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Biografia di Pietro Zorutti

Pietro Zorutti nacque a Lonzano del Collio, sulle rive del Judrio, nell’odierno comune di Dolegna del Collio in provincia di Gorizia, il 27 dicembre 1792. Figlio di Ettore e di Giacinta Bonini, apparteneva ad una famiglia di lignaggio nobile che aveva sul finire del Settecento ancora un cospicuo patrimonio, annoverando tra i suoi membri, oltre a prudenti amministratori, anche alcune figure di avventurieri e personalità piuttosto rissose.

Il padre Ettore non era però quel che si dice un abile gestore di queste sostanze, complici anche le turbolenze politiche dell’epoca, e fu costretto a vendere gran parte delle proprietà.

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Pietro Zorutti da giovane

Cresciuto nella tanquillissima Lonzano, Pietro Zorutti ebbe come primo precettore il cappellano locale, fino a quando, nel 1801, venne inviato al collegio dei Padri Somaschi di Cividale del Friuli, dove rimase fino al 1808. Quindi si trasferì al liceo di Udine, per proseguire gli studi, che però abbandonò nel 1810. Non è chiaro se la causa fosse lo scarso profitto o l’aggravarsi del dissesto finanziario del padre.

Decise di impiegarsi allora come alunno presso la pretura dipartimentale, dove rimase altri due anni, fino alla chiamata alle armi. Venne inviato a prestare servizio militare a Verona e Milano, nelle file del generale Beauharnais.

Grazie all’interessarsi della madre, dopo sei mesi Zorutti ottenne l’esenzione dal servizio e, nel maggio del 1813, venne congedato. La rovina economica portò alla vendita della tenuta di Lonzano, composta da 300 campi e sette case, e della casa di Cividale, riuscendo a serbare solo la tenuta di Bolzano a San Giovanni al Natisone, pur gravata da debiti.

Con la ristrutturazione amministrativa, promossa dagli austriaci, venne assunto come commesso sussidiario presso l’intendenza di finanza di Udine. Nel 1817, dopo la morte del padre, Pietro sposò Lucia Campanili di Cordovado, trasferendosi così con la moglie, la madre e la sorella Carolina, definitivamente a Udine.

Presero abitazione in una modesta casetta nella contrada detta dello Spagnuolo, laterale di Via Mantica, che attualmente porta il nome del poeta. Allora, una zona piuttosto malfamata della città.

Il Friuli, nei tre-quattro anni precedenti era stato provato da una notevole carestia, che però terminò con l’abbondante raccolto dell’autunno del ’17. Questo comportò un miglioramento delle condizioni economiche della città, che unite alla promozione per lo Zorutti a “cancellista” migliorarono le condizioni economiche della famiglia.

Trascinato da questo spirito cittadino di euforia, comincia uno spensierato periodo che porta il poeta a dimenticare gli affanni precedenti e a vivere la città in maniera gioiosa, partecipe di allegre brigate e assiduo protagonista nelle osterie udinesi, facendosi notare anche per la sua intraprendenza galante.

Fu in questo clima che, nel 1821, lo Zorutti ha l’ispirazione di scrivere dei versi, a fronte di precedenti scarse e trascurabilissime composizioni. 

E la forma sarà quella di un almanacco. Nasce così lo Stroligh Furlan (l’Astrologo Friulano), sede di scritti di tipo satirico, sentimentale, poetico a sfondo agreste, che nel clima del momento venne favorevolmente accolto.

Continuerà negli anni seguenti ad essere pubblicato con cadenza diversa, tra il triennale degli inizi fino all’annuale del periodo tra il 1854 e il 1862. L’ultimo uscirà nel 1866, l’anno prima della morte di Zorutti, per un totale di 23 numeri.

Questi almanacchi accoglieranno gran parte della sua copiosissima produzione, creando un rapporto continuativo con il pubblico che porterà ad una larga diffusione e popolarità dello Stroligh, fino a far divenire Pietro Zorutti il poeta del Friuli per antonomasia.

Lodato dal Tommaseo e dal Carducci, questo modello assai ripetitivo sarà però giudicato severamente e indicato come suo limite dagli intellettuali Friulani del Novecento, tra cui Pasolini e Pellis. Venne da quest’ultimo criticato anche per un componimento intitolato “Il bon Pari”, il buon Padre, inserito in una raccolta di scritti in tutte le lingue dell’Impero Austriaco e dedicato all'imperatore Francesco Giuseppe. Il Pellis però forse non considera che essendo un già famoso scrittore friulano e in più dipendente pubblico, lo Zorutti poteva difficilmente rifiutare.

Del 1831 la sua poesia più famosa, com’è considerata Plovisine (Pioggerellina). “Quant’è bella” dirà il Carducci.

