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Cividale del Friuli - Tempietto Longobardo

Figure in stucco nel Tempietto Longobardo di Cividale del Friuli - Viaggio in Friuli Venezia GiuliaIl cosiddetto Tempietto Longobardo di Cividale del Friuli è considerato uno dei più importanti esempi dell’arte Longobarda e altomedievale esistenti in Italia. Il Tempietto Longobardo si raggiunge partendo da Piazza Duomo, muovendo verso il ponte del Diavolo e svoltando per le vie a sinistra, prima del ponte, che collegate a reticolo, offrono una piacevole passeggiata dal sapore medioevale.

Fa parte del complesso del Monastero di Santa Maria in Valle. Da quando nel secolo scorso è diventato un’importante meta turistica, vi si accede non più dal monastero, ma tramite un passaggio pedonale che costeggia il fiume Natisone e offre una bella vista panoramica.

Venne costruito verso la metà del VIII secolo, nel luogo dove c’era il nucleo della Gastaldia (gastaldaga), ossia il centro nevralgico del potere politico-religioso. Era un luogo di raccoglimento riservato al duca, una sorta di cappella palatina.

 

Approfondimento

(Foto da Wikipedia)

Nella Guida storico artistica di Cividale scritta da Giuseppe Marioni e Carlo Mutinelli è scritto quanto segue: "Il ritrovamento ai primi dell'Ottocento di alcune monete imperiali, in questo luogo, le strane fondamenta appartenenti ad antiche costruzioni, avvalorarono, in quel tempo, la leggenda popolare che qui si trovasse un tempio dedicato a Vesta, e che il pavimento, le colonne, i capitelli e le pietre spoglie sarebbero i documenti superstiti. Naturalmente questo non ha alcun fondamento storico".

Notevole è invece che in questo luogo, forgiato dalla natura stessa a castelliere inespugnabile, gli studiosi più interessati siano concordi ad indicare esistente la Gastaldaga longobarda, ossia la "cittadella" di stretta pertinenza "reale" nella quale il gastaldo accudiva all'amministrazione dei beni demaniali e dalla quale sorvegliando il governo del duca, riferiva di lui direttamente alla corte di Pavia.

Il complesso della Gastaldaga o Gastaldagna, come anche si diceva, raccoglieva in se stesso edifici pubblici e edifici privati di carattere civile, militare e religioso. Il palazzo residenziale doveva essere una cappella reale propria intitolata come di consuetudine a San  Salvatore. Nel cuore del quartiere sopra una preesistente costruzione paleocristiana era stata eretta la Chiesa Madre dei Longobardi, dedicata a San Giovanni Battista ma di culto ancora ariano e in contrario con la chiesa di Santa Maria Madre di Dio dei cattolici eretta sul posto del Duomo odierno al centro della città.

Il Tempietto o Oratorio di Santa Maria in Valle, appare come tale, piuttosto tardi negli annali della storia e soltanto come "aggregato" al Monastero delle Benedettine, che nel frattempo era nato nei pressi. Che esso possa essere stato la "cappella reale” cui si accennava, è un ipotesi ardita ma non assurda, che esso sia stato quale luogo di devozione particolare a se stante, sia pure in dipendenza della vicina chiesa di San Giovanni è cosa probabile; che la costruzione sorgesse in un primo tempo, isolata ed alquanto arretrata rispetto allo strapiombo del fiume e ormai cosa certa.

Lo stato presente è stato causato dai terremoti e dagli straripamenti del fiume che, alternatisi e seguitisi nel tempo, hanno corroso e fatto crollare il conglomerato marginale, creando la forra odierna. I massi visibili al margine delle acque sono molto eloquenti in proposito.

Posteriormente lesivi per il sacello furono il terremoto del 1222 e altri, le alluvioni del 1468 e 1472. I segni dei danni e dei conseguenti restauri, interventi anche nei secoli successivi con relativa frequenza sono anche troppo visibili e constatabili, sia all'esterno sia all'interno. Nel secolo XVII si dovette provvedere a consolidare addirittura le fondazioni partendo dal letto del fiume, avvalendosi dell'esperienza di un certo Ottorino Cozzi di Premariacco.

