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Storia di Ampezzo

Il comune di Ampezzo, in provincia di Udine, posto sul versante destro della Valle del Lumiei, ha un nome di origine oscura, forse relativo alla parola “piceu” che in latino significa abete, e costituisce il cuore della Valle dell’alto Tagliamento-Lumiei. Ancor oggi è uno tra i comuni più ricchi di boschi di tutta la Carnia.

Pare che i primi insediamenti umani risalgano all'età del bronzo. Tuttavia, il primo documento che parla ufficialmente di Ampezzo risale donazione dei fratelli Erfo, Anto (o Zanfo) e Marco, figli della longobarda Pultride, datato 3 maggio 762, quando fondarono un convento per la madre e altre monache a Salt di Povoletto (Udine). Tra i beni vengono nominate alcune case ampezzane: “… casa in Carnia in vico Ampicio…”.

La Carnia era divisa in quattro quartieri: del Degano, del But, del Tagliamento inferiore e del Tagliamento superiore, dove si trovava la Villa di Ampezzo. Il capoluogo era Socchieve.

Ampezzo viene nominato nuovamente nel 1049 in un documento del Patriarca Goteboldo, in cui fa dono al monastero femminile di S. Maria in Valle  a Cividale di quattro “massaricie” presenti nel paese. Il Friuli e la Carnia, per volere dell'imperatore Enrico IV di Germania, passarono al Patriarcato di Aquileia nel 1077 e vi rimarranno sino al 1420 quando subentrò la repubblica di Venezia. “Vicus Ampitius” avrà con Aquileia solamente legami di ordine puramente ecclesiastico. Fu nel Quattrocento che si affermò lo stile caratteristico dell’edilizia locale e l’arte dell’intaglio e dell’artigianato, che portò gli ampezzani a spostarsi a più largo raggio per i loro commerci.

Per un tempo anche Ampezzo venne considerata pieve, dato che compare nell’elenco di tassazione del Patriarca Bertoldo di Merania del 1247 e viene menzionata per circa un secolo. Nel 1255 le monache di Cividale chiamarono in giudizio davanti al vice-gastaldo della Carnia, un piccolo feudatario, Rozone da Socchieve, per la razzia di beni e animali che quest’ultimo aveva fatto ai contadini, nei loro possedimenti in Ampezzo. Rozone dovette risarcire i danni.

Nel Cinquecento la “vicinìa” di Ampezzo ambì più volte all’indipendenza plebanale. Ma il progetto non andò mai a buon fine dato che nei documenti risulta sempre dipendente dalla pieve di Socchieve. Nel 1642 venne costituita la parrocchia di Ampezzo, divenendo ecclesiasticamente indipendente. In seguito alla rinuncia del giurispatronato dei capifamiglia, con “Breve Apostolico”, Papa Pio XI il 26-1-1931, concede all’arciprete “pro tempore” il titolo di Monsignore e i privilegi dei Cappellani di Sua Santità.

Col declinare del mondo feudale si assistette ad un lento ma progressivo rinnovamento della vita economica e sociale dell’ampezzano. I contatti non solo con i paesi montani, ma anche con quelli della pianura si fecero via via più frequenti, gli scambi commerciali diventarono meno difficili e, a fianco delle tradizionali economie boschive e di allevamento, andò sviluppandosi floridamente l’artigianato.

Nella seconda metà del Cinquecento e ancor più nel Seicento, la famiglia Nigris fu tra le più influenti e facoltose dell’ampezzano, controllando il mercato del legname e degli alimentari e partecipando a molte altre attività economiche.

Sin dal XVI secolo, come sappiamo da un documento del 1524, l’arte della tessitura della lana fu dagli ampezzani esercitata con molta bravura, tanto che la loro maestria veniva ovunque riconosciuta. Parallelamente alla tessitura si sviluppò l’arte del tingere e quella di purificare le stoffe.

Nel 1797 ci fu la caduta di Venezia per mano di Napoleone. In seguito al trattato di Campoformido il Friuli e la Carnia passarono agli austriaci che presero possesso nel 1798. Con il ritorno dei francesi nel 1805, Ampezzo venne eretto a comune, amministrato da una giunta di un sindaco e due consiglieri e con un consiglio di 15 membri, tutti nominati dal prefetto del Dipartimento. Scompare la vicinìa, cioè l’assemblea dei capifamiglia. Ampezzo fu messo a capo del Cantone omonimo. Nel 1813 ritornarono gli austriaci e, con la creazione nel 1815 del regno Lombardo-Veneto, fu messo a capo del XIX distretto del Veneto, che includeva l’alta valle del Tagliamento.

Nonostante i benefici economici portati dall’essere capo cantone, le principali attività su cui Ampezzo fondava la sue economia ebbero un rapidissimo declino nell’Ottocento, quando svanirono le esenzioni concesse da Venezia e decadde la domanda di legname da parte di questa. Inoltre sul mercato furono lanciati tessuti più economici, prodotti dalla grande industria. Sopravvissero solo la lavorazione artigianale del legno e quella del ferro. Questa situazione produsse una grande carestia che costrinse la popolazione ad aumentare l’emigrazione per la ricerca di lavoro.

Nel 1866 ci fu l’unione del Friuli occidentale con il Regno d’Italia, sancito anche dal plebiscito, che ad Ampezzo diede esito totalmente favorevole.

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale gli ampezzani vengono inviati per lo più sui monti vicini della Carnia, dove ci saranno vari combattimenti. Dopo Caporetto, il 1 novembre 1917 giunse in paese la prima unità austriaca e comincerà il periodo di occupazione, assai duro per le numerose confische e spoliazioni per esigenze belliche, tra cui opere pittoriche del Davanzo e le campane della chiesa. Il 2 novembre 1918 arrivò la cavalleria italiana. Si ebbero in tutto 71 caduti tra morti e dispersi.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, dalla primavera 1943, nella zona di Ampezzo, presso Plan del Sac e presso la Maina di Sauris, furono alloggiati 280 prigionieri neozelandesi, impiegati per lavori di tipo idroelettrico con la S.A.D.E. All’indomani del 8 settembre 1943, nacquero già i primi gruppi di resistenza partigiana. Dalla primavera del 1944 l’azione partigiana in Carnia crebbe sino a creare un’ampia zona formata da tre vallate, libera da tedeschi e fascisti. Questa si denominò Zona Libera della Carnia, risultando con i suoi 2580 kmq, 38 comuni e 90.000 abitanti, la più grande di quelle formatesi in Italia. La Zona si diede una propria struttura amministrativa e Ampezzo ne divenne la capitale. La Zona rimase in vita sino al 10 ottobre del 1944, quando la situazione bellica costrinse i tedeschi ad attaccarla e a rastrellarla sistematicamente con 30.000 soldati. Pur nella sua brevità, questa esperienza di autogoverno rappresentò un momento di alto valore morale e democratico.

 

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