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Gorizia - Storia di Gorizia: La prima metÓ del Trecento

Nel 1307 il conte Enrico II concesse alla “terra superiore” le libertà comunali e i privilegi cittadini in tale occasione fu inciso un sigillo a cui dobbiamo la prima rappresentazione della città. In esso è impressa l’immagine del Castello con alcune abitazioni a sud e la porta di Salcano con la caratteristica torre quadrata a nord.

Enrico II, forte del suo potere, fu più volte in guerra sia contro il Patriarca che contro la nobiltà a lui fedele. Ebbe per lo più la meglio e molto spesso il Patriarca dovette scendere a patti con Enrico. Queste lotte continue, tipiche di tutto il Trecento patriarcale, indebolirono e impoverirono tutta la regione. Nel 1323 morì Enrico II e gli subentrò il figlio Giovanni Enrico, ancora minore e sotto tutela del cugino Enrico, duca di Carinzia.

Nel 1329 Enrico duca di Carinzia quale tutore di Giovanni, nominò Alberto IV di Gorizia capitano della contea di Gorizia a cominciare dal 4 luglio con l’obbligo d’assumersi la difesa di Treviso. Dopo la morte di Enrico II, durante il governo della di lui moglie Beatrice e del figlio Gianenrico, e più tardi sotto Alberto III, Gorizia ebbe nuovi abitanti e siccome intorno al Castello non c’era spazio sufficiente per costruire nuove abitazione inoltre, anche per dare una maggior dimensione alla città, alcuni cittadini nobili incominciarono a costruire le loro case in pianura, ai piedi del colle, ad immediato contatto della villa del convento dei francescani, dando così origine alla “Piazza Nuova” (ora del Duomo) e alla Via Rastello, che è dunque la prima e la più antica via goriziana.

Con la morte di Giovanni Enrico, Alberto IV, che rappresentava anche i fratelli Mainardo ed Enrico, il 21 luglio 1339 chiese ed ottenne l’investitura dal Patriarca Bertrando. Nel 1342 i tre fratelli Goriziani avevano diviso i beni: ad Alberto erano toccati quelli dell’Istria e della Marca Venda. Quelli del Friuli, del Carso, della Carinzia e della Pusteria ad Enrico e Mainardo. La notte del 25 gennaio 1348 un tremendo terremoto danneggiò fortemente Venezia, il Friuli e in modo ancor più violento la Carinzia.

Scrive a tale proposito Giovanni Villani: “In prima in Silici (Sacile) la porta di verso il Friuli cadde. In Udine parte del palagio di messer lo Patriarca cadde, e più case, cadde il Castello di S. Daniello in Friuli e morirono più uomini e femmine. Caddero due torri del Castello di Ragogna e iscorsero infino al fiume Tagliamento, cosi nomaro, e moriovi più genti. In Gemona a metà e più delle case sono rovinate e cadute e il campanile della maggior chiesa tutto si fesse e si aperse, e la figura di San Cristoforo intagliata in pietra viva si fesse tutta per lungo. Per gli quali miracoli e paura i prestatori a usura della detta terra, convertiti a penitenza, feciono bandire che ogni persona che avesse loro dato merito e usura, andasse a loro per essa, e più di otto di continuarono di renderla. In Venzone il campanile della terra si fesse nel mezzo e più case rovinarono e il Castello di Tormezzo (Tolmezzo) e quello di Dorestagno e quello di Destrafitto (?) cadono e rovinarono quasi tutti, ove morì molta gente. Il Castello di Lemborgo che era in montagna si sommosse; rovinando fu trasportato per lo tremoto da dieci miglia dal luogo dove era in prima tutto disfatto. Un monte grandissimo dove era la via che conduceva al lago di Orestagno, si fesse e partissi per mezzo con grande rovina, coprendo il detto cammino tutto. E Ragni e Verdone due castelli con più di cinquanta ville che sono sotto il conte di Gorizia intorno al fiume Gieglia (Gail) sono rovinate e coperte da due monti, e quasi vi morirono tutte le genti di quelle parti, che pochi ne scamparono”.

Poi il Villani narra come avvenne il disastro a Villaco e continua “Per Carnia più di millecinquecento uomini femmine e fanciulli furono trovati morti per gli tremoti; e tutte le chiese e case della Carnia sono cadute e il monastero di Oscalecche (Ossiach?) e quello di Velchiera: quasi tutti morirono e rimanenti tutti sbigottiti e quasi fuori di testa”.

Il Villani nulla dice della Chiesa d’Aquileia che fu pure diroccata, però le fondamenta rimasero salde e di Gorizia che ebbe numerosi danni. La descrizione, che è tratta dal libro XII cap. 123-124, deriva, come egli stesso ci conferma, da una lettera scritta da Udine, nel febbraio successivo da mercanti fiorentini abitanti in Friuli, e probabilmente non seppe leggere bene i nomi Siccome le disgrazie non vengono mai sole, dopo il terremoto cominciò una terribile pestilenza che spogliò gran parte dell’Europa.

Il contagio era partito dall’Europa orientale, giunse anche in Italia e terminò nel febbraio 1349. Di questo terribile avvenimento anche Gorizia fu fortemente toccata. Il 19 giugno 1352 Alberto si presentò a Udine dal nuovo Patriarca, Nicolò di Lussemburgo e chiese, a nome dei fratelli, l’investitura dei feudi che la sua famiglia aveva dalla Chiesa d’Aquileia, ed il Patriarca, ricevuto il giuramento di fedeltà, la concesse.

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