppero conservare.

Oltre ai cibi genuini e il vino sincero, si trovava infatti una bontà patriarcale, una fiducia tutta prova. Non si chiedeva mai il conto ai clienti affezionati: pagassero quanto e quando volevano. È soprattutto negli ultimi il ricordo di piatti famosi: del manzo lesso, del vitello in umido, del minestrone, il tutto innaffiato con vini che il sior Jacum - unico rampollo di una delle Parche e degno successore dello zio Zaneto, provvedeva nella più rinomate cantine padronali della regione.

Quand’egli reduce da una nuova fornitura spillava la botte giunta di fresco, voleva festa nella sua trattoria, dove i clienti, aggrottavano i sopraccigli e facendo schioccare la lingua, si esternavano interessanti consensi.

Morte le vecchie il brav’uomo ne continuò la tradizione, affidando l’azienda a siore Marie , la quale invecchiata a sua volte ne chiuse i battenti una decina di anni fa [ca. 1925 n. r.].

Fra i clienti illustri va ricordato al posto d’onore Giosuè Carducci, che vi sostò in compagnia dei suoi amici udinesi; e Italo Balbo che in una stanzetta di questa trattoria redigeva l’Alpino, organo degli «scarponi» smobilitati, da lui fondato nel 1919.

Non va dimenticato tra le macchiette l’avvocato Orsetti da Imponzo, beniamino delle padrone, con le quali soleva trascorrere molte ore, finché posseduto dal vino posava il capo a una parete dormendo il sonno del giusto. Fu così che un giorno si destò deputato nel collegio di Tolmezzo. Figurarsi le feste e le bicchierate. L’onorevole non s’inorgoglì; anzi, reduce da Roma, per darsi l’importanza che non aveva, confidava alla cerchia dei suoi accresciuti ascoltatori: «Gustin mi à dît, Gustin mi à fât...» alludendo confidenzialmente al Presidente del Consiglio Agostino Depretis.

Quanto ad ascoltatori ne aveva molti anche un altro cliente: Pietro Zorutti. Si racconta che una sera d’estate vi capitasse intabarrato come in gennaio.

— Po, siôr Pieri, devèntial mat? - esclamò sior Zaneto, tra le risa generali, e il poeta a narrare come il parroco del prossimo Seminario delle Grazie, al quale, naturalmente non invitato, soleva presentarsi da alcuni giorni all’ora del pranzo, lo avesse trattato soltanto a zucchette lesse e fritte, o in umido o nella minestra, assicurando che quella verdura era un rinfrescante ideale. «Infatti - sorrise a sua volta il poeta - ho indossato il cappotto per evitare un raffreddore!»

• Viaggio in Friuli Venezia Giulia

 

Bibliografia:

Ermacora, Chino - Vino all’ombra. Edizioni La Panarie, Udine. 1935.

 

 

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