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Gorizia - Storia di Gorizia: Tra Venezia e gli Asburgo

Una svolta decisiva nella storia della città, si ebbe quando morì, senza eredi, il conte Leonardo il 12 aprile 1500. Già un secolo prima e precisamente nel 1394 si era convenuto, tra i conti di Gorizia e i duchi d’Austria, che se una delle due case si fosse estinta, i suoi possedimenti sarebbero passati all’altra.

Questo patto era stato più volte confermato e da ultimo nel 1490 dallo stesso Leonardo. Alla sua morte dunque Massimiliano d’Austria discendente dell’Imperatore Alberto e da Elisabetta, figlia di Mainardo IV di Gorizia, prese possesso della contea prevenendo i Veneziani che la reclamavano i qualità d’eredi del Patriarcato d’Aquileia.

Nella sua “Storia Goriziana” il Czoernig scrive che i conti si riconoscevano vassalli di Venezia soltanto per i feudi del Friuli, fino all’Isonzo e non per il territorio della contea di Gorizia situato al di qua del fiume, mentre per Venezia il vassallaggio dei Goriziani era tutto il loro dominio, in quanto esso era stato conferito dai Patriarchi aquileiesi ai quali, nel 1420 si era sostituta la Repubblica di Venezia.

Il residente veneto della corte imperiale sostenne difatti questo punto di vista, protestando contro l’occupazione della contea Goriziana da parte dei commissari imperiali. Non aver prestato orecchio alle richieste del Senato veneto aumentò la naturale rivalità tra le due potenze spingendole rapidamente al conflitto.

Carlo Luigi Bozzi nel suo libro “Gorizia, un breve saggio di storia Goriziana” scrive che: “...nell’occupazione ingiusta fu fonte continua di sanguinose discordie e di insanabili dissidi, di implacabili odi e di insidie tremende fra l’elemento italiano rappresentato egregiamente nel mondo dalla Repubblica di San Marco e il teutonico sostenuto alle porte d’Italia dagli imperatori e dagli arciduchi asburghesi, che vollero ad ogni costo mantenere fermo il piede in Friuli, dividendo nettamente il paese in due parti, mentre esso come nessun altro paese dalla natura ha ricevuto l’impronta incancellabile e inconfondibile dell’unità e, anzi dell’identità geografica etnica e linguistica”.

Gorizia già nel ‘400 aveva una fisionomia prettamente italiana, per lingua, usi e costumi che erano identici a quelli delle altre città friulane e per il sistema di governo che era quello stesso in vigore dalla costituzione della Patria del Friuli, con qualche leggera modifica dovuta alle esigenze d’un luogo soggetto a un principe straniero.

L’elemento cittadino e la parte principale della nobiltà goriziana era italiana. tanto che gli arciduchi d’Austria raccomandavano caldamente, più volte, nelle loro ordinanze, agli Stati Provinciali e ai Capitani di non lasciar cadere in disuso la parlata tedesca in Gorizia, parlata che già allora, nell’uso comune, era in accentuata decadenza mentre la lingua italiana e soprattutto quella friulana segnavano un’invidiabile ascesa.

Venezia desiderosa di conquistare le terre al di là dell’Isonzo per controllare i confini orientali non aspettava che un’occasione per dichiarare guerra. Questa si presentò quando invitato dal papa Giulio II, l’imperatore, volendo recarsi a Roma per l’incoronazione, chiese al Senato veneto il consenso di passare armato nel territorio della Repubblica. Quando su istanza, soprattutto di Andrea Gritti, tale consenso gli fu negato, Massimiliano si ritenne offeso e chiese ai principi dell’impero aiuti militari per muovere guerra a Venezia.

Nel 1501 il Castello di Gorizia disponeva di due cannoni di bronzo (uno lanciava proiettili di pietra di 56 kg), d’un mortaio di ferro con due sacchi di polvere da 100 funti (56 kg), di polvere granulare da sparo, 200 proiettili per i mortai della città di Gorizia e dell’Arsenale e di 4 mortai.

Quando scoppiò la guerra, nel 1508, nel Castello di Gorizia vi erano 800 uomini al comando di Andrea di Liechtenstein e di Giovanni d’Auersperg con un presidio anche nella Torre del Ponte. Il conflitto si protrasse per oltre un decennio, interrotto ogni tanto da brevi tregue, per riaccendersi poi nuovamente in impetuose riprese, esso danneggiò non poco il Friuli, scorso in ogni senso dagli Imperiali e dai Veneziani.

I tedeschi occuparono il Cadore e Pieve ma accorse prontamente Bartolomeo d’Alviano che riuscì ad accerchiare le milizie germaniche dandole loro battaglia e sconfiggendole il 2 marzo 1508 presso Pieve. L’Alviano passando per Serravalle e Conegliano entrò a Sacile il 13 marzo.

Mentre Castelnuovo e Belgrado, antichi possedimenti Goriziani, si arrendevano a Venezia, egli s’impadronì della chiusa di Plezzo, espugnò e mise a sacco il Castello di Cormòns (16 aprile 1508), poi valicando l’Isonzo investì da due lati Gorizia, s’impadronì prima della Torre del Ponte (14 aprile), entrò in città, mise l’assedio ed espugnò la Cittadella e da ultimo accerchiò il Castello.

Il capitano imperiale Andrea di Liechtenstein non potendo resistere si arrese il 22 aprile. Scrive il Guicciardini: “I Veneziani avuto il Castello, vi fecero subito molte fortificazioni perché fosse come un propugnacolo o un freno ai barbari a spaventarli a passare l’Isonzo”. Oltre a Gorizia i Veneziani fortificarono anche le chiuse di Plezzo.

Successivamente L’Alviano con l’aiuto delle galee di Girolamo Contarini s’impadronì di Duino, di Trieste e di Fiume, poi occupò la contea d’Istria e parte della Carsia, dove furono fortificati i castelli di Vipacco, Pren, Senosecchia ed altri. In premio a questa fortunata impresa, l’Alviano fu iscritto alla nobiltà veneziana e il 15 luglio fu investito del Castello e della terra di Pordenone tolti al dominio austriaco.

L’opera più importante dei veneziani a Gorizia fu la subitanea fortificazione del Castello, con la massiccia cinta muraria che racchiudeva tutta la “terra superiore” e che doveva essere atta a resistere ai bombardamenti d’artiglieria. Notevoli furono anche le modifiche all’interno della cinta: furono demolite le torri medioevali ed erette alcune costruzioni di raccordo tra gli edifici preesistesti, soprattutto tra il palazzo dei conti e quello degli Stati Provinciali (organo amministrativo autonomo della contea).

Sia il Castello che la cinta muraria a forma di pentagono irregolare con 4 torri sporgenti agli angoli, assunsero allora l’aspetto inconfondibile che li rende ancor oggi elemento caratteristico del paesaggio. Una tregua di tre anni fu conclusa l’11 giugno 1508 fra Massimiliano d’Austria e Venezia.

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