Su impulso dell’autorità austriaca, il 6 ottobre 1959 cominciarono dei lavori di restauro e consolidamento, sotto la direzione degli ingegneri Rubolo e Zandigiacomo. Si operò il rifacimento delle coperture con la realizzazione di una nuova linda verso il fiume (che comportà l’abbassamento del muraglione), il restauro dei serramenti, la realizzazione di opere per lo smaltimento dell’acqua piovana, il rifacimento dell’intonaco. Nel periodo invernale ci si concentrò sul restauro interno degli stucchi, delle pitture murali e degli stalli lignei, sotto la direzione di Gualtiero Valentinis e con il contributo di Luigi Pletti. Nell’aprile del 1860 si completarono i lavori.

Nel 1893 fu eseguito il ponte di congiunzione tra Piazza San Biagio e la porta dell'ingresso attuale. Durante l'occupazione del 1917-18 alcuni studiosi austriaci praticarono nell'interno della costruzione delle ricerche e degli scavi di una certa importanza. In seguito a queste esplorazioni, nel rimettere a posto l'impiantito tutto sconvolto da quelle affrettate ricognizioni, si ritrovò l'antico livello pavimentale, che specie nel presbiterio, col tempo s'era ispessito di oltre 40 centimetri.

La volta a botte (Foto IPAC FVG - Fototeca Uniud)

Ecco quanto scrive Giuseppe Bergamini: "Monumento di grande prestigio in virtù dell'eccezionalità delle opere d'arte in esso custodite, tanto che per molti il nome stesso della città si identifica con quello del Tempietto Longobardo.

Eppure è ancora fitto il mistero che circonda il piccolo edificio. Ne sono ignote sia l'originaria destinazione sia la struttura primitiva e le maestranze che vi operarono. Il nome stesso di Tempietto Longobardo è improprio giacché Tempietto non è, l'appellativo longobardo va riferito all'epoca della sua costruzione, non già all'appartenenza dei suoi artefici a quel mondo artistico.

Improprio, d'altra parte è anche il titolo di "Oratorio di Santa Maria della Valle" acquisito allorché l'edificio divenne il fulcro del convento benedettino di Santa Maria della Valle. Cosa certa, invece, è che la costruzione e le decorazioni in stucco e a fresco sono eseguite poco dopo la metà del VIII secolo, verso il 760.

Nei primi anni del secolo XVIII il Tempietto cessò dalla sua funzione di cappella viva del Monastero e fu quindi adibito a sala capitolare del convento stesso; alla fine dell'Ottocento le monache donarono il Tempietto alla Comunità di Cividale (1893) ed in tale occasione fecero costruire il passaggio pensile su greto del Natisone, che tuttora porta in Piazza S. Biagio in modo che i visitatori non fossero obbligati a passare attraverso gli ambienti di clausura.

Nel corso dei secoli il Tempietto fu più volte ristrutturato, specialmente in seguito ai terremoti del 1222 e del 1511: ne fanno fede gli affreschi che ornano (o che ornavano, visto che molti di essi sono stati strappati dalle pareti e portati al Museo Cristiano e nel Museo Archeologico) le pareti e che vanno dal XI alla fine del XV secolo circa.

Altri restauri si sono susseguiti nel Novecento, fra le due guerre mondiali quando la Sovrintendenza dei Monumenti, attraverso i preposti regionali architetti Carlo Franco e U. Piazza, attese ad una radicale revisione del monumento, l'ultimo di questi fu fatto tra il 1976 e il 1980.

L'edificio ha un corpo centrale, esternamente a pianta quadrata di m. 6,28 di lato, e a debole croce all'interno per le incavature nelle due pareti laterali e del presbiterio a tre absidi di cui la centrale è più ampia. La volta e a crociera nell'aula e a botte nelle piccole absidi. Architravi monolitici di età romana, sostenuti da colonne binate di spoglio con capitelli corinzi che separano le navatelle, mentre un'iconostasi con plutei lisci delimita la zona dell'aula dal presbiterio.

