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Udine - Palazzo Antonini-Belgrado

In Piazza Patriarcato, adiacente al palazzo Arcivescovile, si trova il palazzo Antonini-Belgrado, uno dei tanti palazzi di Udine fatti costruire dalla famiglia Antonini.

Fu edificato verso la fine del Seicento. Dagli Antonini passò poi alla famiglia Belgrado e dal 1891 è sede dell’Amministrazione provinciale di Udine.

Nell’atrio suddiviso da quattro colonne, pitture attribuite a Giulio Quaglio (1698 ca.), mentre il soffitto fu dipinto nel 1909. Qui si trovano anche il busto di Quintino Sella di Emilio Dies e quello di Agostino Candolini di Giulio Piccini.

 

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Salendo al piano superiore per lo scalone a sinistra, alle pareti troviamo gli stessi motivi dell’atrio, pitture ottocentesche di modesta fattura. Anche qui il soffitto è affrescato da Giulio Quaglio nel 1698, dove viene rappresentato uno dei suoi capolavori assoluti: il “Trionfo della verità della religione sul paganesimo”, scrupolosamente attenendosi alle disposizioni date dall'Antonini. Sullo sfondo di un cielo corrusco di nubi rossastre si vede la Verità in alto seduta sul globo terrestre circondata da putti alati con il Sole sulla mano destra; la affiancano la Religione e la Virtù in atto di ricacciare con le lunghe aste la moltitudine di divinità pagane, avvolte nelle tenebre e soltanto a tratti colpite dal raggio di luce, che precipitano a capofitto con movimenti stravolti.

Si accede quindi al salone in cui si trovano ricchissime decorazioni. Il Quaglio cominciò questo lavoro nel 1697 dipingendo il soffitto, dove oltre al grande riquadro centrale con la “Caduta di Fetonte”, dipinse quattro medaglioni medi con altrettanti “Elementi” e dodici minori con “I Mesi”. Bella e drammatica la scena con la Caduta (soggetto già trattato qualche anno prima in palazzo Braida) che vive nel contrasto violento di luci e di ombre, di tonalità ora chiare e luminose (verdi e azzurri tenui) ora cupe ed intense (terre di Siena e gialli ocra): dall'esagitata visione centrale si passa alla mollezza di efebiche figure in riposo immerse in schiariti paesaggi di un felice accordo di colore e forma.

La vastissima volta, nella quale sentiamo riaffiorare i ricordi della prima educazione bolognese (Caracci, Dominichino Cignani), considerata nel suo insieme, costituisce una realizzazione senza dubbio felice per unità ed armonia dovuta a quel momento di grazia che il Quaglio conosce quando il tema gli è congeniale.

Di ben altro tenore i dipinti che compaiono nei due registri delle pareti, sia per il fatto di non essere stati concepiti insieme con quelli della volta e neppure in unità tra loro, sia per il fatto che come in ogni caso di fronte al soggetto storico, imposto dalla volontà del committente, la vena creatrice del pittore sembra d'incanto inaridirsi, tanto che il suo linguaggio pittorico sempre esuberante e magniloquente si fa prosaico e retorico, scadendo spesso a livelli di mediocrità.

Nel registro superiore la decorazione è costituita da una specie di fregio con finto loggiato spartito da lesene barocche: negli scomparti si alternano finte nicchie con robusti telamoni simili a statue d'oro con "cinque campi d'Istoria, over favole colorite al naturale" e precisamente alla parete sud: Sacrificio di Cinegiro, Ester e Assuero, Muzio Scevola davanti a Porsenna; alla parte nord: Semiramide e il messo, Tomiri con la testa di Ciro, scene condotte con scioltezza e vivacità. Cinque scene di vaste proporzioni, quasi quadroni a muro, sono anche quelle che l'Antonini, proprietario del palazzo, decise in un secondo tempo di far dipingere nelle parti inferiori delle pareti.

Quattro le tematiche imposte e una ad arbitrio del pittore alla parete sud: Creso gettato nelle fiamme, Battaglia fra Romani e Sabini, (scelta dal pittore), Pisistrato spodesta Comeas; alla parete nord: Gige sposa la moglie di Canduale, Suicidio di Temistocle. Pienamente rispondenti alla tematiche barocche pur per qualche propensione per il fare rococò, le scene sono di grande effetto decorativo. Sensibile è la diversità cromatica fra i toni verdi e azzurri della volta e i fin troppo violenti viola, gialli e arancioni delle pareti che Fabio di Maniago già ebbe da rimpoverargli.

Tutti gli affreschi furono restaurati nel XIX secolo dal pittore cividalese Antonio Dugoni e l’intero ciclo pittorico è in ottima conservazione.

Nelle altre sale vi sono decorazioni di vario genere: nella Sala dei Velari finti drappi e fregi di Antonio Picco (1874); nella successiva sala dove si riunisce il Consiglio provinciale, Crocifisso di Domenico Someda, due vedute seicentesche, arazzi del sec. XVII; nella vicina Sala dei Venti, troviamo al centro “Eolo e i suoi figli” e alle pareti “Storie dei Venti”. La decorazione neoclassica è di Santo Zuccolo.

Il palazzo ospitò personaggi famosi, tra cui Pio VI il 13 maggio 1782; Napoleone Bonaparte il 22 ottobre 1792 e dal 10 al 12 dicembre 1807; l’imperatore Francesco I d’Austria nel 1816; i re d’Italia Vittorio Emanuele II il 14 novembre 1866; Vittorio Emanuele III e la regina Elena il 27 agosto 1903.

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