La freschezza e la spontaneità del primi numeri, che fecero breccia nel tessuto borghese e cittadino, segno della spensieratezza di quel periodo, si fecero con passare del tempo più satirici e moraleggianti, venati da una certa amarezza.

Infatti, gli anni maturi dello Zorutti furono segnati da una serie di eventi negativi, come la morte della madre, varie malattie sue e dei familiari, la perdita della rendita della campagna di Bolzano. In aggiunta le molte difficoltà nell’educazione e nel rapporto personale con il figlio Ettore, di carattere molto diverso dal suo, che era studente di medicina prima a Padova e poi a Vienna.

Solo l’aspetto della proprietà linguistica pare crescere con il seguire dei numeri dell’almanacco, che per il resto soffrono nella qualità dei versi, perché composti forzatamente, con tempi dettati dalle crescenti necessità economiche. Non fa mistero infatti l’autore, che il bisogno lo spinge a pubblicare i nuovi numeri.

D’altro canto, negli anni vicini al 1848, visto il clima politico, a cui il poeta non partecipava minimamente, l’attenzione del friulani non era certo orientata verso la comicità e le facezie di Zorutti, che vennero anzi accolte con una certa freddezza.

Nel 1854, viene collocato a riposo, accingendosi ad affrontare una vecchiaia con i primi acciacchi. Nel 1861 muore il figlio Ettore, che era medico a Venezia. Zorutti deve provvedere così anche alla vedova, una popolana sposata in segreto o contro il parere dei genitori, e i quattro figli, tutti sotto i dieci anni.

Artrite, convulsioni, altri malanni, spingono Zorutti ad essere più solitario e scontroso. Alla sempre maggior fatica nel vendere l’almanacco, si aggiungono nel 1866 la scomparsa della sorella Carolina e della moglie Lucia.

La sua solitudine, però, col dileguarsi degli amici occasionali dei tempi felici e la dipartita di quelli sinceri, durò poco: il 23 febbraio 1867 Pietro Zorutti muore e verrà sepolto a Udine.

Lo spirito e l’opera di Zorutti sono contraddistinti dalla ricerca dello scherzo, del divertimento, più che da una ricerca poetica vera e propria. Traduce in versi il suo essere macchietta cittadina, comparata ad altre figure simili che popolano e animano la città e la campagna.

Un aneddoto simpatico su questa vocazione, e che ci da anche un aiuto per capire le difficoltà economiche in cui versava il nostro, ce lo fornisce Chino Ermacora nel suo splendido “Vino all’ombra”. Racconta che una sera d’estate, alla trattoria della Paolate, che era posta all’incrocio tra via Liruti e vicolo Agricola, in un edificio ormai demolito, arrivò Pietro Zorutti coperto come se fosse pieno inverno. Alla domanda se fosse diventato matto, Zorutti rispose che in quei giorni si presentava ormai quotidianamente all’ora di pranzo dal parroco del vicino santuario della Madonna delle Grazie. Questi lo sfamava con zucchine: lesse, in padella e nella minestra. Sempre zucchine, affermando che erano un rinfrescante ideale. E allora si era vestito così... per evitare un raffreddore!

Questo ci da l’idea di quale fosse il suo spirito, bel lontano dal severo letterato. Il sicuro merito di questa figura letteraria è comunque la scelta del Friulano come lingua poetica. Egli stesso si definisce come il secondo tentativo della musa sul Parnaso friulano, dopo cioè Ermes di Colloredo.

Anche se effettivamente la ricerca nella proprietà linguistica è limitata, intorbidita spesso da italianismi e venetismi. Dirà il Marchetti: “Non erano certo le possibilità o la materia che gli facessero difetto: era il ‘limae labor’ che gli pesava”. Farà meglio linguisticamente Caterina Percoto, che però si inserisce comunque in un solco già tracciato dallo Zorutti.

Il 1821 è un anno posto in un agitato periodo storico, che vede il Friuli passare di mano in mano, dai Veneziani ai Francesi, agli Austriaci. In un tempo in cui si assiste ai primi moti rivoluzionari europei in cui i popoli cercano una propria autonomia ed identità

In questo anno, lo Stroligh Furlan, con tutti i limiti sopra ricordati, si rivolge al popolo friulano nella sua stessa lingua, contribuendo, con un Italia e una lingua italiana ancora da costruire, a far prendere al Friuli coscienza di se stesso.   

 

La Plovisine

  

 

Bibliografia
Il Friuli - Uomini e tempi
, di Giuseppe Marchetti; 1959; Del Bianco editore - Udine.

Vino all’ombra, di Chino Ermacora; 1935; Edizioni La Panarie - Udine

 

 

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