È nella parete d'ingresso, quella a ovest che si può, sebbene parzialmente, ammirare l'originaria decorazione del Tempietto di essa infatti sono rimasti in buono stato di conservazione gli eccezionali e celeberrimi stucchi e qualche affresco purtroppo abraso e pertanto poco leggibile, tale però da poter essere ancora valutato a sufficienza.

(Foto Wikipedia)

Spicca, nella zona mediana, la decorazione a stucco (composto di gesso, calce e polvere di marmo) che si svolge su due registri. In quello superiore due fasce orizzontali, lavorate con motivo a stilizzate rosette profondamente incise con cavità al centro un tempo riempite con pasta vitrea (solo in alcune visibili) delimita lo spazio in cui trovano posto sei Sante in altorilievo ed addossate al muro, divise tre a tre da una monofora cieca, adorna di un archivolto anch'esso in stucco con un finissimo motivo simile ad una trina, poggiante su due colonne sormontate da capitelli.

Le Sante sono di difficile identificazione, in ogni modo per quattro di esse è stato formulato il nome, si tratterebbe di quattro martiri: "Chiona, Irene, Agape, e Sofia". Quattro portano in testa il diadema imperiale e tengono nelle mani una croce e una corona, le due verso la monofora vestono una semplice tonaca monacale e sono in atto di preghiera, Sono eleganti figure, fortemente allungate che richiamano a memoria le sante musive del periodo bizantino, ma queste si discostano per un accenno di realismo visibile nella pur stilizzata modellazione e per la nuova caratterizzazione dei volti.

Nel registro inferiore una mirabile fascia lavorata a giorno corre con funzione decorativa attorno la lunetta del Cristo Logos in affresco. Elemento principale dell'ornamento è il bel tralcio di vite a spirale con grappoli e pampini racchiuso in doppia cornice terminate con bordi a ovuli e sferette di vetro verde (nella maggior parte non più esistenti) al centro. Nei recenti restauri sono stati rinvenuti ulteriori frammenti di stucco e ciò fa ritenere e conferma l'ipotesi già da lungo tempo formulata che una decorazione simile alla parete d'ingresso doveva essere anche in quelle laterali.

Per la datazione non v'è dubbio che tutta la decorazione in stucco sia da datarsi all'epoca stessa della costruzione del Tempietto cioè nel 760 circa. Gli affreschi originari databili sempre nel 760 circa, sono ridotti a pochi episodi: Nella parete d'ingresso il Cristo Logos tra gli Arcangeli Michele e Gabriele e alcuni martiri (resti di una serie che correva almeno nelle tre pareti).

Nella parete settentrionale Sant'Adriano. Scrive il critico d'arte Luciano Perissinotto: "L'originaria decorazione pittorica ad affresco del Tempietto Longobardo costituisce un elemento di eccezionale importanza, nello spoglio panorama artistico che il Friuli conserva nel periodo alto-medievale. L'interesse non è soltanto estetico e di documento, ma anche critico e filologico. Il discreto stato di conservazione degli affreschi rimasti e recentemente ripuliti, consente di individuare utili riferimenti con altre correnti artistiche e perciò risulta doppiamente interessante per tutte le possibili deduzioni conseguenti.

Tali riferimenti sono i moventi cui attingono gli studiosi nell'intento di fornire una soluzione al problema della loro datazione diversamente proposta fra l'VII e il XI secolo. Gli affreschi sono disposti in ciclo organico, orchestrati con il discorso architettonico e plastico svolto nell'aula: teoria di santi e martiri in atto di rendere omaggio al Cristo, nella fascia sottostante la teoria delle sante e delle vergini ed il Cristo Logos, fra gli arcangeli Michele e Gabriele sotto l'arco vitineo. Alcune considerazioni esposte dallo studioso scandivano H. Torp ci inducono ad accogliere la sua proposta di attribuzione dell'opera a maestranze itineranti le quali avrebbero realizzato, in un breve arco di tempo, le decorazioni dei due ambienti citati.

