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Gorizia - Storia di Gorizia: Il Duecento

Nel Duecento imponente appariva il Castello sul vertice del colle. Probabilmente Mainardo II ampliò il Castello che aveva due entrate: il “Gran Portone” che tuttora serve da ingresso e la “Piccola Porta” o “Porta di Salcano” entrambe con ponte levatoio. Tutt’intorno correvano poderose mura con diversi torrioni che sulle piattaforme avevano piazzate numerose balestre.

Un profondo e largo fosso separava il Castello dalla parti inferiori del colle. La città di Gorizia cominciò ad espandersi e incominciarono a fiorire l’artigianato ed il commercio, tanto che il 25 giugno 1210 Mainardo II dichiarò d’aver ottenuto da Ottone IV un mercato settimanale a Gorizia e d’averlo incominciato il giorno prima. Tuttavia, benché la zona fosse favorevole per lo sviluppo commerciale e artigianale, data la loro politica d’espansione, i feudatari pensarono solo al dominio territoriale e alla loro potenza piuttosto che migliorare le condizioni della popolazione. Quindi l’importanza della città fu esclusivamente militare.

Nella “terra inferiore” si ha notizia che nel 1265 fu costruito un convento francescano con una chiesa che, secondo la leggenda, fu voluto da S. Antonio di Padova. Esso sorgeva nell’attuale Piazza Sant’Antonio ed attorno si costruirono abitazioni. Col tempo esse divennero il centro della “terra inferiore”. In un documento del I aprile 1249 si parla d’una battaglia di Gorizia e d’una tregua che ne era stata la conseguenza, ma che non era stata osservata. Il Patriarca si era messo in lega con il marchese, d’Este, il conte di S. Bonifacio, con le città di Brescia, Mantova e Ferrara ottenendo aiuto d’armati e collegando la sua azione con la loro, contro Ezzelino da Romano (aprile - maggio 1249).

Federico II, ormai costretto a ritirarsi dall’Italia meridionale, da Foggia diede autorità a Mainardo III di Gorizia, suo capitano generale in Stiria e in Carniola d’occupare tutti i beni del Patriarca d’Aquileia e degli altri prelati ribelli all’Impero e d’assegnarli a coloro che intendevano tornare fedeli. Da ambo le parti si conquistarono castelli e possedimenti. L’8 gennaio 1251 a Cividale, in presenza di molti ecclesiastici e signori, il Patriarca fece pace con Mainardo III di Gorizia e il conte si obbligo a stare ai comandi della Chiesa ed ognuno restituì i beni non suoi. Mainardo III, cessò d’essere capitano di Stiria alla morte di Federico II. Egli si trovò ben presto impegnato insieme con Alberto conte del Tirolo suo suocero nella lotta contro Filippo di Carinzia, allora ancora arcivescovo. La lotta terminò il 27 dicembre 1252 con un disastro per i due conti.

Mainardo dovette contrarre grossi prestiti e scendere a patti con la Repubblica di Venezia per riparare, lasciando in pegno Portolatisana. Quando Alberto di Tirolo morì nel 1253, non avendo eredi maschi Mainardo divenne erede assieme a suo cognato Gherardo conte di Hirschberg, ma la proprietà rimase per allora indivisa. Egli morì il 22 luglio 1258 lasciando eredi i due figli Mainardo IV ed Alberto II. Il 6 ottobre 1259 Mainardo IV come primogenito sposò Elisabetta di Baviera, vedova di Corrado IV († 1254) e madre del giovane Corradino, portando così, possiamo dire, all’apice la potenza della sua casa in Germania.

Il 3 luglio del 1267 il Patriarca di Aquileia Gregorio di Montelongo chiese ad Alberto II di Gorizia di aiutarlo a reprimere l’insurrezione di Capodistria, che voleva stare con Venezia, offrendo la spartizione dei territori. Il conte Alberto s’intese segretamente con quei di Capodistria e con alcuni signori friulani: Gian Carlo di Ragogna, Federico di Caporiacco, Ugo di Duino, Detalmo ed Udriguccio di Villalta. Alberto catturò verso Villanova sotto Rosazzo del Patriarca mentre stava a letto e, a piedi nudi su d’un ronzino, il 20 luglio 1267 lo condusse a Gorizia, imprigionandolo nel Castello.

Il tradimento fece molto scalpore e papa Clemente IV il 12 agosto intervenne subito dicendo al capitolo d’Aquileia che egli stesso si sarebbe occupato della liberazione del Patriarca, cominciando con la scomunica di Alberto II. Intanto il Patriarca per conto suo venne a trattative col conte e il 25 agosto a Gorizia si decise di rimettere ogni decisione sulle loro discordie all’arbitrato di Ottocaro Re di Boemia e di Vladislao arcivescovo di Salisburgo. Il 27 agosto il Patriarca fu liberato dalla prigionia, si ritirò a Cividale e ritornò la pace.

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