L'uso innaturale di terre verdi e la ieraticità della posizione e dello sguardo delle figure, oltre che costituire elemento di rimando stilistico, stanno a confermare un'aristocratica impostazione nell'immagine desunta da modelli costantemente riproposti nel mondo tardo-orientale e frequentemente ripresi nell'area culturale paleocristiana, con i quali senza dubbio dette maestranze ebbero modo di giungere in contatto. I rimandi stilistici ad altri cicli pittorici del tempo, consentono di allineare gli affreschi cividalesi, purtroppo ridotti a pochi brani, tra le espressioni artistiche più interessanti del periodo altomedioevale e tali comunque da non poter risultare ignorati nel contesto di un discorso organico su tutta la pittura italiana dell'epoca.

Al centro dell'aula una colonnina di marmo sostiene il leggio ed alla base le facce del pilastrino recano motivi vegetali, una croce latina, una palma e un'Aquila. Il presbiterio e delimitato da una iconostasi, costituita da due parapetti in marmo, arricchiti da sagomature solo nella parte verso l'aula, da due colonnine con fusto quadrangolare e da capitelli di plastica vivacità del V-VI secolo, che sorreggono una trave lignea con ornati caratteristica dell'alto medioevo su tre facce. Il presbiterio è diviso in tre navate, con volta a botte, il cui doppio architrave, a foglio di epoca romana, poggia anteriormente su quattro colonne binate con capitelli di imitazione corinzia e posteriormente su una coppia di pilastri a sezione rettangolare e quindi s'incastra nella parete di fondo.

Le volte a botte, dove un tempo brillavano i mosaici, sono adornate da affreschi trecenteschi, Nel voltino centrale è raffigurato in una mandorla Cristo Pantocratore e da una parte i Ss. Parmerina (o Elisabetta d'Alessandria), Maria Maddalena Giovanni Battista, Antonio Abate e Benedetto dall'altra Adorazione dei Magi collocata in una dimensione magica, bagnata da una luce che rende piacevolmente caldi i colori.

 
Varie sono le ipotesi sull'identità dell'autore, mentre il Ceccarelli ritiene che sia lo stesso maestro che ha affrescò la volta della cappella del Gonfalone nel Duomo di Venzone. Il Santangelo e il Torp lo credono vicino all'artista che dipinse la tavola con l'Adorazione dei Magi datata 1402, già nel tempietto ed ora al Museo di Cividale.
Più giustamente il Mutinelli e il Zuliani ritengono il pittore un friulano, influenzato da esempi emiliani, operante nell'ultimo decennio del XIV secolo; lo stesso Zuliani mette in luce le analogie che legano questa Adorazione dei Magi con quella iconograficamente molto simile, che si trova in Santa Maria in Vineis a Strassoldo di Cervignano (UD).
 
Ai lati della finestra centrale del presbiterio sono raffigurati l'Arcangelo Gabriele e la Vergine; ai lati della navatella destra i Ss. Pietro e Paolo. Sulla parete sinistra sono poste due lastre che sono due laterali di cattedra del sec. VIII-IX, che sino al 1968 era accostate all'iconostasi a formare il coperchio della cosiddetta Urna di Piltrude leggendaria fondatrice del Monastero Maggiore.
 
Il coro ligneo, magistralmente intagliato si estende ai lati dell'ingresso principale sino al presbiterio, coprendo la zona inferiore per un altezza di oltre tre metri. Gli stalli anteriori sono costituiti da sedici seggi mobili, dietro ai quali si ergono i diciotto di fattura monumentale.
Negli schienali fregi con fogliame e patere che formano degli archetti sostenuti da colonnine abbinate, i due seggi posti all'ingresso e più riccamente decorati spettavano alla Badessa ed alla reggente. Nell'atrio sono collocati diversi affreschi staccati dalle pareti interne. Per chi entra, alla parete sinistra: Adorazione dei Magi e Sei figure di Santi e Sante, forse entrambi del sec. XIV; accanto: Crocifissione, di notevole intensità drammatica attribuita ad un artista post giottesco tra il XIV e il XV secolo.

Nella parete contigua si trova un lunettone con Genesi e San Benedetto tra Santi, sec. XII.

Altre informazioni: http://www.turismofvg.it/code/11792

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